“Maze”: Valeriano Grasso e la verità nell’arte, di Chiara Pirani

Protagonista di oggi è una nuova raccolta del giovane artista siciliano Valeriano Grasso, fotografo operante sul territorio bolognese e insegnante di fotografia. L’opera in questione è intitolata Maze e si presenta come una commistione di arti, in quanto unisce l’occhio tecnico del fotografo a quello estroso del ritrattista. “I geni del Rinascimento, tutti presenti in questa serie, si esibiscono, vengono portati in luce e poi nuovamente abissati da immagini contemporanee che ritraggono un istante di storia dell’arte, in cui dalla lotta tra la luce e il buio arriva la dolcezza di Raffaello, mostrato nell’accattivante volto di un giovane”, si può leggere in un estratto della riflessione dell’artista Lucrezia Zaffarano, in apertura della raccolta. A questo punto, è bene lasciare che il fotografo ci sveli di più.

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Maze nasce innanzitutto da un incontro fortuito con l’artista Mazepiuc Claudiu, che mi è apparso subito come un giovane Dorian Gray non ancora ritratto da Basil. Paradossalmente, nonostante dovessi io ritrarre Dorian, fissandone eternamente la bellezza e facendolo sprofondare anche nell’oscurità delle mie immagini, mi sono trovato, allo stesso tempo, ad essere un Dorian Gray con il mio Basil davanti.”

Grasso parla spesso di essere allo stesso tempo artista creatore e modello creato: è percepibile, dalla perfetta commistione di scatti e disegni, un sincronismo che consente alle due forme d’arte un’espressione ancora più sublime.

“La scelta del titolo è arrivata da una percezione quasi labirintica che c’è stata nel momento in cui ho fotografato l’artista: la definisco “labirintica” perché “mi ci son perso dentro”, nel senso che, inaspettatamente, da artista creatore sono diventato anch’io “modello creato”. È come se i nostri due spiriti si fossero trovati all’interno di un labirinto, perché chiaramente anche lui da creatore è divenuto modello. Ho immaginato un labirinto con due ingressi diversissimi, metafora delle nostre origini ed esperienze: lui originario della zona della Transilvania, io siciliano; la sua formazione artistica è stata fatta principalmente all’Accademie di Belle Arti di Firenze; io invece provengo da una formazione filosofica di una città più medievale, Bologna, e di una più barocca…”

Ed è così che i due mondi artistici si incrociano e si uniscono, per darsi completezza e vigore reciproci.

“Il lavoro è frutto di una collaborazione: l’incontro con Maze(curiosa combinazione: il titolo della raccolta è anche l’abbreviazione del nome dell’artista!) ci ha portato a convivere immediatamente per cinque giorni, nella stessa casa, da soli, in un costante intreccio  tra creatore e creato. L’opera è definibile come una cronaca della nostra convivenza, una conoscenza completa, sotto ogni punto di vista, che si è tramutata in uno studio continuo. Ci osservavamo nei gesti, nei corpi, studiavamo noi stessi e l’altro. E proprio da questo profondo studio effettuato, da questa conoscenza e riconoscenza di sé stessi e dell’altro, è nata la raccolta Maze. ”

Un’altra particolarità di questa raccolta è che scatti e disegni sono legati a parole o espressioni evocatrici di emozioni. Grasso racconta come quest’opera, a differenza delle altre, si sia quasi fatta e scelta “da sé”.

“La raccolta è divisa in diverse sezioni. Le parole e le espressioni utilizzate sono state suscitate dagli scatti e dai disegni stessi: di solito ragiono molto sui titoli, questa volta, invece,  “le mie foto e loro si legavano da sole. Vedevo già dei fili che le collegavano ai disegni, e poi a una parola”. Il percorso si è scandito in automatico, ma non cronologicamente: sono state le immagini stesse che mi hanno chiesto di essere sistemate in questo modo.”

Sono tante le peculiarità di questa raccolta, ed è desumibile dalle parole dell’artista quanto la parte emozionale abbia giocato un ruolo determinante, seppur quasi inaspettato. Questo potrebbe aver influenzato, almeno in parte, la sua prolifica produzione…come se fosse l’arte stessa a bussare alla porta dell’artista per essere espressa e gridata al mondo, e in questo “grido” non può che emergere il vero.

“Come dice l’artista Lucrezia Zaffarano a proposito della raccolta, “Queste non sono fotografie, sono anime che ritraggono cosa vi è di più vero dell’uomo, immagini di spietato amore, di passione, di luce e di ombra”: a tal proposito, la parola che utilizzerei per sintetizzare questo lavoro è “VERITÀ”, perché in tale scambio, in questo essere contemporaneamente modello creato e creatore di modello, esce fuori l’intera verità del rapporto che si instaura nel momento in cui scatto.”

 

Vox Zerocinquantuno, 25 novembre 2020

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