“Non tutti sanno che”…Le curiosità storiche di Bologna digitalizzate

Grazie alla sinergia tra un cittadino di Bologna, il signor Carlo Pelagalli, e il Comune di Bologna, è stato possibile realizzare un archivio digitale dove sono conservate notizie preziose che descrivono la città di tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’ ‘800.

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All’interno di Origine di Bologna, infatti, possiamo trovare la storia dei nomi di strade, vie, vicoli, piazze e voltoni; delle torri, degli edifici, di quelli monumentali, ma anche civili e religiosi. La storia delle abitazioni scomparse, e della numerazione dei civici antichi in vigore dall’inizio del XIX secolo fino al 1878, ma anche dell’attuale numerazione, delle botteghe storiche, delle numerose locande, trattorie, osterie. È presente naturalmente una sezione dedicata ai corsi d’acqua, quelli a cielo aperto e quelli tombati, e un’altra in cui sono descritti orti, giardini, prati, corti e pertinenze.

Le notizie più affascinanti sono senza dubbio quelle relative alle curiosità che hanno reso la “Grassa” non solo bella ma anche misteriosa. Di seguito alcune di queste informazioni curiose contenute nel portale.

Degli antichi portici con colonne lignee della Bologna medievale oggi sono rimasti solo 6 brevi tratti. La sostituzione delle colonne in legno con colonne in muratura fu avviata fin dal XIV secolo per diminuire il rischio di incendi, il 26 marzo 1568 si decretò addirittura l’obbligo della sostituzione delle colonne in legno con colonne in laterizio. Ciononostante, all’inizio del XIX, secolo ne rimanevano ancora ben 29 tratti! I 6 brevi tratti rimasti oggi sono quelli della Casa Isolani (Strada Maggiore 19), di Casa Azzoguidi (via San Nicolò 2), di Palazzo Grassi (via Marsala 12) e della casa di fronte (via Marsala 17), della casa Gombruti (via de’ Gombruti 7), della casa Rampionesi (via del Carro 4) e della casa dell’ex orfanotrofio di San Leonardo (via Begatto 19). Non figura in questo elenco la casa Seracchioli, già Reggiani, in piazza della Mercanzia: le colonne in legno sono infatti un “falso”, risultato di un restauro creativo, il calcestruzzo di cui sono fatte, di tanto in tanto, emerge tra le crepe dello strato di legno che lo ricopre.

Quando, nel giugno del 1796, Napoleone Bonaparte entrò a Bologna, trovò una città con quasi 200 chiese, chiese parrocchiali, monasteri, conventi, oratori e chiese di confraternite. Nel giro di pochi anni la maggior parte di questi luoghi religiosi fu chiuso al culto ed espropriato, ad esempio le chiese parrocchiali furono ridotte da 50 a 18. La maggior parte delle chiese all’interno della città aveva un proprio cimitero, per accogliere i corpi di parrocchiani, frati o suore. Tutti i luoghi chiamati sagrati erano in realtà dei cimiteri, erano cimiteri piazza Rossini, San Francesco, San Domenico, nonché il sagrato di San Martino Maggiore. Solo uno dei conventi espropriati, quello della Certosa, diventò Cimitero comunale facendo scomparire, uno dopo l’altro, tutti i cimiteri all’interno delle mura. L’azione di esproprio e di chiusura di chiese e conventi, ma soprattutto la drastica riduzione di monaci, frati, suore aveva una motivazione poco religiosa e molto terrena: tutti gli appartenenti al clero, come i nobili d’altronde, erano esentati dalle tasse!

