“Oggi lavoro da casa” e cresce la produttività: arriva lo smart working di Eros Tonelli

Tante volte le famiglie subiscono gli effetti di una gestione personale poco lungimirante: lo smart working potrebbe essere una soluzione. Sentiamo spesso storie di madri che perdono il lavoro e non riescono più a farsi riassumere o che sono costrette a rinunciare all’opportunità di avanzamento della carriera lavorativa. La causa più comune riguarda problemi personali come l’assistenza ad un familiare anziano o la difficoltà a seguire i figli.
Lo smart working è una modalità di lavoro innovativa, basata su un forte elemento di flessibilità, con riferimento particolare ad orari e sede. Grazie a questa nuova strategia, si cerca di promuovere un profondo cambiamento culturale nella concezione del lavoro: il passaggio dal lavoro con la timbratura del cartellino ad orario, al lavoro per obiettivi con ampia libertà di auto-organizzazione portando a termine gli obiettivi stabiliti nelle scadenze pattuite (limitatamente ad una certa percentuale dell’orario di lavoro pieno). Oggi le aziende, dunque, cercano di essere social responsible, ovvero riconoscono e curano il loro impatto sulla società per la sostenibilità generale stabilendo, per esempio, di implementare i programmi di smart working, lavoro agile -diverso dal telelavoro- e flessibilità per permettere a chi ha esigenze particolari (diverse) di essere gestito secondo la filosofia del diversity management. Quindi non si chiede più al dipendente di adeguarsi a regole strutturate, ma produttività e una certa autonomia.
Nel 2015 il 17% delle grandi imprese aveva in atto progetti strutturati di questo tipo (era solo l’8% nel 2014). Secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, i benefici del lavoro agile sono il work life balance, la produttività, l’incremento della motivazione, il benessere organizzativo, la flessibilità dell’organizzazione e la fidelizzazione dei talenti in azienda.
Prendiamo esempio da una realtà multinazionale italiana come quella di Unicredit. Entrando in uno spazio dedicato allo smart working al quinto piano di via del lavoro a Bologna, troviamo una serie di armadietti che ogni dipendente può personalizzare in cui riporre le sue cose la sera. Tutte le postazioni variano a seconda dei colleghi che provengono dalle altre città e dei consulenti esterni durante le giornate. Esistono spazi per le riunioni prenotabili e spazi ricreativi, oltre a una mensa che cura il benessere alimentare dei dipendenti.
Cerchiamo adesso di capire la dimensione del fenomeno a livello nazionale.
Venticinque sono le città interessate, 25000 le persone coinvolte, 150 edifici e 700000 mq rilasciati, 500000 mq di spazi ad uso ufficio creati o riqualificati, 50000 tonellate di anidride carbonica non emesse in atmosfera, è previsto il co-working con accesso libero alle postazioni per 30000 dipendenti nel 2018, 8000 persone coinvolte a Milano, Torino, Bologna, Verona, Monaco, Francoforte, Iasi e Belgrado entro il 2016.
Solo in Italia da giugno 2014 ci sono state 14400 giornate di lavoro agile da casa o city hub.
Anche Adecco ha svolto una ricerca sui temi dello Smart Working in collaborazione con l’Università Cattolica di Milano, Work Trends Study 2015: da questa risulta una scarsa informazione sul fenomeno e sulle possibilità dello smart working. Come riporta il rapporto disponibile sul proprio sito, il 68% circa dei candidati che hanno partecipato alla ricerca non ne ha mai sentito parlare, così come il 28 % dei recruiter. Tra i candidati Adecco sarebbe gradito, ma più della metà non ha mai lavorato da casa né in filiali o sedi di lavoro vicino a casa, ma il 57,2% vorrebbe poter lavorare da casa o più vicino a casa (54,3%). Il 40,5% dei casi invece sceglierebbe di lavorare in mobilità per esempio al parco o in un locale pubblico e il 35,5% valuterebbe positivamente l’opportunità di lavorare in coworking.
Il miglioramento del work life balance è per il 44 % dei candidati e per il 64% dei recruiter il principale vantaggio dello S.W., oltre alla possibilità di organizzare il proprio lavoro in maniera autonoma e alla riduzione dei costi e tempi legati agli spostamenti.
