Raccontiamo Làbas, tra vecchio e nuovo. Di Chiara Di Tommaso

Làbas è un collettivo politico”, queste le prime parole che si leggono sulla loro pagina web (https://labasoccupato.com), nonché le primissime parole che pronuncia Alessandro, attivista che si è reso disponibile per l’intervista. Sembra semplice, una perfetta definizione in stile aristotelico: genere prossimo e caratteristica specifica. Ma questa non basta per comprendere in concreto che cosa significhi, che cosa ci sia davvero dietro questo titolo. Che cosa sappiamo di questa realtà così complessa e attiva sul nostro territorio?

Làbas nasce, come iniziativa legata allo storico centro sociale bolognese TPO, nel Novembre del 2012. Si sviluppa in un clima di instabilità e crisi “come spazio per reinventare la società, come spazio di sperimentazione”. Làbas nasce con l’occupazione dell’ex Caserma Masini, complesso di edifici che si estende tra via Santo Stefano e via Orfeo per 8000 mq e che si trovava in stato di abbandono da una ventina d’anni. Era passata da poco sotto l’amministrazione statale di Cassa Depositi e Prestiti e dal 2014 era stata destinata a fini commerciali: “L’abbiamo occupata per darle un ruolo alternativo, i progetti e le collaborazioni hanno permesso di dare nuova vita a quel posto”. È questo l’inizio della loro storia, “la storia di una generazione che è stata privata del proprio futuro e ora vuole riprenderselo”, come si legge nel loro primo comunicato.

Làbas, raccontano gli attivisti, è un collettivo di nome e di fatto. È l’assemblea, composta da tutti i membri della comunità, a prendere le decisioni. Non c’è rappresentanza, non si vota, non decide la maggioranza, l’obiettivo è la formazione del consenso. Si discute, ci si confronta, “si cerca una sintesi collettiva di tutti gli interventi”. Sulla carta sono circa un centinaio le persone che fanno parte della comunità, anche se effettivamente presenti con costanza alle riunioni sono una cinquantina. Prova di questo forte senso di collettività è il fatto che, la prima volta che ci siamo recati sul posto per chiedere un’intervista, non ci è stata concessa. I due ragazzi che abbiamo trovato ci hanno spiegato come non potessero rispondere alle nostre domande su due piedi, in quanto così facendo avrebbero espresso soltanto le loro opinioni individuali, senza aver prima consultato l’assemblea.

Foto di Nicolò Samuele Grieco

Ma, come tengono a specificare, Làbas è un collettivo politico: “portiamo avanti una socialità orientata politicamente ed economicamente. Dietro ad ogni nostro progetto c’è un chiaro disegno politico”. A partire dalla collaborazione con Campi Aperti, associazione di sovranità alimentare, con la quale ogni mercoledì allestiscono un mercato per la vendita di prodotti agricoli del territorio. Prodotti che non sono solo biologici e coltivati nel rispetto dell’ambiente, ma “hanno dei valori”: vanno molto fieri delle loro “zucchine antifasciste”, tali perché cresciute nell’attenzione alla sostenibilità e nella tutela dei diritti dei lavoratori. Sulla stessa linea sono nate anche Làbiopizza, che sforna pizze con i prodotti del mercato e Schiumarell, che produce birra artigianale. La proposta è quella di “un’economia diversa, fondata sulle relazioni e sull’auto-reddito”, dove i lavoratori, che spesso non hanno i documenti per poter lavorare in altri contesti, si auto-sostentano trattenendo una parte del ricavato. Nell’ambito dell’integrazione e della cultura poi, sono tantissimi i progetti, primo fra tutti Làbimbi, la ludoteca che si fonda sulla “crescita collettiva, l’integrazione, la sinergia tra i bambini”, l’Aula Studio Regeni, la Biblioteca sociale Quaderni Urbani e la nuovissima sala prove musicale che ambisce a diventare studio di registrazione. Ma quello che ha cambiato la storia di Làbas, sottolinea Alessandro, è il progetto Accoglienza Degna, che nasce come risposta alla domanda “come Bologna potesse diventare di supporto, solidale ai migranti” sviluppando una nuova idea d’accoglienza a partire dai principi di “dignità, parità, emancipazione”. “Nelle stanze dell’ex caserma avevamo organizzato un Dormitorio Sociale Autogestito, una Scuola di Italiano, uno Sportello Lavoro e uno per i Permessi di soggiorno.” Un progetto di considerevoli dimensioni che aveva bisogno di tante braccia per poter funzionare.

