Nuova direttiva UE sul copyright: cercasi fonte d’informazione imparziale, di Matteo Scannavini

È in arrivo una rivoluzione dell’internet. Nonostante l’attenzione della scena italiana sia ora catalizzata, di diritto, dall’innalzamento del rapporto Def/PIL per l’attuazione delle tanto promesse manovre economiche del governo del cambiamento, in settembre si è parallelamente tenuto un altro tavolo di discussione di rilevante peso per i membri della società digitale, quello relativo alla nuova direttiva sul copyright nell’Unione Europea.

Anche dai più estranei al tema un sentore può essere stato percepito il 3 luglio, quando il frequentatissimo Wikipedia ha oscurato le proprie pagine con un avviso per porre l’attenzione alla violazione di libertà della rete che sarebbe incorsa all’approvazione della riforma sui diritti d’autore. Quella direttiva, bloccata dagli europarlamentari il 5 luglio, è stata poi approvata in una versione modificata nell’assemblea plenaria di Strasburgo del 12 settembre con 438 voti a favore, 226 contrari e 39 astenuti. Tra le file dell’opposizione vi erano tutti i rappresentanti italiani gialloverdi, soprattutto i 5stelle, fieri antagonisti di questa legge discussa con toni altisonanti da testate giornalistiche, accademici, attivisti e guru dell’internet.

In un polverone di dichiarazioni dei “contro” che inneggiavano alle limitazioni della libera circolazione d’informazioni online e dei “pro” che ora proclamano la vittoria della cultura e della creatività, cerchiamo ora di fare chiarezza.

La direttiva sul copyright si propone di aggiornare le regole sul diritto d’autore nell’UE rimaste tali dal 2001, quando internet non era ancora lo strumento fondamentale per condividere contenuti di oggi. Se rispetto alla necessità di un aggiornamento erano tutti concordi, le modalità dello stesso hanno creato un acceso dibattito, in particolare intorno agli articoli 11 e 13 del testo di legge, ribattezzati dai detrattori “linktax” e “macchina della censura” o “upload filter”. Di cosa si tratta?

L’articolo 11 stabilisce che una piattaforma multimediale non possa mostrare in un aggregatore di notizie gli “snippet”, ovvero i frammenti in anteprima di un articolo protetto da copyright, senza prima possedere una licenza pagata all’editore dello stesso. Significherebbe che, in un prossimo futuro, trovare su Google News il titolo di un articolo seguito da qualche riga di descrizione sarà possibile solo se la piattaforma che lo sta esibendo avrà preventivamente ottenuto una licenza e pagato la rivista cui il pezzo appartiene. Non una vera tassa sul link, come per altro si era inizialmente pensato, ma sulla condivisione dell’anteprima. Viene ovvio quindi pensare che ad un giornale il provvedimento non dispiaccia. Da qui si spiegano infatti le intense campagne pro legge in cui si sono spesi grandi gruppi editoriali, talvolta in modi poco opportuni. Per esempio, tra il 24 e 30 agosto ben 800 italiani hanno partecipato ad un’intervista online con domande del tipo: “È favorevole o contrario all’implementazione di regole europee che garantiscano la remunerazione di artisti e creatori di contenuti per la distribuzione dei loro contenuti sulle piattaforme internet?”. Lo stupefacente risultato dell’intervista ha visto nove decimi favorevoli e ha legittimato la federazione degli editori a muovere un appello alla coscienza degli europarlamentari, in cui si affermava che il 90% degli italiani che li ha eletti è pro legge. Una legge che, venduta in quei termini semplicistici, sorprende per non aver riscosso il 100% dei successi. Non è stato insomma un esempio di professionalità del mestiere, nonostante i nomi coinvolti siano tra le più importanti testate italiane, e la causa di questa faziosità è da attribuire ad interessi economici.

Ma è veramente giusto che un autore prenda soldi dalla piattaforma web che condivide l’anteprima del suo articolo ad una platea ben più vasta di chi andrebbe a leggere lo stesso lavoro direttamente sul sito della rivista? Sarebbe come essere retribuiti e farsi pubblicità contemporaneamente. I giornali, che stanno già affrontando l’inevitabile morte del cartaceo, godono ancora della maggior parte dei proventi della loro lettura online grazie al flusso di utenti che accede agli articoli tramite gli aggregatori di notizie di motori di ricerca e social.

