Precari di oggi…e di domani: la generazione del reddito di cittadinanza e del lavoretto. Di Matteo Scannavini

Chi s’accontenta gode. Il tradizionale detto della tradizione popolare pare diventato la regola d’oro del rapporto tra il cittadino italiano e la ricerca del lavoro, soprattutto se si tratta di giovani. Mentre si sperimenta l’ancora del reddito di cittadinanza per gli odierni disoccupati, le nuove generazioni contemplano un domani professionale privo di certezze e una pensione che assume sempre più i tratti di vago miraggio. Una visione diametralmente opposta a quella del futuro come ostrica da spolpare, che attendeva i figli del boom economico pronti a prendersela con slancio.

Proprio quella grinta, accusa la percezione comune, sembra mancare ai giovani di oggi, spesso contestati per indolenza e passività. Ma è veramente così? In realtà molti casi testimoniano il contrario. Probabilmente, quello che diverge rispetto alle generazioni passate non è tanto la voglia di fare, ma il ridimensionamento delle aspettative su ciò che si può raggiungere attraverso il fare.
I tempi sono cambiati: la rivoluzione digitale e la crisi del mondo globalizzato hanno imposto un grande freno alle assunzioni. In Italia, entrata in recessione tecnica, si respira un’aria stagnante, si ha l’impressione di un paese anziano non in grado di rimettere in moto la propria economia. Anche la carriera universitaria ha perso per i giovani lo status di via regia e sicura per il successo professionale. Scegliere una facoltà universitaria umanistica rappresenta ormai nella mentalità comune un capriccio da viziato condannato a vivere sulle spalle della famiglia. Nei casi in cui impegno sui libri e conquista del lavoro sognato coincidono, spesso è perché il traguardo del percorso di studio è all’estero.

Spinti dal rischio di rimanere senza niente in mano, sono numerosi gli universitari che si cimentano in lavoretti per pagarsi gli affitti e rendersi indipendenti dalla famiglia. Gli unici impieghi per cui trovano offerta sono umili e talvolta ai limiti dello sfruttamento. È il meccanismo di trasformazione del lavoro che diventa lavoretto, o meglio, lavoretti a tempo determinato. Non si tratta più di soli giovani camerieri, che mediamente godono di discrete tutele, ma di promoter per le strade, pagati solo rispetto alle donazioni raccolte per l’associazione e non in base alle ore svolte, e di corrieri per Just Eat, Deliveroo e affini.
Questi ultimi in particolare sono oggi protagonisti delle proteste contro Di Maio, che come primo atto da ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico aveva promesso di migliorare le loro pessime condizioni contrattuali: pagamenti a cottimo, assenza di ferie e coperture assicurative. Proprio i riders bolognesi hanno protestato domenica 28 aprile sotto le Torri per riportare attenzione alla loro causa. Rimostranze a cui i 5stelle saranno chiamati a rispondere, così come dovranno rendere conto degli sviluppi del reddito di cittadinanza. Ai problemi del precariato giovanile si aggiunge infatti la spinosa questione della legge bandiera dei 5stelle, e quella, strettamente legata, del lavoro nero.

L’Istat stima che circa 2 milioni di lavoratori in nero abbiano i requisiti per richiedere il reddito. Uno degli argomenti forti dell’opposizione al provvedimento, insieme alla critica per l’approccio assistenzialistico, è sempre stato la prevista incentivazione del lavoro irregolare: figurare disoccupato, guadagnare dal nero e intanto percepire pure soldi dallo stato, almeno nei tempi, presumibilmente larghi, in cui i centri d’impiego elaborino tre proposte di lavoro idonee. Un apparente affare. C’è un ma: secondo un’altra analisi molti lavoratori in nero, una volta effettuata un’analisi costi-benefici, risulterebbero in realtà scoraggiati dal chiedere il reddito. I Caf riferiscono che diversi richiedenti, dopo aver ricevuto la spiegazione delle regole delle erogazioni presso gli sportelli, tornano a casa senza compilare il modulo. Fare domanda per il reddito significa infatti rinunciare ai vecchi aiuti già previsti per i poveri e attirare allo stesso tempo le attenzioni del fisco: i controlli, la cui rigidità e efficacia è comunque tutta da verificare, prevedono maxi-sanzioni fino ai 6 anni di carcere per chi aggira il sistema attraverso il nero. Meglio allora continuare a godere delle vecchie tutele e del lavoro irregolare, senza esporsi alla sorveglianza dello stato. Secondo questa pur deprimente chiave di lettura, la spesa statale per il reddito risulterebbe per lo meno alleggerita.

Per il momento rimangono più le perplessità che le speranze riposte nella manovra dei 5stelle, ma solo il tempo potrà dare risposte definitive. Il profilo di rischio maggiore nei prossimi anni resta l’aumento dell’IVA, e, nei prossimi decenni, la declassazione. Questo è il futuro osservato con timore dai precari di oggi e di domani, la cui l’unica certezza costante resta appunto, come sempre, la precarietà. In assenza di un’ingenua fiducia in improbabili rilanci economici generati dalle attuali manovre di governo, la voglia di fare e la capacità di adeguarsi sono oggi più che mai risorse fondamentali.

Vox Zerocinquantuno n.33 Maggio 2019


Matteo Scannavini, 19 anni. Studente di Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa”

(54)

Share

Lascia un commento