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Parecchie delle chiese chiuse tra fine Settecento e i primi anni dell’Ottocento oggi non esistono più o sono difficilmente riconoscibili. Tra quelle che ancora esistono, ma adesso hanno tutt’altro uso, ci sono la chiesa parrocchiale di Santa Cristina di Pietralata (che oggi è diventata il Cinema Europa mentre il cimitero parrocchiale annesso è stato trasformato in giardinetto pubblico), la chiesa già parrocchiale poi confraternale di Santa Maria Rotonda dei Galluzzi (che oggi è un negozio in via d’Azeglio 30, ben visibili ancora gli stucchi barocchi e la caratteristica pianta circolare che le valse il nome di Santa Maria Rotonda). E poi ancora la chiesa parrocchiale di San Marino di Porta Nova (che è oggi adibita ad autorimessa, in via Porta Nova 1), la chiesa di San Barbaziano, parrocchiale anch’essa, (in via Cesare Battisti 35, all’angolo con via Barberia, che oggi è usata come autorimessa), la chiesa di San Giacomo dei Carbonesi (trasformata in condominio, all’angolo tra via d’Azeglio e via de’ Carbonesi), la chiesa di San Giorgio in Poggiale (in via Nazario Sauro 20/2, oggi sede di Genus Bononiae), la chiesa parrocchiale di San Nicolò (in via San Felice 41, che oggi è un rudere senza coperto).

L’unico corso d’acqua naturale che attraversava Bologna era il torrente Aposa. La crescita della città durante il XII secolo, e la conseguente necessità di maggiore acqua, spinse i bolognesi di allora alla costruzione di due opere formidabili: il Canale di Savena ed il Canale di Reno, che convogliavano, e convogliano tuttora, parte delle acque del torrente Savena e del fiume Reno all’interno della città. L’acqua serviva per pulire e lavare, abbeverare gli animali, per irrigare, per fare defluire scarti di ogni genere, per azionare mulini e macchine idrauliche e per l’industria dei conciatori di pelli. La necessità di portare acqua ovunque servisse, fece creare una fitta rete di piccoli canali (detti canalette), con un complesso sistema di chiuse, chiaviche e chiavicotti che ne massimizzavano l’uso. Inoltre, alcune vie, sprovviste di fognatura, e chiamate androne (plurale di androna), venivano lavate con le acque derivate da questa fitta rete di canalette. Oggi il vocabolo androna non è più usato e non va confuso con il singolare androne, che indica l’atrio all’ingresso di un edificio. Nello slang dei giovani bolognesi tuttavia è rimasto il termina “landra” per indicare un odore particolarmente sgradevole.

Parecchie vie e vicoli esistenti all’inizio dell’Ottocento, per tante ragioni, scomparvero o divennero spazi privati. Tra questi, ancora oggi, si può notare un tratto di via degli Albari, che, dopo il numero 5, si dirigeva ad est per sbucare in via Guglielmo Oberdan, il tratto, tuttora esistente, è chiuso da cancelli; il vicolo di San Martino o delle Bollette o della Salara, che oggi è chiuso da un cancello tra i numeri 6 e 10 di via de’ Fusari; la via Boncompagni, lungo il fianco occidentale del palazzo Boncompagni in via del Monte 8, oggi questa via è stata inglobata giardino del palazzo; il Borghettino di San Francesco, che girava attorno all’ex monastero dei Santi Ludovico e Alessio, che oggi è diventato il carcere minorile del Pratello; il vicolo Buffoni, chiuso verso il 1840 con un portone al numero 24 di via del Borgo di San Pietro, e tanti altri ancora.

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A proposito di cimiteri, la chiesa di Santa Maria Maggiore, in via Galliera 10, ha il singolare primato di avere avuto attivi simultaneamente due cimiteri, uno a settentrione ed uno a meridione della chiesa. Le due aree ex cimiteriali sono perfettamente leggibili ancora oggi: l’area a nord della chiesa è diventato un giardino privato; l’area a sud è oggi uno spiazzo asfaltato (adibito a parcheggio dei residenti) lungo il ramo meridionale di via de’ Preti. I Preti della via de’ Preti non sono i preti della chiesa, come qualcuno potrebbe a ragione pensare, visto la vicinanza di Santa Maria Maggiore, ma il nome di una famiglia Preti che aveva casa dove oggi è il numero 12 di via Galliera.

Vox Zerocinquantuno 

Foto:OriginediBologna.com

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