Poltrone rosa: l’imparità di genere nella classe politica italiana, di Matteo Scannavini

In attesa della rivelazione dei volti del nuovo governo giallo rosso, sorge la curiosità di chiedersi che spazi avranno le quote rosa. Il nome di Ursula von den Leyen come presidente della commissione europea è l’ultimo passo avanti fatto in Europa sul delicato tema, rispetto a cui l’Italia continua a dimostrarsi in ritardo. L’attuale legge elettorale prevede misure per l’equa distribuzione dei generi, che tuttavia, dati alla mano, sono state bellamente aggirate dai partiti. Idealmente parlando, queste forme di tutela, anche se fossero disfunzionali, non dovrebbero nemmeno esistere. Restano ad oggi una misura pratica per provare a contenere un ingombrante problema di fondo culturale, che non può essere sconfitto in altro modo che attraverso l’educazione.

La mancanza di pari opportunità in Italia è nota e visibile, e, anche nei suoi riflessi politici, i numeri ne sono esplicita testimonianza. Nell’attuale legislatura soltanto il 35,3% dei parlamentari sono donne. Un dato che si aggrava ulteriormente osservando il governo, per cui il Rosatellum non prevede quote rosa. La percentuale rosa dell’esecutivo uscente era il 17,2%, una netta regressione rispetto ai precedenti governi Letta, Renzi e Gentiloni, che avevano una quota femminile del 27-29%, poco inferiore alla media europea. In base alla ricerche dell’Eurostat, governi europei a concentrazione femminile più debole di quella del Conte 1 si hanno solo in Ungheria (7,1%) e a Malta (12,1%), mentre Cipro ci accompagna in parità sul terzo gradino del disonorevole podio. L’UE presenta del resto una situazione molto disomogenea, con picchi virtuosi nella regione scandinava, Francia e Spagna.

Le pari opportunità di genere sono dunque così un sogno realizzato totalmente da nessuno e inseguito parzialmente a velocità diverse. Nel caso dell’Italia, la caotica e contradditoria alleanza PD 5stelle sembra per lo meno aver ora messo sul tavolo il tema delle quota rosa, dimenticato all’ombra dell’alba giallo verde lo scorso marzo. In realtà di tentativi se ne sono già fatti: il Rosatellum sancisce infatti che i candidati dei collegi uninominali non possano essere per oltre il 60% dello stesso genere, e che nelle liste plurinominali debba essere rispettata la precisa alternanza uomo-donna.
Poco prima delle scorse elezioni, uno studio di LaVoce.info denunciò come i partiti, pur nel rispetto formale della legge elettorale, si stessero svincolando dalle misure per le quote rosa. Secondo questa ricerca, le varie formazioni politiche avrebbero candidato soprattutto uomini nei collegi uninominali sicuri, ovvero ritenuti vincibili in base ai sondaggi, lasciando alle candidate quelli dalla sconfitta più probabile. Chiarendo con un esempio, il PD, che oggi alza la voce per la quote rosa nei ministeri, ha candidato solo il 24% di donne nei 17 collegi uninominali dell’Emilia-Romagna, la regione dove storicamente gioca in casa. Anche il confronto nei collegi plurinominali sarebbe stato viziato attraverso candidature multiple di donne. Il vantaggio femminile è solo apparente perché, alla maggior probabilità di una rappresentante di essere eletta, si contrappone il subentro di un uomo in tutti i collegi conquistati meno uno. Significa che una candidata capolista vince in 4 collegi, potendone rappresentare solo uno, lascerà gli altri 3 al successivo in lista che, per la precitata alternanza, dev’essere un uomo. L’analisi di LaVoce.info, a livello di tendenza generale, è stata in larga parte confermata dal risultato elettorale, che, come detto, ha portato alle camere il 35,3% di donne.

Questa è l’attuale situazione. Prendendo più distanza dal contesto reale, è doveroso ripetere, sia alle donne ma ancor di più da parte loro, che il concetto di quote rosa non dovrebbe esistere in un orizzonte culturale di pari opportunità. In questo idilliaco mondo, da cui ancora siamo troppo lontani, si premierebbe la pura meritocrazia, indipendente del genere, anziché adottare misure da categoria protetta. Per raggiungere questo traguardo, oggi possono venir buone anche misure quelle del Rosatellum, che intanto qualche risultato, limitato dalla deprimente scaltrezza dei partiti, portano a casa: lo testimonia il gap tra il 35,3% di donne alle Camere e l’esiguo 17,2% al governo, privo di filtri per le quote rosa. Ma, consapevoli di questo, la vera partita va giocata nell’educazione, che ancora una volta non passa tanto e solo dalla classe politica, nostro riflesso, ma nella sinergia tra singoli atti quotidiani, a partire dai modelli formativi ricevuti in famiglia. Loris Corradi, vicesindaco di Roverè per Fratelli d’Italia, si è recentemente presentato a una vesta civile esibendo una maglia che recitava: “se non puoi sedurla, puoi sedarla”. È l’ultimo di un’infinità di passi falsi fatti su un cammino travagliato e ancora lunghissimo. Ma siamo tutti ancora in tempo per dimostrare di essere migliori e percorrerlo.

Vox Zerocinquantuno n.37 Settembre 2019


Matteo Scannavini, 19 anni. Studente di Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa.

Foto:corriere.it

 

 

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