Non solo Amazzonia: la sfida alle fiamme del mondo, di Matteo Scannavini

L’allarme Amazzonia è divampato in tutto il mondo. Con esso, anche una serie di imprecisioni scientifiche e fake news, incontrollabili quanto gli incendi nella diffusione di una notizia su scala globale. Occorre quindi fare chiarezza tra il fumo sollevato della questione, che, pur catastrofica, è stata per lo meno indice di una maggior sensibilità al tema ambientale da parte della comunità internazionale. Perché la vicenda del Brasile è destinata a riproporsi in più focolai del mondo, che dovranno essere fronteggiati come un attore collettivo al di sopra delle sovranità nazionali.

Prima di tutto, un po’ di coordinate per muoversi all’interno di un quadro più rigoroso. La deforestazione dovuta agli incendi dolosi è un problema storico del Brasile, che ha raggiunto un picco negativo quest’anno: in agosto si sono persi 2.254 kmq di foresta, ovvero il 278% in più rispetto allo stesso mese nel 2018. Importante complice di tale peggioramento è il presidente Jair Bolsonaro, che ha da sempre professato e dimostrato sprezzo verso la questione ambientale, anche realizzando leggi per allentare la tutela dei boschi e aprire la strada alle speculazioni delle lobby agricole, molto potenti in Brasile. L’origine dei roghi è infatti antropica e lo scopo è ottenere terreni per allevamenti e coltivazioni, soprattutto di soia. I danni del fenomeno sono devastanti: perdita di biodiversità, distruzione dei territori abitati dagli indigeni e rilascio di enormi quantità di CO2, che andranno a gravare ulteriormente il riscaldamento globale, incrementando un circolo vizioso che favorirà altri incendi naturali.

Non sarà invece significativamente compromessa la produzione di ossigeno del pianeta: il dato fatto circolare da più fonti, tra i quali la NASA e Macron, secondo cui il 20% dell’ossigeno sarebbe generato dalla foresta amazzonica, è privo di una condivisa validità scientifica. Il valore calcolato dalle autorevoli stime degli scienziati Michael Mann e Jonathan Foley, si aggira invece intorno al 6%, quantità che viene in maggior parte consumata dalle specie locali. Ad ogni modo, un preciso bilancio dei danni potrà essere fatto solo a fiamme spente.

La questione non è quindi nuova ma deve comunque preoccupare. Soprattutto perché, nonostante l’opinione pubblica si sia focalizzata sul Brasile, la deforestazione non è un’esclusiva dello stato di Rio de Janeiro. Oltre alle nazioni confinante occupate dalla foresta amazzonica, guardando all’Africa si nota come anche Ghana, Liberia, Costa d’Avorio, Congo, Angola e Zambia siano interessate da una stessa crisi incendiaria, generata dai medesimi fini economici. Secondo un report del Global Forest Watch, tra il 2017 e il 2018 il Ghana ha visto un incremento della perdita di foresta primaria del 60%. Catastrofi appiccate dalla mano dell’uomo che vanno a sommarsi a quelle generate indirettamente, come gli incendi in Siberia, Alaska, Artico e Groenlandia scoppiati per l’aumento di siccità.

Letteralmente davanti alle fiamme della nostra casa, come titolava senza esagerazioni il libro di Greta Thumberg, la comunità internazionale sembra star lentamente maturando e organizzando un’azione consapevole. Le pressioni su Bolsonaro, restio a intromissioni estere e intento a tutelare gli interessi delle aziende agricole, lo hanno infine forzato ad accettare i 17,9 milioni per spegnere i roghi. Il braccio di ferro con l’autoproclamato Nerone suona quindi come speranzoso preludio a nuove battaglie collettive per la difesa dell’ambiente nei decenni a venire.
Intanto, indipendentemente dagli sviluppi degli intricati nodi internazionali, ci sono una serie di azioni più o meno impegnative che chiunque può fare per migliorare la situazione. Per esempio, si può partire dalle donazioni alle numerose ong che stanno operando in favore l’Amazzonia: le note WWF e Green Peace, ma anche Amazon Watch, che ha avviato una petizione di sostegno ai movimenti di protesta brasiliana, Rainforest Action Network, i cui fondi aiutano le comunità di frontiera dell’Amazzonia, o Rainforest Trust, che compra territori della foresta pluviale per sottrarli alla speculazioni. Un altro aiuto, semplice e poco impegnativo, può essere l’utilizzo di Ecosia, un ingegnoso motore di ricerca i cui ricavi vengono impiegati nella piantagione di alberi per il mondo, rendicontata con rapporti finanziari mensili. Infine vi sono le azioni individuali più radicali, su tutte la riduzione del consumo di carne. È infatti l’allevamento di bestiame, e la connessa coltivazione di vegetali per la produzione di mangimi, a dar forte spinta alla deforestazione: senza una così alta domanda di carne in tavola, bruciare i territori delle foreste risulterebbe molto meno redditizio. Il traguardo aspirato è un consumo controllato e consapevole, che premi prodotti con certificazioni di rispetto degli standard ambientali.
Non si tratta di politica, nazioni, destra, sinistra o centro. La sfida alle fiamme del mondo è una sfida di tutti. È la battaglia come specie biologica che è paradossalmente riuscita a remare contro il proprio istinto sopravvivenza e a cui è rimasto veramente poco tempo per invertire la rotta.

Vox Zerocinquantuno n.37 Settembre 2019


Matteo Scannavini, 19 anni. Studente di Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa.

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