Perfetta e negletta. La dizione ormai e’ interdetta! di Eloisa Macrí

La dizione, altrimenti detta ortoepia (dal greco ‘orthoépeia’, composto da ‘orthòs’ =retto ed ‘epèia’, da ‘èpo’=parlo, da cui anche ‘epos’=parola) è la retta elocuzione, la corretta pronuncia di una lingua.
L’ortoepia sta alla parola orale come l’ortografia alla parola scritta. Non consiste semplicemente nella corretta pronuncia delle singole vocali, dei dittonghi e degli accenti fonici, ovvero di quegli accenti che ci indicano dove calcare di più la voce all’interno della parola, ma anche nella giusta modalità di articolazione del suono emesso dall’apparato fonatorio.

Ma facciamo un piccolo passo in dietro. Quando, come e perché è nata la dizione?
L’italiano è una lingua romanza, cioè una lingua derivata dal latino, non da quello classico bensì dal latino volgare (dal lat. ‘vulgus’= popolo). L’aggettivo ‘romanza’ deriva dall’avverbio latino ‘romanice’, riferito al parlare vernacolo; ‘romanice loqui’ era contrapposto al ‘latine loqui’, al parlare latino.
Infatti già in epoca classica esisteva un uso volgare del latino, come testimoniano testi letterari e commedie attente a riprodurre fedelmente la lingua parlata.

Foto da lalingualavita.com
Foto da lalingualavita.com

A partire dal II secolo d.c., il cristianesimo introduce nella lingua latina nuovi significati e nuove esigenze pratiche. Lingua parlata e lingua scritta cominciano ad intersecarsi in maniera significativa a partire da autori come Ambrogio, Girolamo e Agostino che adottano, nei loro scritti, la lingua del popolo, la lingua di uso quotidiano, pregna di elementi dialettali.
Con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente e la formazione dei regni romano-barbarici si assiste ad una sorta di sclerotizzazione del latino scritto (che permea unicamente gli ambienti scolastici ed amministrativi), mentre il latino parlato si fonde sempre più intimamente con i dialetti dei popoli latinizzati, dando vita alle lingue neolatine, tra cui l’italiano.
Gli storici della lingua etichettano gli idiomi medievali come ‘volgari italiani’, al plurale e non ancora lingua italiana. Uno dei primi casi di diffusione sovraregionale della lingua è la poesia della scuola siciliana, i cui scritti sono pervenuti in Toscana. Da qui, attraverso la lingua di Dante, Boccaccio e Petrarca, il toscano colto del 1300 è stato convenzionalmente scelto come la lingua unificatrice d’Italia.

Ancora oggi ogni regione d’Italia conserva il proprio dialetto locale e, da Nord a Sud si apre un ventaglio di inflessioni idiomatiche, fluttuanti e cangianti a seconda del territorio. I dialetti conservano un grande e potente fascino anacronistico, sono l’ultimo avamposto della diversificazione in un mondo sempre più appiattito dalla globalizzazione. Tuttavia nei settori della comunicazione televisiva, del teatro, del cinema e della radio è imperativo – a mio avviso – parlare un idioma a tutti comprensibile e non contaminato dalle inflessioni dialettali, dalle incongruenze ed inversioni grammaticali, di cui un tipico esempio è l’inversione tra verbi transitivi e verbi intransitivi in alcune zone del meridione. Non dimentichiamo che ancora oggi in molte scuole gli insegnanti tengono lezione in dialetto. Le caratteristiche fonetiche di una determinata regione investono anche l’ambito canoro: basti pensare ai cantautori romani che triplicano le consonanti, alle cantanti milanesi che invertono tutte le aperture e chiusure vocaliche della ‘e’ e della ‘o’ e ai cantanti napoletani, incomprensibili ai nordici se non con sottotitolatura.

Foto da rivettiwalter.com
Foto da rivettiwalter.com

Nel panorama di una diversità che va preservata, emerge ora come allora l’esigenza di un linguaggio orale unificante, una ortoepia che rifletta limpidamente l’ortografia. Ma la dizione non soltanto unifica, rappresenta un mezzo, un veicolo, una lingua franca che, in particolare gli attori possono sfruttare per proiettarsi in una classicità a mio avviso offuscata dalle avanguardie sperimentali, sempre più riluttanti e refrattarie all’osservanza delle regole fonetiche.
Va fatto un distinguo tra teatro dialettale e caratteristi da un lato, circuiti nazionali e doppiaggio dall’altro. Nel proprio circondario ritengo si possa, anzi si debba, continuare a dar voce alle proprie radici storiche, culturali ed idiomatiche.
Ma nel momento in cui la voce del teatro travalica i propri, circoscritti confini territoriali, penso sia doveroso che essa si attenga ad un codice prescrittivo di fonetica. Ribadisco la convinzione che la dizione sia un veicolo, uno strumento dentro la variegata cassetta degli attrezzi che ad ogni rappresentazione l’attore porta con sé sul palco scenico, ma non posso immaginare un mezzo più appropriato di questo per dar voce a personaggi eterni come quelli shakespeariani, cekoviani, ibseniani, brechtiani e via discorrendo.

Il mio orecchio clinico non può fare a meno di constatare la stridente trascuratezza di speaker, doppiatori ed attori, ormai totalmente incuranti delle regole fonetiche.
Caro lettore, potrai obiettare che, nonostante le inflessioni dialettali, nonostante il congiuntivo sia estinto, nonostante gli strafalcioni, tu riesci comunque ad arguire il senso del discorso. Ti rispondo che anche io il senso lo arguisco, ma se rispettiamo le regole della grammatica quando scriviamo perché non dobbiamo rispettare le regole di una oralità (che affonda le sue origini in uno dei più grandi geni della storia: Dante) quando ci rivolgiamo ad un pubblico eterogeneo?

Vox Zerocinquantuno n 4 novembre 2016


Eloisa Macrì, bolognese con qualche contaminazione genotipica del Sud, si diploma al Liceo Classico L. Galvani di Bologna, frequenta un anno di Biologia ed uno di Medicina per poi orientarsi agli studi di Filosofia. Parallelamente all’Università frequenta la Scuola di Teatro Galante Garrone, il Teatro dell’Ascolto condotto da Paolo Magagna, il Teatro S.Martino diretto da Tanino De Rosa. Si laurea con una tesi sperimentale di bioetica sulle cure palliative, pubblicando un articolo sulla Rivista Italiana di Cure Palliative. Scopre l’amore per il Cabaret e comincia un percorso di scrittura autoironica che sfocia allo Zelig Lab di Bellaria, Fidenza e al tanto ambito Zelig di Milano. Parallelamente insegna teatro, dipinge su materiali alternativi, quali borse (alcune delle quali esposte a Osaka), giacche di pelle, porte. Continua, ad impegnarsi ancora nel teatro classico, collaborando con attori e musicisti.

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