Ragazzo Italiano di Gian Arturo Ferrari. Recensione di Riccardo Angiolini

Ragazzo italiano è il titolo del primo romanzo scritto da Gian Arturo Ferrari, storico editore nonché manager e numero uno della Mondadori. Con questa sua opera pare voler inseguire gli stessi fortunati esiti della propria carriera: Ragazzo italiano è infatti uno fra i romanzi in corsa per il Premio Strega e, per alcuni suoi aspetti, è facile comprendere il perché.

Il romanzo è ambientato nel ventennio immediatamente successivo alla fine della seconda guerra mondiale, in un Italia distrutta, devastata, lacerata da un conflitto che lasciò ferite profondissime. Eppure in questa stessa Italia, già rassegnata alle fatiche future, è presente il seme della rinascita, della ripresa economica e del cambiamento sociale. In questo contesto storico nasce Ninni, Pieraugusto all’anagrafe, in una fra le tante famiglie che dopo la guerra anelavano a una vita migliore.

Ninni ha la fortuna di venire al mondo in un contesto di relativa sicurezza e protezione, di stabilità economica e familiare sì precaria, ma non più (e forse anche meno) della gran parte degli italiani di allora. Ninni è dunque uno dei tanti figli di quella classe sociale non certo ricca ma quanto meno agiata o in procinto di sistemarsi, destinata a prender la forma di quella che sarà la classe media italiana. In questo contesto, il piccolo Ninni crescerà e si formerà. Verrà a contatto con la dura realtà dell’epoca, determinata dalla miseria e dagli sconvolgimenti sociali e politici ereditati dalla guerra, ma potrà assistere allo stesso tempo alla preparazione del cambiamento, ai primi passi fatti da un intero Paese che sta per conoscere la propria grande svolta.

La quotidianità del piccolo Ninni sarà mitigata da alcuni affetti e aspetti della propria intimità familiare. La sua infanzia sarà difatti suddivisa in due realtà quasi opposte, quella di Zanegrate e quella di Querciano, entrambe località fittizie ma emblematiche di quell’Italia “in transizione”. Zanegrate è un paesino di periferia lombardo, dove il tempo è scandito dagli orari di lavoro e il panorama dalla durezza degli edifici, appartenente a quella periferia che sarà la protagonista del futuro boom industriale. Querciano al contrario è una località emiliana, tipica di quella ruralità appenninica dove, nonostante lo scorrere del tempo, cose e persone sembrano rimanere sempre le stesse. Proprio a Querciano, patria natale della mamma e della nonna, Ninni conoscerà le gioie e i segreti dell’infanzia, completamente inconsapevole del fatto che quel mondo sarebbe presto scomparso.

L’intero romanzo ruota proprio attorno a questo perno: l’incombenza del tempo e del cambiamento. In ogni capitolo l’autore ci rende partecipi di un aspetto della vita di Ninni, lo descrive minuziosamente sia dicendo che non dicendo, intendendo o lasciando intendere gli aspetti di quel reale caratteristico dell’Italia degli anni ’50. Ogni evento e ogni momento sono affrontati con la sconsolata consapevolezza della loro transitorietà, e lo stesso Ninni si renderà presto conto del fatto che le cose cambiano, della fittizia immanenza della realtà contro il passare degli anni.

In quegli anni si susseguono diversi eventi: la nascita della sorellina, il trasferimento a Milano, la scuola elementare, la nuova prosperità economica, la progressiva decadenza della realtà di Querciano e la scomparsa di alcuni fondamentali affetti familiari. L’infanzia di Ninni cede il passo all’adolescenza di Piero e, così come il proprio nomignolo, il bambino cederà il passo al ragazzo, sbalzato da un momento all’altro in un universo completamente nuovo a lui sconosciuto.

Il romanzo si chiude poi tracciando i contorni di quelli che sono gli ultimi passi dell’adolescenza del giovane Piero, brillante studente di liceo classico già lanciato verso l’università e quegli anni ’60 dove tutto sta per cambiare. La scrittura semplice, lineare e allo stesso tempo fortemente evocativa dell’autore dipingono un uomo che sta per sbocciare, un io sempre più complesso e autonomo che sta progressivamente prendendo le distanze dal nido familiare dove è cresciuto.

Ragazzo Italiano è dunque un romanzo che, pur lasciando moltissimo di non detto, riesce a offrire uno spaccato concreto e sincero della complessità di quel momento. Il libro di Gian Arturo Ferrari, scritto in una prosa tanto elegante quanto piacevole, permette al lettore di immergersi, oltre che in quel contesto storico, in quel periodo della vita ove tutto è nuovo e tutto è da scoprire. Ma forse è proprio questo complesso di esperienze e dubbi mai spiegati che restituiscono al meglio la magia nostalgica di quegli anni ormai passati. Memorie, amori e tristi consapevolezze si fondono costantemente in questo romanzo che, anche in caso non dovesse piacere, offrirebbe generosamente tanti spunti di riflessione.
Vox Zerocinquantuno,11 maggio 2020

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