Migranti, le promesse da La Valletta: cambio di forma o di sostanza? Di Matteo Scannavini

L’era della propaganda dei porti chiusi e di stop all’invasione è finita. Non è stato merito di un elevamento culturale dell’italiano medio quanto dell’harakiri di Salvini, che ora continua a sbandierare gli stessi proclami ma trincerato all’opposizione. Nelle intenzioni dell’Italia, la chiave della nuova linea sull’immigrazione sarà la condivisione di responsabilità dei paesi europei attraverso un sistema di redistribuzione.

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Il vertice a quattro di La Valletta di lunedì scorso sembra aver segnato il primo passo in avanti, “storico” per Conte e “piccolo” per un più prudente Minniti, in questa direzione. Ma il percorso resta accidentato e le prime analisi della bozza di accordo sollevano già numerose criticità, su tutte l’esigua percentuale di migranti interessata dalle potenziali norme e il mantenimento degli accordi con la Libia, terra di accertate violazione di diritti umani.

La strada è lunga e indicazioni sull’effettiva partecipazione europea arriveranno il 7 e 8 ottobre al consiglio di Lussemburgo. Ma è intanto è giusto chiedersi in che misura la politica del Conte bis sia una vera svolta di contenuti o solo un formale cambio di registro.
Che sia presto per cantare vittoria lo hanno riconosciuto tutti. La prudenza nella dichiarazioni e la maggior attenzione al linguaggio istituzionale sono del resto i tratti più marcatamente diversi tra l’ultimo governo e l’attuale. Il passaggio di volto al Viminale dall’onnipresente capitano alla fantasma dei social Luciana Lamorgese ne è il massimo esempio. Sulla svolta di contenuti in materia d’immigrazione, invece ci sono più dubbi. Di certo va riconosciuto che la nuova ministra si è per lo è meno seduta a trattare al tavolo europeo, interrompendo di fatto la tradizione di assenteismo del suo predecessore.

Da quel tavolo, tenuto tra Italia, Malta, Francia e Germania, sono emersi i seguenti punti: il superamento del regolamento di Dublino, che affidava la gestione della richiesta di asilo al paese di primo approdo, per mezzo di un sistema di redistribuzione che stabilisca quote di ricollocamento dei migranti per ciascun paese; la rotazione dei porti di sbarco su base volontaria, che tuttavia infrange le norme internazionali che prevedono di effettuare lo sbarco il più veloce e vicino possibile dopo il soccorso; l’adesione dei paesi dell’Unione su base volontaria, tutelata da possibili sanzioni ai non aderenti ma priva di garanzie solide su lungo termine, soprattutto in caso d’incremento delle migrazioni; il mantenimento degli accordi presi nel 2017 con la Libia, che prevedono il finanziamento e l’addestramento della loro guardia costiera per trattenere le barche di migranti clandestini; molti rapporti ONU e testimonianze di immigrati sbarcati descrivono le carceri libiche come un inferno, dove violenze e stupri verso i trattenuti sono all’ordine del giorno.

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Infine, un punto critico per i sostenitori dei porti aperti quanto per l’elettorato leghista: gli accordi proposti a La Valletta riguarderanno una minima percentuale dei migranti. Secondo le dichiarazioni di Lamorgese, le precitate norme saranno infatti previste solo per i migranti soccorsi da navi militari o delle ong, che quest’anno, sui 7000 sbarcati in Italia, sono stati tra l’8 e il 9%. La maggior parte dei migranti è invece arrivata su barche clandestine, entrate autonomamente senza il soccorso di ong o militari. Inoltre, al momento l’accordo di Valletta interessa solo la rotta del Mediterraneo Centrale, ovvero quella in cui i migranti sono un problema per Italia e Malta. Nella futura discussione dell’accordo, Spagna e Grecia, i paesi europei con il maggior numero di sbarchi nel 2019, avranno probabilmente da ridire sull’esclusione nei patti delle corsie del Mediterraneo Occidentale e dell’Egeo, attraversate dai flussi migratori provenienti, rispettivamente, da Marocco e Turchia. Un problema superabile, ma già sintomo di come l’Europa non stia ancora ragionando come collettivo.

I nodi da risolvere sono quindi ancora tanti. Se l’aria di promesse e partecipazione non incanta nessuno, per lo meno i teatri mediatici come i casi Sea Watch e Diciotti sembrano appartenere al passato. Restano invece parte dell’attuale legge italiana i due decreti sicurezza, portatori di diversi profili di incostituzionalità. Provvedimenti che recano la firma di Conte e che il premier, anche nella sua lunghissima serie di stoccate a Salvini nel corso delle celebri dimissioni in Senato, non ha mai rinnegato. La loro cancellazione sembrava prioritaria sull’agenda del PD, ma al momento sembra prevalere la linea di Minniti, precursore silenzioso della Lega agli Interni e padre del discutissimo accordo con la Libia. Nonostante il netto cambio di forma, la sostanza della trasformazione delle politiche per l’immigrazione dal Conte 1 al Conte 2 pare ancora molto ambigua. Il tempo saprà dare risposte più chiare, nel mentre occorre restare restare vigili e non illudersi.

Vox Zerocinquantuno, 25 settembre 2019

Foto: Bianco


Matteo Scannavini, 19 anni. Studente di Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa.

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