È così che inizia “l’apertura di Làbas” verso l’esterno. Viene organizzata una “chiamata di volontari”, grande novità per il collettivo, e la città risponde molto positivamente. Si tratta di un passo decisivo, poiché da quel momento non ci sono più solo gli attivisti ma anche chi “non era parte di Làbas e non aveva aderito al nostro programma per intero, decideva di collaborare con noi, una collaborazione fondata sull’affinità di obiettivi”. Il 27 Maggio 2017 viene organizzata la grande manifestazione “Bologna Accoglie” a cui partecipano tante e diverse realtà, tra cui Làbas. Questo processo di graduale “contaminazione” era già in atto da tempo in realtà, infatti la relazione con il Quartiere si era già ampiamente sviluppata, anche grazie alla nascita del comitato “ex caserma Masini bene comune”, che aveva l’obiettivo di marginare il rischio di uno sgombero e di “difendere un posto aperto illegalmente, ma legittimo. Una norma non è mai assolutamente giusta, lo diventa dal momento che è socialmente giusta. C’è differenza, e lo dico da giurista”, afferma con sicurezza Alessandro. Inoltre Làbas fa parte di Coalizione Civica, un forza politica che ha portato all’elezione di un membro del collettivo al Consiglio di Quartiere. “Il rapporto con il Comune invece è sempre stato più complicato”.

Foto Nicolò Samuele Grieco

Arriviamo così a parlare del fatidico 8 Agosto 2017, la giornata dello sgombero. Siamo in un periodo caldo, che sotto la direttiva del ministro Minniti ai prefetti, sta vedendo compiersi un ciclo di sgomberi in tutta Italia. “Non veniamo colti impreparati, già dal giorno prima ci erano arrivate voci di quello che sarebbe successo. Alle cinque di mattina davanti all’ingresso c’erano già cinquanta-sessanta persone pronte, non solo noi, ma anche un sacco di cittadini”. All’arrivo delle forze dell’ordine ognuno ha scelto come reagire: “chi con un appoggio solidale faceva presenza, chi opponeva una resistenza passiva lasciandosi trascinare via, chi invece una resistenza attiva scontrandosi direttamente con la polizia”. Questi diversi approcci sono stati tutti fondamentali perché “hanno dato voce alla diversità interna di Làbas”. Nei giorni seguenti è stata organizzata una conferenza a cui hanno partecipato centinaia di persone e il 9 settembre un corteo di 20.000 manifestanti sotto lo striscione “RiapriAMO Làbas” ha invaso le strade di Bologna denunciando “l’incapacità delle istituzioni di leggere le nostre politiche di attivazione” e chiedendo a gran voce la riapertura di Làbas, non necessariamente come ex caserma Masini, ma come “idea di mondo, disegno di città, bene comune. È stata la cittadinanza a decidere che Làbas doveva esserci”. Di fronte a questa richiesta il Sindaco ha risposto con una lettera che proponeva a Làbas uno spazio provvisorio, in Vicolo Bolognetti 2, e poi uno definitivo presso la Staveco. Hanno dovuto così partecipare al Bando di assegnazione indetto dal Comune, anche se “avremmo preferito altri metodi, come accedere al programma del Regolamento dei Beni Comuni”. Anche questo passo, come ovvio, ha avuto delle conseguenze: “Ci ha cambiati. Abbiamo dovuto considerare nuove interazioni, ci ha stimolato ad instaurare nuove relazioni con altre realtà come quelle con le quali abbiamo scritto il bando (ad esempio Ateliersì). Làbas non è più quello che era nell’ex Caserma.” La tensione a coinvolgere sempre più persone, sviluppatasi con il progetto di accoglienza, è diventata oggi “una vera e propria sfida di apertura”.

È da ormai più di tre mesi che Làbas si trova nella nuova sede e sono stati già organizzati più di quarantadue eventi: “è un esperimento, sta funzionando”. Certo non è più un’occupazione, che senza dubbio “era uno strumento di conflitto, un elemento stimolante che ha però dei limiti”. La gestione dunque è cambiata e di conseguenza qualcuno si è allontanato, altri invece si sono avvicinati, come è normale che sia. “Stiamo vivendo con curiosità questo cambio sostanziale”. La nuova sede ha offerto “novità interessanti”, come quella di essere accanto ad una scuola, con cui condividono il cortile interno, sempre pieno di bambini che giocano, ma anche punti di debolezza e alcuni limiti: “Ci manca uno spazio che possa contenere tutta la complessità di Làbas, progetti fondamentali come quello del dormitorio qui non sono possibili”. Ma intanto lavorano nella loro “nuova casa”, lavorano per far ripartire la birreria e la pizzeria, organizzano attività culturali.

È proprio con queste note che si conclude la nostra “chiacchierata”, e dopo poco, quasi come se volesse coronare il loro bel sogno che hanno appena raccontato e stanno ancora costruendo, nel cielo si disegna un perfetto arcobaleno.

Vox Zerocinquantuno n.23, giugno 2018

In copertina foto di Samuele Nicolò Grieco

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