Paolo Rossi e Molière: la recita di Versailles, di Eloisa Grimaldi

 

Paolo Rossi e la sua compagnia sorprendono e tornano a riproporre in questi giorni al teatro Storchi di Modena uno spettacolo inaspettato dove il capocomico confonde i piani temporali di realtà, ammicca ad una nuova era della satira che necessita forse ancor più di destrezza e compone uno spettacolo “all’improvviso” sul canovaccio mobile di Stefano Massini.

Insieme a Giampiero Solari il grande comico riscrive L’improvvisazione di Versaille – in cui Molière rappresenta in scena se stesso e la propria idea drammaturgica- facendo emerge quanto il teatro sia ormai unico luogo dove cercare l’autenticità rispetto ad una diffusa finzione in cui la società si destreggia senza vergogna, quanto sia flebile il confine tra persona, attore e personaggio dietro una maschera che non significa più, che ha perso il suo terreno culturale di appartenenza e forse proprio per questo ora può meglio risuonare nel suo portato straniante.

Da bresciaoggi.it

Dall’inizio alla fine assistiamo a delle prove, lo stesso Paolo Rossi ci dà le istruzioni d’ascolto della serata come un maestro che legge una sinossi e ne fa volare le pagine, ci prepara al costruirsi dello spettacolo fatto di entrate ed uscite dai personaggi, da sbalzi temporali che catapultano dall’epoca del Re Sole ai “bei monolghi di una volta di Paolo Rossi”, quelli contro al potere, quelli ormai impossibili oggi che il potere è parodia di se stesso e anche cucire una satira su misura perde di irriverenza. La realtà, la finzione e il gioco di riconoscerle si susseguono, un sipario che mai si apre e mai si chiude, sembra di partecipare ad uno spettacolo di strada dove gli attori e i musicisti costruiscono l’attesa dell’inizio, si fermano nei loro profili, nelle loro spalle, nelle pose equilibrate della compagnia in attesa anche se già qualcosa accade: il canto dei musici, i Virtuosi del Carso.

In questo assetto profondo agiscono freschi i lazzi di Paolo Rossi e dei compagni, capaci di rovesciare ogni argomento “impegnato” nel suo contraltare ironico, appellarsi alla “parte più nera di sé” per scovare aneddoti e “storiellette” che smuovono i fondi comici di un pubblico sempre interpellato. Due ore di risate impegnate insomma. Una storia frammentata, disarticolata che si impernia sui protagonisti: attori del potere alla corte di Re Luigi XIV, attori della compagnia di Paolo Rossi dall’identità profondamente segnata nei dialetti e parallelamente aperta a diventare quello che il copione chiede, all’inseguimento delle proprie ossessioni.

In scena anche la quieta e quotidiana presenza di una cagnolina, l’imprevedibilità di un animale che comunica la naturalezza dell’esserci senza troppo pensare. Il pretesto attivatore è la richiesta del re di una pièce in tempi record, come un count down che non si può fermare. Quindi il repertorio si fa e si disfa a bisogno: uno scorcio de “Il misantropo”, i clichès delle ipocrisie e un contemporaneissimo “Tartufo” ambientato tra le mura vaticane dove c’è posto anche per un basco con stella rossa. Si tocca pure “Il malato immaginario”, un Paolo-Molière stanco, chiuso in una clinica scivola in un sonno profondo e gonfio di sogni, incubi più che altro. Un manicomio dove reiterare le proprie ossessioni, le verità incredibili dei matti, di chi può permettersi di dire senza fare a pezzi l’illusione, di chi può smascherare e quindi va isolato, accusato di falsità. Come succede all’attore e al teatro. Ma per fortuna c’è sempre una battuta che fa ricordare e una che fa dimenticare, in fondo è tutto un sogno da cui svegliarsi in sollazzo. 

Vox Zerocinquantuno n 8, marzo 2017


Eloisa Grimaldi laureata in DAMS, approfondisce il campo degli Studi Interculturali con un Master, appassionata di teatro, musica, umanità e poesia, si occupa di diffusione culturale musicale, sviluppa metodi formativi tramite le arti teatrali e collabora a progetti editoriali di stampo sociale e indipendente.

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