Paolo Sorrentino: le gallerie personali di un artista del Cinema, di Alessandro Romano

Lo abbiamo visto a Venezia fuori concorso con la mini-serie in otto puntate The Young Pope, con Jude Law nel ruolo del giovane Pio XIII, un immaginario primo papa italo-americano. Accanto a lui un cast d’eccezione che comprende Diane Keaton, Silvio Orlando, Scott Shepherd e Cécile De France.

E con Venezia, a detta dello stesso Sorrentino, c’è un legame speciale: è la Mostra a lanciare la sua prima serie, ma fu anche la prima, nella 58ma edizione, a lanciare il suo primo lungometraggio.
Il film in questione è L’uomo in più. Un omaggio a Di Bartolomei, famoso capitano della Roma che al termine di una carriera encomiabile ed integerrima, non gli fu permesso di realizzare il suo sogno di allenatore. Un omonimo e coetaneo co-protagonista (Toni Servillo), seguirà in parallelo il percorso di ascesa e declino e dell’ex campione.

Ancora Servillo sarà protagonista nella sua seconda opera, questa volte nel ruolo di un latitante nascosto in Svizzera che dovrà fare i conti con Le Conseguenze dell’Amore (2004).

Due anni più tardi esce L’amico di famiglia, unico film italiano in cui il protagonista non è l’attore originario di Afragola, ma un grandissimo Giacomo Rizzo, nei panni di un usuraio al contempo viscido e raffinato.

Nel 2008 arriva il successo internazionale, porta in scena il politico più discusso e controverso della Prima Repubblica: Giulio Andreotti. In un susseguirsi di eventi cruciali della recente storia italiana, Andreotti tenta di difendersi dalle accuse di partecipazione e occultamento dei più grandi misteri della politica nostrana tra gli anni ‘70 e ‘90. Dopo l’ottimo risultato a livello mondiale, nel 2011 realizza il primo film in inglese. Sean Penn nei panni di una rockstar in decadimento, una sorta di Robert Smith “iper-flemmatico”, sarà il protagonista di This Must Be The Place.

Con La grande Bellezza (2013) giunge invece la consacrazione dell’Oscar al miglior film straniero. I salotti bene della capitale sono al centro della scena, tra splendore e degrado, i personaggi perdono la loro umanità in favore di feste, sfarzo e ricchezza.

Foto Monicasilva
Foto Monicasilva

Se con Il Divo raggiunge il successo oltreoceano e con La Grande Bellezza ottiene il riconoscimento dell’Academy, con Youth (2015), la sua seconda opera in inglese, dà vita a una delle sue perle più luminose. Pone in un albergo i personaggi più disparati, intavola una serie di intrecci e relazioni che porteranno i protagonisti a interrogarsi sul reale valore delle emozioni, ineluttabilmente connesse ai successi sul lavoro e alla possibilità o meno di vivere una storia di amore nella sua pienezza.

Uno dei punti di forza di Sorrentino risiede sicuramente nell’abilità di sceneggiatore, ruolo dal quale è partito per avviare la carriera e farsi spazio nel mondo cinematografico, affermandosi con il premio Solinas nel 1997 per la sceneggiatura di Napoletani e con il cortometraggio L’amore non ha confini che nel 1998 dà il via al sodalizio con la Indigo Film, la casa cinematografica che produrrà tutti i suoi film.

Inquadrature sostenute da musiche pompose, con un lento spostamento della telecamera, quasi a sospendere il tempo e invitare lo spettatore sulla bellezza che può avere un’immagine, apparentemente macabra, le imperfezioni di un viso, un paesaggio o una semplice scritta posta nella hall di un albergo.
Ma lo spazio della riflessione viene quasi sempre interrotto dalla brusca irruzione sulla scena di personaggi che si scambiano rapidi dialoghi estremamente taglienti e brillanti.

In genere i suoi film sono infatti un susseguirsi di brevi scene, in cui i protagonisti sono proprio i dialoghi, che più che tratteggiare un singolo personaggio, sembrano una pluralità di voci che cercano di giungere alla verità assoluta sulla vita.
Se infatti si vuole trovare un filo conduttore alle opere di Sorrentino, uno di questi potrebbe essere la tendenza a descrive personaggi alla fine della loro carriera, o in pensione, o in cui comunque il successo è ormai alle spalle e dove i protagonisti si ritrovano a rimuginare sul tempo che fu e tirare un bilancio e, a volte cercare un riscatto, delle proprie esistenze.

Ma nel complesso, i film di Sorrentino sono una moltitudine di elementi mescolati con maestria, come un’orchestra che permette ai singoli strumenti di presentarsi con il loro suono e nella propria tonalità, per poi arrivare a un crescendo in cui gli elementi si mescolano e sprigionano tutta la loro forza in perfetta armonia. Se i singoli aspetti, dai personaggi ai dialoghi, hanno sicuramente a che fare con elementi riconducibili al rock, i suoi film sono invece da vivere e interpretare con la solennità e l’eleganza della musica classica. Così che, una volta giunti ai titoli di coda, la sensazione non è quella di avere assistito ad un semplice film, ma ad una piccola galleria d’arte, la galleria personale di un artista complesso e raffinato.

Vox Zerocinquantuno, n 3 Settembre 2016


Alessandro Romano ha conseguito la laurea in Sociologia presso la Facoltà di “Scienze Politiche” di Bologna. Dopo un breve periodo di lavoro in Irlanda torna in Italia e si laurea al Corso Magistrale di “Scienze del Lavoro” all’Università degli Studi di Milano con la tesi: “Mercato del Lavoro e Immigrazione: un confronto tra Italia e Spagna negli anni della crisi economica globale”.

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