È inoltre ipotizzabile che la naturale risposta di Google alla legge sarebbe la chiusura di Google News in Europa, una perdita accettabile per il colosso della Silicon Valley e certamente preferibile a caricarsi la sovvenzione della crisi del settore editoriale. Questo scenario è già divenuto realtà in Spagna e Germania, dove il diritto alla compensazione era stato anticipato da misure nazionali, e ha avuto per effetto il malcontento dei grandi editori, lasciati ai soliti guai, e il crollo dei piccoli giornali, privati del portale di accesso degli aggregatori di notizie con cui potevano farsi conoscere al pubblico.

Restano inoltre irrisolti due nodi focali del discorso: l’effettivo valore che percepirebbe l’autore per l’articolo condiviso e il perimetro della porzione di testo condivisibile gratuitamente, ovvero quante parole del lavoro possono essere mostrate insieme al link dalla piattaforma prima di incorrere nell’obbligo di pagamento. La risposta, secondo il testo dell’articolo 11, è che per “meri collegamenti ipertestuali che sono accompagnati da singole parole” la piattaforma non deve pagare.

Chiarito, ma più probabilmente no, il significato di linktax, prendiamo in esame l’articolo 13: secondo le nuove disposizioni, la responsabilità di un contenuto che viola il diritto d’autore caricato su una piattaforma web sarà della piattaforma stessa e non dell’utente che lo ha pubblicato. Questo comporta che il Facebook o Twitter di turno, al fine di non pagare penalità per lo sfruttamento del lavoro di artisti e creatori vari, si doti di un sistema di filtro preventivo dei contenuti, in modo da sbarrare in partenza il materiale che infrange il copyright. Qualcosa di simile al sistema Content ID di Youtube che tuttavia, oltre al considerevole costo, non è nuovo a difetti di esecuzione dell’algoritmo, che talvolta filtra erroneamente contenuti a norma, un pericolo potenzialmente grave per chi liberamente carica sul web.

È infatti qui che i più scettici esasperano le proprie preoccupazioni per un distopico domani paragonabile ad “uno scenario da Grande Fratello di Orwell” dove “i tuoi contenuti sui social potrebbero essere pubblici solo se superano il vaglio dei super censori”. Le parole qui riportate non sono i commenti al caso di un qualunque fanatico da tastiera, ma dell’attuale vicepremier Luigi Di Maio. Del resto, come si accennava in partenza, il Ministro del Lavoro non è stato certo solo ad evocare battaglie tra massimi sistemi. Lo stesso Tajani, presidente del parlamento UE, oltre ad aver invitato Conte a distanziarsi dalle dichiarazioni infamanti da “analfabeta della democrazia” del suo ministro, proclama ora tronfio la difesa dell’identità europea contro i giganti del web “che non pagano le tasse, non creano posti di lavoro e portano i guadagni in America e in Cina”.

Come si evince, la chiave interpretativa di questa nuova legge evoca l’immaginario di una diversa guerra morale a seconda di chi ne parla. È la difesa dello sfruttato artista europeo dal titano privo di regole della Silicon Valley, ma anche la censura della libertà dell’internet in nome della tutela del copyright. Due rappresentazioni che caricano di enfasi il discorso per trascinare consenso alle proprie parti, ma che comunque contengono legittime basi di discussione.

Quello di cui possiamo accontentarci ora, senza entrare in manicheismi, è constatare che la direttiva affronterà, prima di una più limpida stesura finale, un lungo iter di negoziati tra istituzioni europee e stati membri, che, basti pensare all’astio mostrato dai nostri connazionali, hanno ancora la possibilità di puntare i piedi e rottamare tutto. Anche perché, com’è facile immaginare, presto gli equilibri tra le forze del Parlamento europeo saranno ben diversi da quelli odierni.

Niente di definitivo quindi, tranne che il discorso tornerà a farsi sentire, probabilmente con nuovi clamori ed a un pubblico più vasto. Stavolta, prima di andare nel panico e schierarsi come crociati in un tema così complesso, ci si augura di ricercare nei media l’approfondimento e la genuinità delle motivazioni di pro e contro. Qualcosa di meglio di un giornale che vende il tentativo di ricevere nuovi introiti come una lotta per la libertà di stampa o di politici che a seconda dell’utile demonizzano il parlamento europeo o il Far West della rete.

Vox Zerocinquantuno n.27, ottobre 2018

In copertina foto da 2duerighe.com


Matteo Scannavini, 18 anni, studente di quinta del Liceo Scientifico Augusto Righi. Coltiva la passione per la scrittura e la recitazione realizzando sceneggiature ed interpretando ruoli in cortometraggi prodotti insieme ad amici.

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