Mio padre era comunista, di Luca Martini. Recensione di Matteo Scannavini

 

Non è la canzone di Motta, ma il titolo del primo romanzo di Luca Martini (Bologna, classe 1971), recentemente pubblicato per Morellini Editore e presentato il 14 febbraio presso la libreria Ambasciatori di via degli Orefici. Si tratta di un romanzo di narrativa intimistico e privo, a differenza di quanto il titolo potrebbe suggerire, di connotazioni o pretese politiche. Arrivato all’ultima pagina, il lettore non conosce infatti l’orientamento di partito di Martini, che s’impegna invece a raccontare un viaggio introspettivo nella psiche del suo protagonista, attraverso cui intende mostrare le difficoltà dell’essere umano di trovare una posizione accettabile per se stesso e a comprendere le proprie, talvolta scomode, figure genitoriali.

Nato dall’espansione di un racconto del 2008, Il comunista, il libro racconta le vicende di Virginio, un affermato professionista per un’azienda metalmeccanica dell’Emilia-Romagna, dotato dellla giusta dose di cinismo necessaria quando si occupano ruoli dirigenziali. Prossimo alla soglia dei 50 anni, Virginio è diventato, con la sua carriera, la completa antitesi ai valori di sinistra respirati in un infanzia anormale, occupata dall’ingombrante figura di un padre comunista. Un uomo chiuso, severo e silenzioso, di un’educazione definibile siberiana, odiato e rinnegato dal figlio per le scelte con cui condizionò lui e l’apparentemente invisibile madre: prima l’imposizione della religiosa partecipazione alle attività del partito, fatte d’incontri alle letture; poi l’abbandono tramite un misterioso suicidio, compiuto all’interno della sua 128 sport rossa, in cui lasciò stracciata la propria tessera del PC.

Le ombre di questi traumi, rinnegate insieme alla detestata figura paterna e ai suoi valori, sono tuttavia destinati a riemergere con prepotenza a partire da un episodio casuale: rivedendo la stessa auto in cui il padre si tolse la vita, Virginio inizia una discesa lungo gli inferi della propria infanzia, una profonda crisi in cui dovrà risolvere i quesiti del suo passato e mettere in discussione se stesso.

L’intreccio della vicenda si realizza in frequenti salti tra presente (2012) e passato (1977), che portano al rispettivo alternarsi dei due ambienti della storia, uguali ma diversi: la Bologna moderna e la Bologna degli anni ’70. Queste vengono dipinte dall’autore in decisa opposizione e con forte sbilancio in favore della seconda: la prima è più turistica ma meno viva, colpita da una parziale perdita d’identità, mentre la seconda è più vera, mitizzata e rimpianta, panorama di un vivace fermento politico ma anche di tensioni; è una Bologna “bella ma difficile, presuntuosa” secondo le parole di Martini, che la ricorda con lo sguardo affettuoso e nostalgico con cui la videro i suoi occhi di bambino.

In questa Bologna l’ideologia comunista, allora diffusissima, diviene ovviamente un elemento imprescindibile del libro, non tanto come argomento di dibattito quanto come contorno politico che offre espedienti narrativi, talvolta in chiave comica, per far comprendere appieno un ambiente culturale e uno dei suoi membri, l’enigmatica figura del padre.

A lui come agli altri personaggi Martini riserva una curata analisi psicologica, che muove nel grigio delle sfumature e nelle sfaccettature di ciascun individuo senza cadere nella manichea distinzione tra buoni e cattivi. L’autore si pone con grande indulgenza verso di loro, tenendosi lontano da giudizi morali e professando tolleranza verso la fallacia della natura umana. Virginio in primis rappresenta un personaggio dal carattere non facile con il quale Martini permette al lettore di costruire un rapporto di immedesimazione empatica.

Perdono e comprensione sono infatti valori chiave del romanzo, che mira ad avviare nel lettore riflessioni e a far riaprire il dialogo coi propri genitori, spesso condannati a vita a causa di errori commessi in buona fede.

Un moderno valore aggiunto al romanzo è inoltre giocato dalla dimensione musicale, presente attraverso una serie di brani inserita nel libro, sia come parti dirette della storia sia come fonti d’ispirazione per Martini nel realizzarla. L’eterogenea playlist, omonima del libro e disponibile su Spotify, si muove in prevalenza tra importanti nomi della passata generazione, quali Gaber, Dalla, Bennato e Baglioni, accostanti ai più recenti Motta e Arisa.

Con Mio padre era comunista Luca Martini porta così a compimento il suo esordio da romanziere, un sogno coronato dalla conferenza da Ambasciatori presentata dalla penna del noir bolognese Alessandro Berselli. A simboleggiare l’emozione dello scrittore, così come la sua umiltà, la foto che lui stesso ha scattato al pubblico presente in libreria, inaspettatamente numeroso. Non resta dunque che mettere alla prova con lo stesso trasporto Martini, lasciandosi accompagnare lungo l’indagine tra le psiche di Virginio e di suo padre comunista.

Vox Zerocinquantuno n.31, marzo 2019

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