Perché raccontare le Cucine Popolari, di Matteo Scannavini

È parte del DNA del giornalismo la tendenza a focalizzarsi sul disastro. È la tragedia del ponte che crolla a fare notizia, non il costrutto che rimane in piedi. E se l’umanità storicamente non manca di offrire episodi di degrado morale che tanto facilmente si prestano ad analisi e concorsi di colpa, la stessa si esprime talvolta in lodevoli esempi di solidarietà, di cui è altrettanto fondamentale parlare.

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È questo il caso delle Cucine Popolari, una realtà di volontariato unica nel suo genere, fiore all’occhiello del bolognese. Ormai note ben oltre Bologna, le cucine fondano sulla centralità dell’assistito, visto come persona in temporanea difficoltà da aiutare a ristabilire la propria dignità di uomo, composta di relazioni e stimoli culturali oltre che di stomaco pieno. La recente attenzione mediatica al lavoro dei volontari è stata ulteriormente spinta dalla nomina di Commendatore della Repubblica a Roberto Morgantini, volto pubblico e motore delle Cucine. Raccontiamo dunque anche su queste pagine il significato di questa straordinaria realtà sociale.
Nate nel 2015 sotto la onlus CiviBo, le Cucine Popolari contano oggi oltre 100 volontari e servono in media 200 pasti al giorno a persone in difficoltà economica e sociale. Alla storica sede di via del Battiferro si sono presto aggiunte altre due mense nei quartieri San-Vitale e Porto-Saragozza. L’obiettivo sul medio termine è avere una cucina per quartiere, con la speranza un domani di espandere il modello fuori da Bologna. “C’è già un contatto in Friuli” dichiara Morgantini, spiegando che, anche se il nome sarà un altro, ciò che conta è esportare la sostanza delle Cucine.

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Una sostanza davvero speciale che prospera senza nessun finanziamento dai fondi pubblici né tra gli operatori, grazie ad una fitta trama di donazioni di aziende, associazioni e cittadini. Coop, Conad, Pam e Banco Alimentare sono i principali fornitori della maggior parte delle derrate alimentari, che includono prodotti freschi prossimi alla scadenza di cui si evita così lo spreco. Con questi i cuochi volontari preparano pasti completi, che sono serviti a pranzo e dati da asporto per cena. Gli ospiti, segnalati dalla Parrocchia di S. Cristoforo e dai Servizi Sociali, per il 70% italiani, non sono gli unici a poter frequentare la mensa: chiunque può pranzare dando il proprio contributo o prenotare le sale alla sera per eventi che finanzino le Cucine.

Ma il cibo, come tiene a ribadire più volte Morgantini, non è tutto ma solo il mezzo iniziale. Non si tratta solo di sfamare un bisognoso, quanto di superare la vergogna e ripristinare la dignità dell’individuo attraverso la condivisione di momenti di convivialità. “L’altra faccia della povertà è la mancanza di relazioni, che a volte può far più male dello stomaco vuoto per un giorno”. In linea con questo pensiero, il centro sociale Fondo Comini, antistante la mensa del quartiere Navile, avvierà da fine febbraio mattinate di lettura, così che gli ospiti possano godere insieme di un quotidiano o un libro prima del pasto. Anche così si recupera la propria umanità, a dimostrazione che le cucine rappresentano non sono “un ghetto per poveri” dove si fa assistenzialismo.

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Nella costruzione di un clima di solidarietà paritaria e reciproca si colloca anche l’adozione del costume napoletano del ‘sospeso’. Su stimolo di Civibo, la nota abitudine di lasciare un caffè già pagato a disposizione del cliente successivo ha raggiunto Bologna e trovato nuove suggestive espressioni: pizze, panini e, in accordo con l’Arena del Sole, anche biglietti di teatro hanno ora possibilità essere sospesi. L’iniziativa arriverà inoltre a coinvolgere alcuni ristoranti, così da poter lasciare interi pranzi a uno sconosciuto bisognoso.
Chiave del successo delle adesioni alle Cucine Popolari è inoltre l’assenza di un’esplicita marca politica o religiosa: sono gli ospiti, e non le ideologie, il centro d’interesse a cui ciascun volontario, indipendentemente dal credo, dedica la propria ricchezza più importante, il tempo. È un bene che chiunque può donare secondo le proprie possibilità: non è infatti raro che gli ospiti stessi, superati i momenti più difficili, diventino a loro volta volontari, mossi dal bisogno spontaneo di restituire il tempo ricevuto.

La mancanza di un’unica inquadratura ideologica tra i volontari non deve confondere: “Le Cucine Popolari non sono un luogo neutro”. Lo spirito di solidarietà incarnato dai volontari rappresenta anzi una presa di posizione netta, calata a fondo nella realtà, che non è improprio definire resistenza. È resistenza a “una cultura che sparge l’odio con il ventilatore”, all’individualismo e alla diffidenza verso l’altro. È resistenza attraverso la solidarietà intesa come modo di vivere. “La vita deve avere un senso. Ed è vivere in mezzo agli altri e con agli altri – spiega umilmente Morgantini – Non sono un buono, lo faccio perché lo sento”.
Questo rappresentano lui e tutti i volontari, non a parole ma attraverso azione concrete, compiute quotidianamente senza ricerca di lode pubblica. Come dichiarato da Paola Marani, vicepresidente di Civibo “Il fatto è circoscritto a chi se ne occupa, ma la risonanza ha un grande valore dal punto di vista culturale”.

Nonostante si incorra in inevitabili limiti di retorica, è infatti oggi fondamentale pubblicizzare queste realtà così da alimentare il sostegno pubblico e permettere loro di rafforzarsi e diffondersi. Continuiamo quindi a parlarne, per mostrare che il mondo è anche questo e che di questo mondo bisogna far parte.

Vox Zerocinquantuno n.30, febbraio 2019


Matteo Scannavini, 18 anni, studente. Coltiva la passione per la scrittura e la recitazione realizzando sceneggiature ed interpretando ruoli in cortometraggi prodotti insieme ad amici.

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