Meta-morphosis: l’uomo e la storia nell’arte di Zhang Dali, di Roberta Antonaci

Dal 23 marzo al 24 giugno 2018, è in mostra a Bologna il padre della street art cinese. Le opere di Zhang Dali però spaziano molto oltre i confini del graffitismo e dell’arte di strada, e si muovono tra materiali diversi. L’artista dà forma all’essere umano alla luce della storia in cui vive immerso. Le stanze di Palazzo Fava, Fondazione “Carisbo” e “Genus Bononiae. Musei nella città” offrono un tributo all’artista con la prima antologia a lui dedicata.

L’esposizione si snoda sui tre piani del palazzo, tocca argomenti diversi ma ciò che rimane costante è la rappresentazione dell’uomo. Si parte con un racconto dei primissimi anni di produzione dell’artista. Le opere del 1987-88 sono olii su vinile, una serie intitolata Human world. Il formato è verticale, si chiama scroll ed è tipico del dipinto giapponese. Sempre dei primi anni di attività ma cronologicamente posteriori sono le opere di street art, Dialogue and demolition (1999). I processi di costruzione e demolizione sono quelli che hanno accompagnato l’urbanizzazione del territorio di Pechino. Dali dipinge sulle pareti, e poi distrugge il pieno del muro lasciando uno spazio vuoto che ha la forma del disegno iniziale.

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Violenza è una delle parole chiave della mostra. Anche l’urbanizzazione che ha costretto i contadini a una migrazione di portata notevole, è stata, secondo l’artista, una violenza. Spiegazione ne è l’incapacità, in questo caso, per gli uomini, di decidere il proprio futuro, di essere padroni e controllare la propria vita. Ciò che ne rimane è la sopravvivenza, che, dice Dali, non concede spazio alla creatività. Quest’ultima è una caratteristica propria dell’essere umano, che grazie ad essa costruisce la sua personale storia. La violenza è rappresentata in modo imponente e letterale dalla serie di olii AK-47 (2000). La sigla è il nome di un’arma, un Kalashnikov. Ritratti di grandi dimensioni riempiono le sale di Palazzo Fava. Da lontano percepiamo le forme che compongono volti anonimi di persone comuni (si tratta di fototessere trovate negli archivi di studi fotografici dismessi). Nell’avvicinarci ci rendiamo conto che i tratti dei visi che guardiamo risultano dalla giustapposizione di tasselli, formati con la scritta AK-47. Nel pannello esplicativo si legge infatti che l’artista considera la violenza come una parte costitutiva dell’essere umano.

Tra il 2013 e il 2014 l’artista si dedica al cianotipo. Ne realizza una serie che intitola World’s shadows. Il cianotipo è un fotogramma, inventato nel 1892, e possiede due caratteristiche che hanno ispirato Dali: da una parte, l’immagine colta non può essere alterata o modificata; dall’altra, non può essere riprodotta. Le immagini rappresentano delle ombre, fissate sulla carta trascendendo la loro fuggevolezza ed immaterialità. Nella stessa sala si trovano anche due sculture dalla serie Permanence (sculture in marmo bianco, 2015-16). All’opposto delle ombre, le statue pesano con la loro materialità, e brillano nella sala. Il corpo umano è riportato con un materiale associato agli eroi dell’età classica, e che in Cina è un simbolo di status elevato. Questo materiale dà alle persone comuni la possibilità di permanere nel tempo, lontani dalla sofferenza che li attraversa.

Il secondo piano del palazzo è dedicato a un lavoro che Dali ha svolto tra il 2004 e il 2011. L’artista racconta una seconda storia della Cina, serie che ha infatti come titolo Second history. Le fotografie qui esposte sono tratte da archivi di stato, immagini che sono state usate pubblicamente e che hanno avuto valore storico. Ma grazie a Dali lo spettatore scopre che sono state tutte ritoccate, abbellite, o addirittura che sono il montaggio finale di frammenti fotografici diversi. La manipolazione, la trasformazione, hanno un significato politico oltre che sociale. Proprio una seconda storia sembra essere stata scritta, sopra quella reale, che l’artista ricostruisce.

L’ultimo piano ospita un’installazione di grande impatto, già anticipata al piano sottostante con un video in cui viene spiegata la realizzazione delle opere. Dall’ingresso della sala si intravedono ombre sul muro, poi, alzando lo sguardo, ci si trova di fronte a statue di grandezza umana, calchi di persone comuni realmente esistite, appese a testa in giù. Il pannello informativo titola Chinese offspring, il nome della serie, realizzata tra il 2004 e il 2010. Sono sculture di lavoratori migranti colate in vetroresina; sono i corpi dei contadini giunti in città in cerca di lavoro in seguito all’urbanizzazione. Le sculture sono state esposte appese a testa in giù a significare la mancanza/perdita di controllo delle persone sulla propria vita:

«la linea di demarcazione tra esistenza e morte non consiste nell’estinzione etnica ma nell’annientamento della cultura. […] Quando le persone vivono nella sofferenza e nel caos non sono in grado di formulare un giudizio obiettivo sul comportamento gli uni degli altri. Questo porta all’inflazione di ambizioni sfrenate e all’inizio del potere assoluto»*.

La mostra è un importante scorcio su questo artista per la prima volta esposto in Italia. L’allestimento segue il percorso cronologico della produzione di Dali e ne enfatizza l’opera riuscendo a creare il giusto impatto tra l’essere umano rappresentato e l’essere umano che guarda la rappresentazione. Siamo tutti protagonisti di una storia, che sembra ripetersi. Siamo capaci di prenderne parte attiva? O siamo anche noi appesi a testa in giù, a subire un destino scelto da altri?

Vox Zerocinquantuno n.21, aprile 2018

*Le citazioni contrassegnate sono prese dai pannelli informativi presenti alla mostra e provengono dal libro di Zhang Dali: Zhang Dali, Wuhan, United Art Museum, 2015.


Roberta Antonaci ha conseguito la laurea triennale in DAMS arte e la magistrale in Semiotica presso lUniversità di Bologna. Esperta di arte, applica le teorie della comunicazione al fine di leggere anche le più recenti forme di espressione artistica a partire dai loro aspetti formali, e a questi dedica la sua ricerca sul campo, esplorando mostre ed eventi legati al tema.

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