Passeggeri notturni, Gianrico Carofiglio di Francesca Cangini

Probabilmente sono di parte, ma il tema della notte e dei treni mi affascina sempre.
“Passeggeri Notturni” è il nuovo libro pubblicato da Carofiglio. Ho affrontato questa lettura intimorita dalle numerosissime critiche. Il volume è una raccolta di 33 racconti da 3 pagine ciascuno, una serie di storie, curiosità, incontri reali o onirici, stereotipi, un susseguirsi di aneddoti, esperienze personali dell’autore, stralci di conversazioni. Realtà di 33 persone misteriose che ci incuriosiscono e raccontano pezzi di mondi, a molti ti affezioni perché ti strappano un sorriso; altri invece li detesti perché rappresentano quell’ignoranza perversa che, con lo scettro in mano, logora la nostra società.
Ogni racconto è una scoperta nuova, una carrellata di conoscenza su temi così vari da non poter individuare un filo conduttore, quasi da voler appuntare tutto, da incuriosirsi su cose nuove di cui, la maggior parte delle volte, non sapevi nemmeno la loro esistenza. Carofiglio riesce a mostrare uno spaccato di mondi attraverso una strana ironia.
Ed ecco allora che ci pone di fronte a uno sfacciato e sprovveduto giornalista che gli telefona chiedendogli una sintesi del suo ultimo romanzo per potergli fare poi un’intervista, o a un saccente guru dei sondaggi che potrebbe entrare con il massimo dei voti nella classifica degli autori di pronostici sbagliati. Voci che risuonano nell’oscurità di vagoni semivuoti, lampi che scaturiscono da frammenti di conversazione, profumi nascosti negli anfratti della memoria. Figure femminili sfuggenti e indimenticabili, vicende drammatiche, o amare, si alternano a situazioni comiche, sempre in un gioco di specchi tra realtà e finzione. A tenere insieme, come in un mosaico, una scrittura tersa quanto l’aria notturna, capace di svelare le verità celate nei dettagli dell’esistenza con una magistrale economia di parole.

Passeggeri notturni è il classico libro che immagini stretto tra le mani di un viaggiatore in treno, magari in giacca e cravatta….A pensarci bene il treno è proprio uno dei posti migliore per fare da sfondo ad una lettura piacevole e leggera come questa, perché forse risulta ancora più facile immaginare alcuni protagonisti di queste storie come passeggeri fuggiti dalla memoria dello scrittore per dirigersi verso un pubblico più vasto, che per un certo senso pare doverci esserci, eppure sembra non essere così rilevante.
L’autore riesce a spezzare quella linea di confine tra mondi troppo diversi, tra psicologia, politica, giurisdizione o antropologia, attraverso imperfezioni, azioni così tanto probabili dal sembrare improbabili, persone, sconosciuti, con cui si condivide una cabina letto di un treno, una corsa in ascensore, una cena, i banconisti del supermercato, o noi stessi.
Alcuni racconti possono sembrare addirittura presuntuosi, saccenti, ma Carofiglio riesce a gestire le parole e a trasformarli in veicoli di una “quasi-saggezza” grazie alla quale si aprono gli occhi sonnolenti della società. La prosa è incalzante, tutto il racconto si gioca su un paio di battute, una fine che non c’è ma che immagini esserci, la narrazione fluida induce a continuare la lettura.

“Quando qualcuno ti dice che sinceramente, onestamente, francamente vuole o non vuole fare o dire qualcosa, be’ allora stai molto attento perché è un indizio chiarissimo che quel qualcuno non è affatto sincero, onesto o franco o qualsiasi altra cosa abbia dichiarato di essere con un avverbio. Le menzogne peggiori si nascondono dietro gli avverbi. E sai qual è l’avverbio più pericoloso di tutti?
–Quale?
– Assolutamente. È l’avverbio che nasconde le peggiori malefatte”

Vox Zerocinquantuno n 5 dicembre 2016

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