“Oracoli” a Bologna, di Riccardo Angiolini

Incontri di cultura e informazione per riflettere sui saperi dell’attualità

Fra i vari epiteti comunemente accostati a Bologna spicca, non privo di un certo orgoglio cittadino, quello di “dotta”. Un appellativo guadagnatasi grazie a quella che dovrebbe essere la prima università d’Europa e nel mondo, ma di cui può vantarsi ancora oggi e non soltanto grazie ad Alma Mater Studiorum. Dentro e fuori le mura felsinee hanno infatti luogo ogni settimana eventi artistici e culturali dei più disparati generi, una ricchezza che tuttavia noi cittadini tendiamo a dar troppo per scontata.

Per chi dunque abbia voglia riscoprire il lato culturale di Bologna, proprio in questo periodo è in corso d’opera una serie di quattro rappresentazioni estremamente originali ed interessanti, non banali e piene di spunti di riflessione. Parliamo degli incontri Oracoli, realizzati in collaborazione con Emilia Romagna Teatro, Rai Tre ed il gruppo Unipol, che affrontano tematiche cruciali in chiave della modernità. Il sottotitolo degli incontri difatti, “saperi e pregiudizi al tempo dell’IA”, indica come durante queste rappresentazioni si cerchi di separare e chiarire il confine fra realtà e credenze createsi in epoca contemporanea riguardo alcuni snodi di conoscenza.

Storia, etica, filosofia ed ingegneria informatica sono i quattro argomenti chiave presentati e rivalutati in quattro eventi che proseguiranno fino al 9 aprile. Di seguito presenteremo quello tenutosi il 27 marzo scorso con tema centrale la filosofia.

Per come tendiamo a rappresentarci la filosofia, complice anche l’esperienza scolastica, potremmo erroneamente credere che poco o nulla possa aver a che fare con le IA, col processo tecnologico. L’intervento di Carlo Sini, professore di Filosofia Teoretica a Milano, accompagnato da una coppia di bravissimi attori, sfata questo mito nella maniera più assoluta, conducendo passo dopo passo il pubblico verso alcune riflessioni davvero stimolanti.

La rappresentazione tenutasi all’Unipol Auditorium si è sviluppa in maniera graduale, partendo dalla lettura recitata di alcuni celebri passi di letteratura moderna, chiamando in causa autori come Barthes, Kafka e Zamjatin, seguita dall’intervento riflessivo del professor Sini.
L’intero evento ha ruotato attorno al rapporto fra uomo e tecnologia, inteso come scontro più o meno idealizzato fra natura umana e “macchina”. La macchina vista come prodotto e opera delle nostre stesse mani che, dotata di un perverso slancio vitale o, per l’appunto, di un’intelligenza artificiale, pare rivoltarsi contro il suo stesso creatore, ammorbandone l’esistenza e sopprimendo la sua vera natura.

Questo presupposto, il pregiudizio anticipato dal sottotitolo, viene gradualmente smontato e analizzato nelle sue parti dal professor Sini grazie al ricorso di illustri autorità fiosofiche. Da Aristotele a Hegel, passando per Nietzsche e Platone, il confronto fra l’uomo e la sua creazione viene spogliato dai suoi luoghi comuni, dai suoi idealismi e dalle credenze più ricorrenti. Le due facce della medaglia vengono smascherate e considerate da una nuova prospettiva, rischiarate dalla luce di antichi e moderni pensatori.

L’esempio più rappresentativo potrebbe essere quello fatto partendo da “Una relazione per un’accademia”, racconto allegorico di Franz Kafka dove il protagonista è uno scimpanzé. A contatto con l’uomo, il primate passa da uno stadio “scimmiesco” ad uno umano divenendo infine tale e quale ad un comune uomo europeo, coi suoi vizi, le sue ipocrisie e le sue corruzioni. La contrapposizione fra originario stato naturale e moderna condizione umana viene affrontata sfatando il mito dell’idillio naturale, superato dall’uomo proprio perché inadatto e insufficiente a soddisfare le proprie aspirazioni, il proprio istinto a migliorarsi.

E così la nostra cultura, la gabbia i cui siamo rinchiusi dipinta da Freud, è al tempo stesso la nostra difesa, il nostro scudo contro le avversità e, in altri termini, la nostra primaria “macchina”.
Appare quindi chiaro come la tecnologia e le creazioni umane che sintetizzano e amplificano le capacità umane non rappresentino la nostra distruzione, bensì la nostra salvezza. Ogni tecnologia umana, dall’osso brandito dalla scimmia di Kubrik ai robot dotati di IA, altro non è che un contenitore dove riponiamo le nostre esperienze e le nostre memorie. Ed è evidente come il progresso e l’evoluzione umana sono avvenuti tramite il medium della memoria, trasmessa proprio grazie alla tecnologia.

Non è dunque la macchina a minacciare l’umanità, ma l’uomo stesso. La macchina è realizzata per adempiere a un fine consapevole da noi pensato, non agisce secondo volontà propria e il suo effetto non è determinato in se stessa ma da chi l’ha creata.
E proprio a questo proposito la nostra conclusione coincide con la conclusione del professor Sini quando, al termine della rappresentazione, constata che l’unico rimedio all’eventuale annientamento della nostra civiltà risiede nell’eliminazione della stasis platonica: il conflitto interno. Soltanto mediante la cessazione delle ostilità che nutriamo l’uno nei confronti dell’altro, non nella cessazione della tecnologia, potremo approssimarci sempre più ad un ideale stato di pacifica felicità.
Rinnegando la tecnologia rinnegheremmo il nostro spirito, la nostra cultura e la nostra umanità.

Vox Zerocinquantuno n.32, Aprile 2019

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