No alla personalizzazione, sì alla riforma. Il referendum ci dirà se l’Italia vuole cambiare. di Martino Buran

Il referendum costituzionale di ottobre si avvicina e Matteo Renzi ha scelto il Teatro Niccolini di Firenze per iniziare ufficialmente la campagna elettorale per il sì. Si prospettano cinque mesi di accesso dibattito politico tra Governo e opposizione, infatti un’eventuale vittoria del no sarebbe un durissimo colpo per il premier. Come lui stesso ha più volte ricordato, la sua carriera politica è direttamente connessa al risultato della consultazione sulle riforme istituzionali.
La personalizzazione, messa in atto dall’ex sindaco di Firenze, rischia tuttavia di far passare sotto traccia il contenuto della riforma, l’unica cosa su cui bisognerebbe veramente dibattere.

Cosa prevede il ddl Boschi e quali sarebbero lo conseguenze pratiche di una vittoria del sì?
Le materie coinvolte sono il Senato, il Titolo V, l’elezione del presidente della Repubblica, il CNEL e il referendum.

La riorganizzazione della struttura e delle competenze del Senato è indubbiamente il tema centrale della riforma. L’obiettivo del ddl è quello di superare il bicameralismo perfetto che, secondo i sostenitori del sì, è una delle cause principali della lentezza, per usare un eufemismo, del processo legislativo italiano.
Nel 1948 la decisione di adottare un bicameralismo ridondante era motivata dalla volontà, condivisa dell’assemblea costituente, di porre le basi affinchè non si ricreassero le condizioni per il riproporsi di un nuovo regime autoritario come il fascismo. Nonostante questa giustificazione fosse comprensibile alla fine della Seconda Guerra Mondiale, oggi appare superata.

Come cambierebbe il Senato?
In primo luogo i senatori non saranno più 315, bensì 100 (95 scelti dalle regioni e 5 dal Presidente della Repubblica). Solo la Camera dei deputati potrà votare la fiducia al Governo, svolgere la funzione di indirizzo politico, la funzione legislativa e quella di controllo all’operato del Governo. Il Senato manterrà la funzione legislativa sui rapporti tra Stato, Unione Europea e enti territoriali. Voterà inoltre con piena facoltà soltanto le leggi in materia di riforma costituzionale, referendum, trattati internazionali, materia sanitaria, sistemi elettorali per competizioni sub-nazionali e diritto di famiglia. Anche se, considerato i 28 anni di attesa per una legge sulle unioni civili, quest’ultima materia poteva essere tralasciata.

Il resto della legislazione ordinaria sarà competenza esclusiva della Camera, superando così la classica navetta parlamentare. Il Senato potrà comunque fare osservazioni e proposte di modifica, ma la Camera le potrà scartare.

Verranno inoltre conferiti al Governo alcuni strumenti di forzatura con i quali potrà velocizzare i tempi della votazione parlamentare, ma sarà anche costretto a seguire norme più rigide per quanto riguarda la preparazione dei decreti legge.

Queste sono in sostanza le novità principali che interesserebbero il Parlamento italiano in caso di vittoria del sì al referendum di ottobre. La logica alla base della riforma è essenzialmente velocizzare l’iter legislativo e dare maggior potere al Governo su questo tema. Tale volontà deriva dall’immobilismo che ha contraddistinto il sistema italiano durante la Prima Repubblica e, seppur in misura minore, la Seconda Repubblica.
La crisi economica che sta dissanguando lo stato da otto anni e il crescente malcontento dell’opinione pubblica, rendono una riforma costituzionale di questa portata non più rimandabile.

Ma questo ddl presenta evidentemente alcuni punti oscuri: innanzitutto è lecito chiedersi se i 95 senatori scelti dalle regioni, tra cui 21 sindaci, avranno il tempo per svolgere efficacemente entrambi gli incarichi oppure se interpreteranno la loro mansione al Senato come una sorta di dopolavoro facoltativo.
Inoltre una riforma costituzionale così significativa dovrebbe essere sostenuta da una maggioranza parlamentare più ampia. Infatti la risicata maggioranza, in particolar modo al Senato, con la quale è stata approvata la legge, comporta un evidente problema di legittimazione.

Da un lato è comprensibile l’atteggiamento del Governo di voler portare a termine il prima possibile questa legge, i cittadini hanno aspettato fin troppo tempo. Dall’altro, però, e’ nota la reticenza dei politici italiani al cambiamento, soprattutto se questo significa la perdita dell’incarico, e quindi, dello stipendio per molti di loro.

Le opposizioni evidenziano anche il rischio di autoritarismo che aleggia su questa riforma, ma tale critica risulta poco credibile visto che il Parlamento italiano si conformerebbe a quello degli altri paesi dell’Europa Occidentale dove di dittature, almeno per il momento, non se ne vedono.

Alcuni costituzionalisti hanno giustamente fatto notare che gli elettori saranno chiamati a votare per un unico quesito quando, in realtà, sono diverse le riforme che interessano la legge, in questo modo sui votanti prevarranno le ragioni politiche estranee al merito della legge. Ma probabilmente è proprio questo l’obiettivo del Presidente del Consiglio.

È evidente a tutti: la riforma istituzionale non è perfetta e presenta alcune criticità in diversi punti, figlia della continua decadenza intellettuale della classe politica italiana. Tuttavia è da apprezzare la volontà di porre rimedio ad alcuni problemi strutturali del sistema istituzionale che hanno rappresentato un pesante deficit per lo stato italiano. Per oltre vent’anni i governi, sia di destra che di sinistra, si sono lamentati del bicameralismo perfetto e della sua macchinosità. Finalmente qualcosa sta cambiando e la direzione sembra essere quella giusta.
La vittoria del sì non rappresenterebbe senz’altro la soluzione ai problemi italiani, ma sarebbe sicuramente un bel segnale di apertura al cambiamento, ciò che veramente serve a questa Paese.

Vox Zerocinquantuno, n 2 giugno 2016


Martino Buran, laureando in Scienze Politiche presso l’Università di Bologna, ha già collaborato per altri web giornali.

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