Oltre il mondiale tra standardizzazione e nostalgia, di Mirko Galeotti

Quasi due mesi fa è andata in archivio la 21° edizione dei campionati mondiali di calcio: la Francia multiculturale e multirazziale di Deschamps ha avuto la meglio sulla piccola (ed autarchica) Croazia di Modric&Co. Una finale mai in discussione nella quale la squadra più completa tra le partecipanti ha dominato in lungo e in largo, lustrando i gioielli di casa Mbappè, Griezmann e Pogba. E a 20 anni esatti dalla doppietta di Thuram allo Stade De France, i biancorossi devono nuovamente assistere al trionfo dei galletti. Il cambio di passo dei francesi è però merito anche, se non soprattutto, di due gregari di lusso: l’onnipresente Kantè e quel Giroud che mai ha segnato ma che tanti varchi ha aperto per i diabolici partner offensivi. Bravo Didier a credere in lui quando il mondo preferiva l’inconcludente Dembelè e ora si trova ad essere tra i soli due ad aver trionfato prima da capitano, poi da selezionatore. L’altro? Un certo Kaiser Franz, mica noccioline.

Menzione d’onore per il bel gioco di croati e belgi, per la solidità della Svezia e dell’Uruguay e per i piccoli grandi padroni di casa della Russia, mai così avanti in un mondiale fatta eccezione per il quarto posto del 1966 e i quarti nel 1970 (ma erano URSS). Male Argentina e Spagna, malino Brasile e Inghilterra, malissimo la Germania.

E’ stato il primo mondiale disputato in Russia, il secondo titolo portato a Parigi, il terzo mondiale senza Italia (nel 1930 per scelta, nel 1958 per mano dei nordirlandesi), il quarto consecutivo vinto da una squadra Europea. Fatto mai successo prima. Albo d’oro della competizione alla mano, infatti, dal double in Coppa Rimet del Grande Brasile di Pelè (1958-1962) l’alternanza perfetta tra vecchio continente e Sudamerica si è susseguita senza soluzione di continuità fino al gol di Don Andrés in quel di Johannesburg: euro doppietta servita ed incantesimo spezzato. Segno evidente che i tempi sono cambiati e il calcio ne è un limpido esempio. Il concetto è ulteriormente estremizzato se includiamo anche le semifinaliste: tutte europee come solo nel 1934 in Italia, nel 1966 in Inghilterra e a Germania 2006. Ci sono voluti 32 anni la prima volta, poi altri 40. Stavolta ne sono bastati 12. E’ il progresso, baby.

E se consideriamo che nelle ultime quattro edizioni le semifinaliste europee sono state 13 su 16 (forbice mai così ampia nei precedenti blocchi di 4 edizioni consecutive), le prove sono sufficienti per non considerarlo un mero caso. Ampliando però ulteriormente il ragionamento ed includendo anche la sfida tra i due continenti in ambito di club (prima Coppa Intercontinentale, ora l’orrendo Mondiale per club), il trend è il medesimo: se agli albori della competizione era il Sudamerica a prevalere, negli ultimi dodici anni (coincidenti con l’ultimo blocco di quattro mondiali) il rapporto è 10-2 per il vecchio continente. E’ l’evoluzione, direte voi.

La seconda decade del 21° secolo è, non a caso, il periodo calcistico delle grandi serie e dei record. In Italia domina la Juventus da sette stagioni, la Bundesliga finisce ininterrottamente in Baviera da 6 anni, in Francia il ricchissimo PSG ne ha vinti cinque degli ultimi sei e promette di non fermarsi più. Come se non bastasse, il Real Madrid ha vinto quattro delle ultime cinque edizioni della Champions League e non c’è coppa euromondiale che non sia stata vinta da una squadra spagnola negli ultimi 5 anni, eccezion fatta per una misera Europa League finita a Manchester due edizioni or sono. Nulla cambia nemmeno sul fronte del pallone d’oro: l’eterna sfida Ronaldo-Messi è sul 5 a 5. Prima di loro Kaka, una vita fa. E’ la modernità, dico io.

Progresso, evoluzione, modernità. Termini dei quali il calcio moderno si ingrassa all’inverosimile, perdendo sempre più quella connotazione popolare che ne ha fatto lo sport più seguito del globo, nonostante sia quello di più recente introduzione. E se tutti ci siamo emozionati per la favola del Leicester che trionfa nel campionato più importante (e ricco) del mondo, la nostra provincia è ferma ad Elkjaer che segna senza una scarpa 33 anni fa e prima ancora a “Rombo di tuono” Riva e al Bologna che tremare il mondo faceva. Erano gli anni 60: altra società, altro football.

Diritti TV e merchandising hanno contribuito ad allargare la forbice tra grandi e piccole e le favole, quelle che piacevano agli appassionati e che hanno reso il calcio un fenomeno unico, sono merce sempre più rara. Oggi Cristiano Ronaldo guadagna quanto l’intera rosa del Genoa in una carriera intera. E trattasi non di una società qualunque, ma di quella che ha portato il pallone in Italia. Non c’è da stupirsi, quindi, se le bacheche ricche diventano sempre più gonfie e se a decidere i calendari sono più le esigenze di esclusività delle pay TV che la logica.

Fino a trenta anni fa potevano essere seguiti in diretta unicamente i secondi tempi delle partite e rigorosamente in radio, e chi ha qualche primavera in più sulle spalle ricorderà questi tempi con estrema malinconia. Oggi è possibile sapere quante volte va in bagno Messi in una giornata. La gente vuole questo, d’accordo, ma c’è stato un tempo in cui il pallone era dosato col contagocce: domenica il campionato, da martedì a giovedì le tre coppe europee e stop. C’erano i colori, quelli veri, quelli che vedi una volta e non scordi più come il grigio dell’Alessandria e la Pistoiese arancione. C’erano “tanti uomini con le radioline e mogli incazzate di fianco”, corollario del tipico Weekend italiano. C’erano le formazioni recitate a memoria e 90° minuto con quelle che allora erano chiamate sintesi e oggi highlights: di certo era l’unica possibilità di godere delle immagini delle partite nel mondo pre-Youtube.

E c’era il Sudamerica con i suoi campioni e le sue contraddizioni. E qualche volta anche una bella favola.

 

Vox Zerocinquantuno n.26, settembre 2018


Mirko Galeotti, calciologo, calciofilo e calciografo. Appassionato di storia e statistica del calcio, ricerca una visione ragionata del pallone e in antitesi agli strilli moderni.

In copertina foto di Sara Piri

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