Quando l’odio cerca la sponda della politica, di Riccardo Angiolini

L’attenzione mediatica internazionale si è concentrata su un fatto di cronaca nera avvenuto negli Stati Uniti. Ultimo di una lunga serie di eventi affini, il mondo ha puntato il proprio sguardo sulla morte di George Floyd, un uomo afroamericano ucciso violentemente per strada da un poliziotto. “Please, I can’t breathe” “Per favore, non riesco a respirare” sono state le ultime parole dell’uomo, rivolte al police officer Derek Chauvin che lo stava bloccando a terra forzando il ginocchio sul collo della vittima. Le immagine diffuse a seguito della vicenda e a Minneapolis, luogo dove sono avvenuti i fatti, da giorni imperversano violenti moti e manifestazioni che hanno già causato ingenti danni e un altro morto.

L’omicidio di George Floyd, accusato di aver contraffatto alcuni assegni, si inserisce perfettamente nel contesto della cosiddetta police brutality americana. Questo fenomeno si riferisce, com’è facile intuire, all’eccessivo ricorso alla violenza e agli abusi di potere perpetrati dal corpo di polizia a stelle e strisce. Inoltre larga parte degli episodi riconducibili a questo filone di soprusi hanno in comune una triste ma evidente verità: si concentrano fortemente sulle minoranze etniche. Basti pensare che solo nell’annata del 2019 su 1004 persone abbattute dalle forze dell’ordine statunitensi 235 erano afroamericani, 158 latini e 370 bianchi. Prese singolarmente questi numeri non dicono molto, ma si pensi che i bianchi costituiscono il 60,4% della popolazione americana, mentre neri e latinos rispettivamente il 13,4 e il 18,3 %. Le proporzioni della police brutality in questi termini appaiono immediatamente sbilanciate, soprattutto se si pensa che la percentuale di crimini commessi dalle due “maggiori minoranze” non sono affatto superiori (nemmeno in proporzione) a quelli commessi dai “true white americans”.

Non si commetta l’errore di credere tuttavia che questa tendenza violenta riguardi solo le forze dell’ordine, infatti negli ultimi anni gravi episodi di brutalità di matrice razziale si sono compiuti fra la stessa società civile. Di esempi ve ne sono molteplici e la scelta è piuttosto variegata. Basti pensare all’esecuzione sommaria di Ahmaud Arbery avvenuta lo scorso 23 febbraio in Georgia, ammazzato a colpi d’arma da fuoco mentre faceva jogging da due individui, padre e figlio, che lo avevano seguito in auto per tutto l’isolato. Entrambi erano legati all’ambiente del suprematismo bianco.
Oppure si torni al 3 agosto del 2019, nella località texana di frontiera di El Paso, quando l’americanissimo Patrick Crusius aprì il fuoco in un Walmart locale (una grossa catena di supermercati) uccidendo 22 persone, fra cui 4 bambini, e ferendone 24. Era repubblicano, sostenitore di Donald Trump, suprematista bianco e ammiratore dell’eccidio avvenuto nella moschea di Christchurch in Nuova Zelanda.
E ancora, a brevissima distanza dall’elezione dell’attuale presidente degli USA, ci si ricordi della tragedia di Charlottesville, nello stato federale del Virginia. In quel 14 agosto 2017 ebbero luogo due cortei: uno di suprematisti bianchi e una contro-manifestazione apertamente contro ai loro sentimenti elitari e razzisti. In quest’occasione un pazzo caricò la folla dei contro-manifestanti in auto, ferendo diverse persone e uccidendo la 32enne Heather Heyer. Alla guida della vettura c’era il 20enne James Alex Fields Junior, militante neonazista. Sui fatti di Charlottesville il presidente Donald Trump non espresse mai un’opinione sufficientemente chiara.

Sebbene sia sempre necessario trattare i temi del razzismo e delle discriminazioni con estrema cautela, è innegabile che negli ultimi anni si sia registrato un preoccupante aumento di episodi di questo genere. Non solo police brutaliy, stragi di massa e omicidi con evidenti tratti razzisti, ma anche un massiccio blocco di pratiche discriminatorie targate generalmente come hate crimes, crimini d’odio. Un odio perverso e ipocrita indirizzato alle minoranze di un Paese che proprio sugli immigrati ha fondato la propria fortuna. Un odio ignorante, irrazionale ed elitario che vorrebbe innalzare una componente etnica al di sopra di tutte le altre, non solo nei numeri ma nei concreti rapporti con la legge. Un odio sempre più massificato e diffuso da un linguaggio misogino e razzista che ha preso piede negli ultimi anni.

Anche se non è certo una novità servirsi di un capro espiatorio per giustificare le falle di un sistema, tuttavia quando tale espediente è incarnato in precisi gruppi di esseri umani, i risultati sono sempre gli stessi. Questa considerazione finale non vuole responsabilizzare in modo assoluto la politica per tutti i George Floyd passati, presenti e futuri. Tuttavia è impossibile ignorare come la tendenza a minimizzare questi eventi da parte delle istituzioni, in maniera più o meno sottile, alimenti la nascita  e la diffusione di questo genere di mostri. Tutto ciò in Stati avanzati e “campioni” di democrazia, dagli USA di Trump alle più pacifiche nazioni europee, Italia compresa.

Vox Zerocinquantuno, 31 maggio 2020

 


Fonti dei dati:

https://www.statista.com/statistics/585152/people-shot-to-death-by-us-police-by-race/

https://www.census.gov/quickfacts/fact/table/US/IPE120218

 


Foto: Freepik

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