Secondo i selezionatori gli svantaggi principali possono essere il possibile isolamento e la minor possibilità di confronto coi colleghi, oltre al fatto di non partecipare alla cultura aziendale. Invece le maggiori distrazioni e le poche interazioni con i colleghi per un 3% preoccupano i candidati, confermando l’atteggiamento positivo dei lavoratori verso questa politica di gestione delle risorse umane.
Tuttavia questo progetto si ritiene di difficile diffusione sia per l’organizzazione e la struttura delle aziende e sia per la mancanza di investimenti nella gestione del cambiamento. Secondo i professionisti HR servirebbero maggiori investimenti.
Sui possibili risvolti negativi dello S.W. ci siamo rivolti ad Emiddia Papi del sindacato USB:
Cosa pensate del rischio isolamento del lavoratore?
In un mondo del lavoro su cui la riorganizzazione produttiva ha prodotto frammentazione, divisione, privatizzazioni spesso operate al solo scopo di rendere più debole la capacità di resistenza dei lavoratori al continuo attacco ai diritti, l’isolamento nello smart working non è un rischio ma una realtà concreta. Si individualizza il rapporto di lavoro, ognuno è solo di fronte al committente, pubblico o privato che sia, senza più quella forza solidale che nella seconda metà del ‘900 ha permesso al movimento dei lavoratori e delle lavoratrici di giungere a conquistare diritti non a caso oggi quasi del tutto cancellati: dal contratto nazionale al contratto a tempo indeterminato come regola, alla giusta causa per i licenziamenti, all’insieme dello Statuto dei Lavoratori, oggi quasi del tutto demolito. Quell’unità, quella consapevolezza dei propri diritti portò a riforme importanti, come ad esempio il Sistema Sanitario Nazionale, che fu conquistato non solo per quella classe, che per raggiungerlo dovette realizzare scioperi ed imponenti manifestazioni, ma per la Società intera.
Qual è il rischio di stress lavorativo a casa?
Rischio elevatissimo. Innanzitutto un controllo totale attraverso gli strumenti tecnologici, pervasivo e totalizzante della vita privata. Già abbiamo sentito il Ministro Poletti ipotizzare che il lavoro non vada retribuito rispetto alle ore della giornata dedicate ad esso, ma in base alla qualità della realizzazione del ‘prodotto affidato’ al singolo. Significa mettere a profitto l’intera vita del soggetto: immaginate un ingegnere che debba realizzare un progetto, magari complesso, in un dato tempo, che potrebbe incontrare problemi o difficoltà? Sarà costretto a lavorare anche la notte, con buona pace dei rapporti affettivi familiari o sociali.
Ritenete dovrebbe essere incentivato lo Smart Working e come?
Per quanto detto nelle precedenti risposte, credo che tal modalità di lavoro debba essere limitato a situazioni particolari, con modalità ben definite negli orari delle prestazioni lavorative e con possibilità di ritorno alla condizione standard.
Per i gruppi bancari come Unicredit, che ha svolto lavoro ingente sul lavoro flessibile, notevoli sono ancora gli esuberi, nonostante l’aumento determinante di produttività. Cambiare non è semplice, ma richiede un impegno delle Risorse Umane costante sui dipendenti. Lo smart working aumenta “l’ecologia” del lavoro, tema affrontato anche da Papa Francesco nella sua ultima Enciclica, favorendo maggiormente l’accesso al lavoro dei bisognosi. La cultura delle organizzazioni dovrà sostenere sempre di più politiche di diversity management come questa per consolidare i buoni risultati già ottenuti e limitare gli effetti negativi.

Vox Zerocinquantuno, N.2 Giugno 2016


Eros Tonelli ha partecipato ad un progetto, tramite La Repubblica, sulla stesura di un libro di racconti a cura del Professore Enzo Pellegrino. Esperto di organizzazione, sistemi informativi e risorse umane ha anche operato in realtà multinazionali. Attualmente è membro di diverse associazioni che operano non solo sul territorio bolognese.

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