Ragazze e donne migranti: tabù e desiderio, imposizioni e violenza. Di Lella Di Marco

E’ fin troppo evidente, anche ad una lettura attentissima, la poca attendibilità degli impegni e la evanescenza delle proposte sottoscritti dai 28 paesi dell’unione europea. Né può bastare l’urlo sguaiato del ministro dell’Interno Salvini, l’attacco alle ONG o la chiusura dei porti. Non vogliamo in questa sede discutere di tale questione gravissima e intrigata, né seguire la via degli insulti a politici discutibili, piuttosto intendiamo porre all’attenzione un problema, molto grave, che è la sorte delle adolescenti e giovani donne provenienti dal Pakistan o dal Bangladesh immigrate a Bologna da anni con le loro famiglie o addirittura nate in suolo italico. Si ripetono con sempre maggiore frequenza i casi di ragazze segregate, tolte dalla scuola dell’obbligo, picchiate, o rispedite dalla famiglia dai nonni o presso altri parenti rimasti in Pakistan, per non essere contaminate dalla cultura occidentale quando non addirittura spedite nel paese di origine ad essere uccise per avere “trasgredito“, per essersi ribellate, per avere disonorato la famiglia e tutta la loro comunità.

Non si tratta di vittime del terrorismo islamico, quello cui la cronaca nera ci ha abituati da tempo, ma di una situazione di normale quotidianità educativa in famiglie di tradizione decisamente patriarcale che, sul corpo e sulla vita delle proprie figlie, vogliono conservare il loro passato, le tradizioni tribali, la “nullificazione” e l’asservimento della “femmina” per controllare ogni desiderio, scelta, voglia di vivere… e investire il futuro sul matrimonio che corrisponda alle loro aspirazioni.

C’è da dire che tale consuetudine in Pakistan ha aspetti diversi. Tutto dipende dalle classi sociali di appartenenza: la povertà economica e l’emarginazione sociale impongono decisamente, per le figlie, la negazione dell’istruzione, la violenza e l’imposizione educativa per farne degne spose: umili, servili e sottomesse. Alle ragazze di classe sociale più elevata sono imposti meno vincoli e consentita la possibilità di studiare fino a conseguire laurea e specializzazione .

In Italia i casi più eclatanti di donne assassinate, minacciate, istigate al suicidio, ovviamente appartengono alla prima categoria di provenienza e la situazione è talmente nota fra gli stessi migranti, (anche se tutti omertosi uomini e donne) che circola voce che gli stessi giovani marocchini preferiscono, ormai, sposare una ragazza pakistana, non riuscendo a controllare del tutto quelle della loro comunità già introdotte sulla via dell’emancipazione, della coscienza dei diritti, dell’apprezzamento dell’autonomia… tutti “privilegi” conseguiti anche attraverso un percorso scolastico.

L’ultimo caso divulgato dalla cronaca nera dei media è scoppiato in un paesino vicino Bologna. La giovane diciottenne innamorata di un giovane italiano, avendo rifiutato il matrimonio imposto, è stata minacciata di morte dal fratello e dai genitori. Costoro sono stati poi arrestati in seguito alla denuncia del giovane fidanzato.

E così tanti altri casi che non arrivano alla cronaca ma che prosperano nel silenzio, nella solitudine, nell’auto-isolamento, sfuggendo perfino alla conoscenza dei servizi sociali o degli insegnati nelle scuole. Si tratta sempre di violazione dei diritti umani.

Noi dell’ass.ne Annassim– donne native e migranti- che da anni operiamo sul territorio con azioni di sostegno a donne e ragazze per agevolarle alla conoscenza della lingua e della cultura italiane, anche con progetti sull’identità in costruzione delle adolescenti, abbiamo raccolto molte testimonianze, scritto per denunciare, seguito le azioni e i convegni dell’ass.ne Trama di Terre di Imola che su tale problematica ha realizzato convegni e pubblicazioni, indicando anche linee guida per la prevenzione e contrasto al matrimonio forzato, anche con azioni internazionali, non possiamo più tollerare la scarsa attenzione delle istituzioni e la pochissima determinazione nell’intervenire anche da parte di chi ne ha il dovere .

Che l’onore e il destino delle famiglie pakistane siano legati alla sorte delle figlie non è accettabile in Italia e nel mondo. Non possiamo più tollerare ulteriori vittime di questo barbaro e sanguinario retaggio di cultura patriarcale. Tacere o ignorare è una complicità che potrebbe procurare in seguito delitti peggiori.

Ma il nostro non vuole essere un attacco alle comunità in oggetto, un colpevolizzare e criminalizzare comunità straniere immigrate in Italia. Conosciamo le dinamiche patriarcali che, anche se in modo diverso oggi, colpiscono ancora e anche in Italia con un patriarcato ancora presente anche nelle culture moderne e occidentali.

Noi pensiamo che “accogliere” sia anche testimoniare e denunciare la negazione dei diritti umani e dei principi della nostra costituzione.

Noi accusiamo chi per anni ha governato l’immigrazione senza un progetto strategico, come riteniamo colpevole chi ha ritenuto e ritiene che “accogliere” significhi soltanto stabilire le quote di ingresso, aprire o chiudere i porti e ignorare tutto il resto. Accoglienza – ospitalità – significa anzitutto “ educazione-cultura- istruzione, fornire strumenti adeguati per essere cittadini- in un paese nuovo “.

Tutto questo in buona parte è mancato e manca ancora.

Vox Zerocinquantuno n.24, luglio 2018

In copertina la sede del Centro Interculturale Zonarelli di Bologna (Foto Fausto Amelii).


Lella Di Marco, Ass.ne Annassim.

 

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