Pretese di arte in nuove forme di violenza, di Roberta Antonaci

Neanche ha fatto in tempo ad aprire e già la mostra di Marina Abramovic a Firenze fa molto parlare. Non di sé, però. Smuove campanelli d’allarme su più fronti: la condizione dei lavoratori all’esposizione, la violenza per ottenere attenzione in campo artistico. Se la prima è una notizia che parla da sola (vale la pena approfondire qui), la seconda si può raccontare.Marina Abramović è stata colpita in testa con una tela dall’artista Vaclav Pisvejc il 23 settembre scorso. Si trovava nel cortile di Palazzo Strozzi dove è in corso la mostra Marina Abramović. The Cleaner, fino al 20 gennaio 2019. La donna aveva appena terminato l’ultimo evento di apertura, cioè la firma del suo nuovo libro d’interviste Marina Abramović Interviews 1976-2018.

La prima cosa che la Abramovic ha fatto è stata chiedere all’uomo, 51 anni, di origini ceche, cosa lo avesse spinto al gesto violento. La risposta è stata “l’ho fatto per la mia arte”.

Vaclav Pisvejc non è uno sconosciuto, perlomeno a Firenze. Egli ha già un personale curriculum d’installazioni e performance e altre forme d’arte.

Il gesto estremo, trasgressivo o che in qualche modo attiri l’attenzione, è una caratteristica fondamentale dell’arte contemporanea: Duchamp espone un orinatoio presso la Society of Indipendent Artists nel 1917; gli artisti degli anni Settanta esercitano sul proprio corpo la violenza come arte. Infatti, chi è Marina Abramovic? Una delle sue performance più conosciute, del 1974, è Rythm 0, che è anche un’opera di Body Art cui il pubblico prende parte attivamente. Se Vito Acconci e Gina Pane hanno agito in maniera violenta da soli, procurandosi tagli e altre torture, Marina Abramovic nel 1974 mette a disposizione del suo pubblico 72 oggetti, strumenti di tortura e di piacere. Il pubblico è invitato a utilizzarli, e lei ne esce con un taglio alla gola, scritte sul corpo e altre sevizie. I bodyartisti chiedono la ri-sensibilizzazione del corpo, a fronte di una società pienamente consumistica che celebra l’oggetto-merce. La Body Art manifesta contro l’“avere” per un ritorno all’”essere”. Gli anni Settanta, però, sono un momento storico di allargamento di orizzonti etico-morali, in cui iniziano a essere celebrati atteggiamenti prima bollati come devianti. Non è la provocazione la novità di Pisvejc. La questione centrale è lo sfruttamento della violenza contro qualcun altro, preso alla sprovvista, colpito alle spalle. Un atto violento è per definizione “distruttivo”. Per far rientrare i loro gesti nell’ambito dell’arte i bodyartisti hanno contestualizzato i tagli nella propria carne nel proprio spazio vitale.

Lo sfruttamento dell’audience creato dalla violenza contro una persona indifesa è l’esemplificazione di quanto una società possa essere arrivata al più basso gradino: ciò che conta, la regola, il must è farsi vedere? Voler esser visti è l’obiettivo di tutti, non solo di chi fa arte. Siamo in un momento in cui si vuol sdoganare in società sedicenti civili la violenza dell’uomo contro l’altro uomo? Quest’avvenimento è un campanello d’allarme?

La Body Art ha preso, quasi vent’anni fa, in carico l’esigenza di tornare a una certa autenticità nel rapporto con le proprie percezioni e sensazioni, spiegandola a un pubblico che se ne stava comodo a guardare. E lo ha fatto perché l’arte cura non distrugge, dà risposte e pone domande, fa riflettere e provoca. Può essere blasfema o incompleta, definita e chiara, picchia in testa forse ma solo per stimolare. È quindi produttiva, e vitale. Ecco perché si parla di atto creativo. Cosa crea la violenza?

Vox Zerocinquantuno n.27, ottobre 2018

In copertina foto da: italiapost.it


Roberta Antonaci ha conseguito la laurea triennale in DAMS arte e la magistrale in Semiotica presso l’Università di Bologna. Esperta di arte, applica le teorie della comunicazione al fine di leggere anche le più recenti forme di espressione artistica a partire dai loro aspetti formali, e a questi dedica la sua ricerca sul campo, esplorando mostre ed eventi legati al tema.

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