Medicina per tutti? Il futuro dell’accesso programmato, di Matteo Scannavini

 

Il 4 settembre scorso circa 67000 ragazzi italiani hanno affrontato il temuto test d’ingresso della facoltà di Medicina e Chirurgia, gareggiando per accaparrarsi uno dei 9976 posti disponibili in tutto lo stivale. Cento minuti e sessanta quesiti a risposta multipla per stabilire chi tra loro più meritasse l’accesso agli studi per l’anno accademico 2018/2019. Solo il 14% dei candidati si è quindi goduto il successo dell’ingresso, mentre i restanti hanno intrapreso con più o meno delusione il proprio piano B, sempre indispensabile quando si tenta medicina, conservando in maggioranza l’intenzione di ritentare il test l’anno venturo.

Questi ultimi avranno fatto capriole quando il 15 ottobre nel comunicato del governo di sintesi dei principali punti della legge di Bilancio è apparso scritto “Si abolisce il numero chiuso della Facoltà di Medicina, permettendo così a tutti di accedere agli studi”. Chissà cos’altro avranno poi fatto quando è arrivata poco dopo la, prevedibile, smentita. Non si trattava tuttavia della classica fake news, la sopracitata frase figurava infatti nero su bianco nel comunicato. È stato piuttosto un caso di passo falso, corretto con relativa prontezza dei ministri pentastellati Bussetti e Grillo, rispettivamente Istruzione e Salute, che hanno annunciato come obiettivo sul medio lungo periodo il graduale aumento dei posti fino all’abolizione totale dell’accesso programmato. La questione è stata quindi messa al tavolo di discussione con CRUI (Conferenza dei Rettori Universitari), che si è pronunciata contraria alla cancellazione del numero chiuso ma favorevole ad un aumento del 50% del numero delle matricole nel giro di pochi anni, traguardo che comporterebbe 15000 disponibili in tutt’Italia.

Falso allarme quindi per i tanti che passeranno almeno la prossima estate ancora in compagnia del voluminoso libro di preparazione degli Alphatest, pur consolati dall’avere, probabilmente già dall’anno prossimo, qualche speranza in più di superare l’ostile prova.

Questi i fatti. Cerchiamo ora di analizzarli e di comprendere perché la notizia, in apparenza accolta come una difesa del libero diritto allo studio, ha generato polemiche tra molti membri del settore. Le ragioni più basilari per contestare l’accesso libero a medicina sono i numeri: come detto in partenza, quest’anno erano quasi in 70000 a tentare l’iscrizione, un dato per altro inferiore alla media dell’ultimo periodo; si capisce quindi che contenere tutti nelle classi è al momento oggettivamente impossibile, non solo per la capienza delle aule e dei laboratori dei singoli atenei, che non hanno sedie né strumentazione a disposizione per tutti, ma, ancora più importante, per il ristretto numero di borse di specializzazione, oggi 6934, insufficienti persino per la quantità di iscritti attuali a Medicina. Eugenio Gaudio, rettore della Sapienza di Roma, ha spiegato come ogni anno si registri un avanzo di circa 3000 studenti che conseguono la laurea senza riuscire a prendere la borsa di specializzazione, andando a popolare un limbo che permette di lavorare solo come guardia medica, medico in seconda di professionisti in ferie o medico in cliniche private, tutte professioni che per altro molti neo-laureati svolgono in parallelo alla specializzazione.

Resta poi sempre valida l’alternativa dell’estero, opzione che molti considerano valida non solo per la specializzazione ma soprattutto per prendere la laurea, aggirando così il test italiano. In Francia, Spagna, Germania, Romania e molti paesi dell’Est le facoltà di medicina godono di numero aperto o di più semplici criteri di ammissione, come un alto voto di maturità, parametro tutt’altro che oggettivo, e una certificazione della conoscenza della lingua del luogo. Non deve infatti stupire se il 40% degli iscritti all’albo degli odontoiatri ha conseguito la propria laurea in Albania. Il modello francese in particolare è quello che più spesso usato come termine di paragone: primo anno libero per tutti e poi sbarramenti per chi ha meritato meno. Che piaccia o meno, tale sistema non è al momento proponibile in Italia, che rispetto alla Francia presenta una proporzione tra candidati, strutture e risorse a disposizione tale da non permettere un numero aperto, anche se solo per un anno. Servirebbero massicci investimenti per aumentare le borse di specializzazione e rendere i servizi di aule, laboratori, borse di studio e mense capaci di coprire una richiesta di studenti 7 volte maggiore dell’attuale.

A queste motivazioni pratiche (ad oggi non aggirabili, vedremo sul medio lungo periodo) possono poi essere aggiunte considerazioni etiche sull’accesso libero. Certo è che il test a risposte chiuse non è un metro perfetto per stabilire l’idoneità di un candidato rispetto ad un altro: il fattore stress incide molto sulla singola prova e, nonostante le numerose contromisure del caso, qualche furbo che trova un modo per copiare c’è sempre; quest’anno ad esempio la mattina del 4 settembre si è registrato un sospetto picco di ricerche su Google del termine “frattale”, un ente matematico sconosciuto ai più la cui definizione era casualmente una domanda del test. Questo fa capire, oltre alla scorrettezza di certi, che il test sia migliorabile, ad esempio per quanto riguarda le domande di cultura generale: per esempio, molti non avrebbero problemi a farsi curare da un medico che non sa quanti milioni di follower abbia Chiara Ferragni, eppure la domanda, pur con un solo sessantesimo, ha contribuito a determinare chi fosse degno di appartenere alla futura classe di medici del paese.

Fatte queste premesse, occorre comunque chiedersi: è davvero giusto che sia tolta ogni forma di filtro per un facoltà come Medicina? Davvero tutti i 70000 giovani che ogni anno provano la sfida sono preparati e motivati per affrontare quel percorso? Dire che in nome della libertà tutti possono accedere agli studi suona bene, ma comporta anche un affollamento delle lezioni, quindi una compromissione dello stesso diritto allo studio che si vuole proteggere, anche con persone che tentano con poca serietà un difficile percorso che richiede applicazione e conoscenze di base fin dal suo principio.

In conclusione, si augura al governo del cambiamento di riuscire a trovare i finanziamenti (magari con un aumento del debito?) per perseguire un giusto aumento degli accessi, nonché delle borse di specializzazione, a patto di mantenere la consapevolezza che il diritto allo studio appartiene a tutti ma comporta anche il dovere di studiare e, soprattutto per un medico, da subito.

Vox Zerocinquantuno n.28, novembre 2018


Matteo Scannavini, 18 anni, studente. Coltiva la passione per la scrittura e la recitazione realizzando sceneggiature ed interpretando ruoli in cortometraggi prodotti insieme ad amici.

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