“Maya il linguaggio della bellezza” di Camilla Osetta

 “Maya il linguaggio della bellezza” è il titolo dell’esposizione allestita presso il palazzo della Gran Guardia nel centro di Verona, visitabile da ottobre fino ai primi di marzo, dove è presentata l’arte Maya attraverso un’analisi storico-artistica e antropologica patrocinata dall’ ”Instituto Nacional de Antropologia e Historia” (INAH), istituzione più importante del Ministero della cultura del Messico. La mostra è composta da oltre 250 opere, prevalentemente appartenenti al periodo postclassico datato fra il X e il XVI sec. d.C. provenienti dai principali musei messicani.

Testa di sovrano Maya
Testa di sovrano Maya

Sculture dalle forme umane e di animali, oggetti d’uso comune, maschere e urne funerarie, fregi e architravi di templi, parti di testi animano le sale della mostra.

Il corpo umano è per i Maya l’espressione visibile d’identità culturale e di appartenenza sociale,

“Il corpo diventa esso stesso una tela da dipingere, un’opera d’arte capace di avvicinare gli uomini al divino” spiega Karina Romero Blanco curatrice della mostra.

I Maya ornavano il corpo con interventi temporanei o permanenti come pitture corporali e tatuaggi; erano in uso diverse pratiche al fine di modificare l’aspetto fisico per ragioni estetiche: la scarificazione del viso, la levigatura dei denti per renderli appuntiti e la foratura di orecchie, naso e labbra per portare ornamenti. La testa veniva schiacciata con uno stretto bendaggio per ottenere una forma allungata e anche lo strabismo era creato intenzionalmente fissando una pietra tra i due occhi. L’abbigliamento era indicatore di status sociale: le vesti della popolazione erano semplici, le donne indossavano una blusa chiamata “huipil” e la gonna o la tunica, mentre gli uomini un perizoma legato intorno alla vita, e talvolta un lungo mantello sulle spalle. Gli aristocratici impreziosivano i loro abiti con stoffe raffinate e accessori come cinture, collane, copricapo e pettorali tempestati di pietre preziose e piumaggi.

Anche la religione è oggetto della mostra: si può ammirare uno dei reperti più belli ovvero “Lo scrivano degli dei”, un uomo-scimmia urlatrice considerato il guardiano della saggezza in quanto rappresentava le arti e con la scrittura portava agli uomini i messaggi divini. Il complesso pantheon Maya è rappresentativo del dualismo tra bene e male, giorno e notte, maschile e femminile, ordine e caos. Il dio supremo era Itzamà, dio solare, inventore della scrittura e protettore dell’agricoltura; un’altra divinità importante era Kukulkán: il serpente piumato a due teste.

Nella visione del mondo Maya tutti gli esseri viventi, gli animali e le piante, hanno una controparte soprannaturale, e quindi sacra; gli animali erano simboli di forze naturali e livelli cosmici, epifanie di energie divine. Uno dei riti praticati in onore del dio sole era il gioco della pelota che rappresentava la lotta tra gli elementi cosmici contrari. In età postclassica i giocatori dovevano far passare una specie di palla attraverso un anello di pietra posto in alto nel campo di gioco impiegando solo le gambe, i gomiti ed il fondoschiena.

Frammento di decorazione di un palazzo
Frammento di decorazione di un palazzo

Nel periodo post classico la religione assunse un carattere più cruento e comparvero i sacrifici umani. Erano sacrificati adulti, ma soprattutto bambini come è testimoniato nei manufatti artistici come stele o vasi che ritraggono giovani fanciulli nell’atto di essere sacrificati, ma anche dai resti archeologici. Il sacrificio al dio della pioggia Chac doveva servire a scongiurare la siccità: l’acqua era infatti fondamentale per l’agricoltura.

Tra i prodotti agricoli grande importanza aveva il mais che era la base essenziale della loro alimentazione. Il mais aveva anche un carattere simbolico rappresentando l’elemento vitale dell’uomo; nella mitologia, infatti, si dice che l’uomo è nato dal mais e i Maya presero ad adorarlo sotto forma di un dio, il giovane Yum Kaax, rappresentato come ornato di pannocchie. Coltivavano anche i fagioli, il peperoncino, i tuberi, il cacao ed il tabacco; il cacao era impiegato per realizzare una bevanda simile alla cioccolata che era consumata dalle classi sociali più elevate, ma era utilizzata anche durante i rituali religiosi.

All’interno dell’esposizione trovano spazio anche degli esempi della misteriosa scrittura di questa antica civiltà: i glifi, cioè segni che rappresentavano sia parole di senso compiuto che sillabe. La mostra affronta per la prima volta il tema della cultura di questo antico popolo attraverso le parole e i testi degli stessi Maya utilizzando, come mai è avvenuto in passato, la più grande rivoluzione antropologica dell’ultimo secolo, ovvero la decifrazione della loro scrittura.

Il consiglio è quello di non perdere l’occasione per visitare la città di Verona approfittando del ritorno dei quadri rubati al museo di Castelvecchio e di immergersi nell’affascinante civiltà dei Maya.

Vox Zerocinquantuno n6, Gennaio 2017


Camilla Osetta, laureata in Storia del Mondo Antico con una tesi in Epigrafia e Istituzioni Romane e laureanda in Archeologia preso l’università di Bologna. Ha partecipato al progetto Erasmus studiando per un semestre a Leicester, in Inghilterra, e preso parte a diverse campagne archeologiche in Italia con le università di Bologna, Verona e Roma.

 

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