McCain: come l’elogio di un repubblicano diventa l’arma della sinistra americana, di Jacopo Bombarda

 

Per spiegare lo stato di schizofrenia in cui attualmente versa la sinistra nel nostro Paese, ci viene in aiuto, inaspettatamente, una vicenda capitata a migliaia di chilometri di distanza, oltre oceano.

Mi riferisco alla morte di John McCain, esponente repubblicano di lunghissimo corso, già avversario di Obama alle Presidenziali del 2008: la sua dipartita è stata salutata con un cordoglio francamente eccessivo in particolare dalla stampa “progressista” o presunta tale.

In particolare, in questi giorni ci si riferisce a McCain come l’uomo che “fino all’ultimo ha sfidato Trump”, che ha votato contro alla sua proposta di modifica della riforma sanitaria di Obama.

Si dovrebbe però specificare che il voto contrario di McCain, era stato dettato da ragioni più di metodo che di merito, in quanto l’anziano Senatore riteneva che in una materia delicata come quella sanitaria fosse necessario ricercare un consenso bipartisan prima di intervenire, piuttosto che farlo a forza di spallate, come è uso dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

Ma a destare sgomento è l’altro argomento che la stampa “progressista” (o presunta tale, è d’obbligo ripetere) usa per esaltare la figura di McCain quale “oppositore di Trump”.

Mentre Trump, infatti, da ricco figli di ricchi, trovò il modo di farsi riformare per non partecipare alla guerra in Viet Nam, McCain, militare figlio e nipote di militari, a quella guerra partecipò, venne fatto prigioniero dal “nemico”, fu torturato per anni e alla fine restituito alla patria.

Un eroe di guerra, insomma, da contrapporre al disertore.

Si dimentica che la guerra di cui McCain fu “eroe” è stato il più grande massacro di civili dopo la Seconda Guerra Mondiale, con oltre due milioni di morti fra la popolazione locale.

Una guerra di aggressione e di invasione contro un Paese lontanissimo per impedire a tale Paese di autodeterminarsi (solo qualche anno dopo sarebbe nata l’espressione “esportare la democrazia”).

Una guerra del resto i cui effetti sulla paese invaso ma anche sui militari americani sono stati raccontati da grandi registi come Martin Scorsese, Oliver Stone, Michael Cimino, Stanley Kubrick e se vogliamo Francis Ford Coppola; mentre i funerali di McCain, in un tripudio di uomini vestiti in varie divise, volto contrito e fisico imponente, non possono non far venire in mente l’irresistibile parodia del militarismo che un altro grande regista come Quentin Tarantino ci offre in Pulp Fiction.

Il punto, dunque, è di facile lettura: se la “sinistra” (o presunta tale) per combattere un populista pericoloso, arrogante e razzista, non trova niente di meglio che un conservatore militarista (un reazionario, si sarebbe detto una volta) solo in ragione delle sue buone maniere e del suo senso dello Stato, Trump e i suoi emuli in tutto il pianeta possono dormire fra due guanciali per qualche altro anno.

Tuttavia, mentre la sinistra (o presunta tale) americana e la stampa progressista (o presunta tale) italiana facevano a gara a chi tesseva di più e meglio le lodi di un anziano politico conservatore, proprio dall’America pare arrivare qualcosa di nuovo in vista delle prossime elezioni di Mid-Term.

Attenti come sempre alla forma e all’immagine ancor più che alla sostanza, oltreoceano i democratici, pur in assenza di un’approfondita analisi politica, stanno dando prova di aver imparato, seppur con le abituali maniere spicce, la lezione arrivata dalla vittoria di Trump.

Così, a sfidare i “maschi bianchi” repubblicani per le cariche di deputati, senatori e governatori, i democratici schiereranno una foltissima batteria di outsiders spesso di formazione sanderista.

Molte donne, quasi sempre slegate dall’establishment ben rappresentato dalla famiglia Clinton e dagli Obama, spesso giovani e altrettanto spesso appartenenti a minoranze etniche, con una presenza non trascurabile di bisessuali, omosessuali, e persino una candidata trans gender: la più nota di loro, la ventottenne candidata al Congresso Alexandria Ocasio Cortez (sicura dell’elezione correndo in un collegio di provata fede democratica in quel di New York) non fa mistero di essere, addirittura, “socialista”.

Se queste candidature dovessero avere successo, si spera che chi di dovere capisca che di solo pragmatismo si muore, e anche abbastanza presto.

E si faccia, finalmente, da parte.

Vox Zerocinquantuno n.26, settembre 2018


Jacopo Bombarda, classe ’88, laureato in legge

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