Paura di affogare, di Chiara Di Tommaso

“L’Italia se continua così è destinata a scomparire”. Ma come si fa a cancellare un Paese dalla faccia della Terra? Con un tratto di bianchetto sulle mappe? Ebbene, secondo alcune voci, basteranno una decina d’anni “se non la smettiamo di salvarli in mare!”.
Sono migliaia e migliaia i commenti, alcuni urlati a squarcia gola, altri sibilati con gelido sarcasmo, riguardo i nuovi sbarchi nel Sud Italia dei migranti provenienti dall’Africa, annunciati da La Repubblica nell’articolo del 14 Luglio scorso (Leggi articolo).
Più di cinque mila persone nelle ultime due settimane sono state salvate dalle onde e approdate nei porti di Salerno, Brindisi, Catania, Crotone, Bari, Corigliano… Contemporaneamente, una folla inferocita e incontrollabile, forte del “sacrosanto” diritto di parola e della facilità di abusarne offerta dai social, si è sfogata e insultata a vicenda con toni e termini che spesso mettono i brividi.

Nonostante sia evidente lo stato di emergenza in cui ci troviamo e sia altrettanto urgente l’esigenza di trovare al più presto una soluzione, rimane il fatto che ci vuole tanta fantasia, follia e soprattutto ignoranza per arrivare ad avere paura che l’Italia, a causa di tutto ciò, sparisca così, con tutti quanti noi suoi poveri e impotenti abitanti. Eppure sono sempre di più le persone convinte che l’unico modo per evitare “la morte del Bel Paese” sia chiudere tutto: porti, strade, cancelli e confini. Chiudersi a testuggine, in uno spessissimo guscio di ferro e rimandare “ognuno a casa propria”.

Ad alimentare questa tendenza di opinioni ci sono i celebri esempi del ministro degli esteri austriaco Kurz che ha acutamente proposto di bloccare tutti quanti i migranti a Lampedusa, e del presidente ungherese Orban che, anche a nome dei colleghi di Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca suggerisce, con una velata minaccia, che vengano subito chiusi i porti italiani prima che il problema diventi ingestibile.

Foto Enrico Partemi

Sono tante le soluzioni proposte anche dagli utenti di Facebook che, commentando la notizia, si esprimono a riguardo, come già accennato, con più o meno arroganza. C’è chi parla di “espulsioni di massa”, chi più semplicemente “di lasciarli affogare”…Odio, razzismo e xenofobia spirano dalle bocche della maggioranza. È la rabbia che parla per tutti, rabbia sfrenata soprattutto verso il governo “di dementi incapaci” e “pupazzi buffoni” che ha scatenato “questa invasione senza fine”. Qualcuno, ogni tanto, tenta ancora di far appello ai diritti umanitari, alla solidarietà, ricordando che si sta parlando di persone. Ma questi, che danno dei fascisti agli altri, vengono a loro volta definiti buonisti, in un infinito scambio di botta e risposta che però tende sempre più da una parte sola, quella dell’indecenza.

Da tutto questo caos, sicuramente, non esce nulla di costruttivo. L’Europa che, in quanto Unione, dovrebbe sforzarsi per una collaborazione e un impegno di tutte le parti, si trova invece profondamente divisa. L’Italia, secondo i più fini commentatori “l’unica nazione che si cala le braghe in questo modo”, mantiene la sua politica di accoglienza, nonostante le pesanti critiche e le pressioni che vengono tanto da fuori quanto da dentro i propri confini.
Invece che continuare ad agire nell’individualismo e nel nazionalismo aggressivo, che sembrano essere tornati di moda, bisognerebbe riuscire a trovare una visione di insieme; imparare a guardare con lucidità la situazione attuale per ciò che è, ovvero il culmine di un grave fenomeno Globale, nel vero senso del termine. È proprio per questo che deve interessare e coinvolgere l’intera comunità delle nazioni, non solo quelle che geograficamente si trovano per forza di cosa già partecipi.

Non ho certo io la ricetta per risolvere il tutto, ma quello di cui sono certa è che voltare le spalle e chiudersi nelle proprie case non è da considerarsi tra le opzioni. Consapevole che non basti aprire le braccia, ma che occorra un complesso piano politico, economico e sociale che provveda all’esigenze di tutti, credo fortemente sia ancora possibile trovare una soluzione.
Nel frattempo, non posso che provare umana solidarietà nei confronti di uomini, donne e bambini che non possono più vivere nel loro Paese, quando anche io, mentre mi perdevo e affogavo tra le peggiori parole che la gente ha il coraggio di esprimere da dietro uno schermo, ho sentito di non poter più, non così, non tra loro, essere parte del mio.

Vox Zerocinquantuno, n 13 agosto 2017


#In copertina: Foto da beopen.me

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