Recovery fund: la trattativa per salvare l’Europa, di Riccardo Angiolini

 

È già divenuta iconica l’immagine del “gomito a gomito” fra Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, e Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, a seguito dell’accordo finale preso in merito al Recovery Fund. Un sincero e umano gesto di soddisfazione più che comprensibile visti i mesi di tensioni interne all’UE che hanno incendiato i rapporti fra gli Stati Membri. In seguito a sudatissime trattative infatti, durante le quali compromesso e invettiva si sono spesso mescolati assieme, l’Europa è finalmente giunta a un punto per ciò che concerne l’ampio piano di aiuti sovranazionale stanziato per contrastare i disastrosi effetti del Coronavirus. Il Recovery Fund, nonostante le dure polemiche che ha scatenato, potrebbe davvero segnare un momento di rinascita materiale e spirituale di un Europa sempre più messa in dubbio.

Ma in cosa consiste precisamente questo tanto discusso Recovery Fund? In parole povere si tratta di un piano di aiuti economici, riscossi tramite l’emissione di titoli debito europeo (Eurobond), da distribuire ai Paesi dell’Unione messi in ginocchio dal Covid 19. Questi fondi saranno concessi agli Stati Membri in due modalità: prestito e concessione a fondo perduto. La restituzione dei primi dovrà avvenire in un lasso di tempo alquanto lungo (si parla del 2027 come termine) e a tassi di interesse molto bassi, i secondi invece verranno stanziati “gratuitamente”. Anche in questo caso però vi sono alcune clausole da rispettare, sia riguardo alla concessione stessa di tali risorse sia riguardo la vigilanza delle istituzioni europee sull’impiego della liquidità ricevuta.

Nessun fondo potrà essere stanziato finché il Paese interessato non presenti un preciso disegno di riforma, attinente ad alcuni canoni stabiliti dall’UE, e sarà possibile incorrere in gravi sanzioni se l’utilizzo della concessione venisse valutato negativamente. Un meccanismo ben strutturato che prevede un iter preciso, principalmente condotto dalla Commissione ma che può passare anche per il Consiglio in casi estremi. Un sistema di aiuti che non solo punta a far risollevare gli Stati più in difficoltà, ma che cerca di farlo indirizzandoli verso tipologie di investimenti lungimiranti, sempre più votati all’ecologia e allo stato di diritto. Tutte precauzioni e limitazioni che, nonostante lo storico accordo, hanno messo in luce le eterogenee facce dell’UE: dal blocco dei “frugali” nordici, passando per il centro diplomatico, fino ai meno dinamici Paesi meridionali e ai sempre meno democratici Paesi del blocco centro-orientale.

Il gioco di luci e ombre gettate sul panorama europeo ha fatto discutere ampiamente e ha diviso l’opinione pubblica (e politica) dell’intero continente. I 750 miliardi di aiuti non sono d’altronde una bazzecola, così come non lo sono i 209 che verranno concessi a partire dal 2021 solo all’Italia, suddivisi apparentemente in circa 80 di sussidi e poco meno di 130 di prestiti. Cifre tutt’altro che irrisorie che, se sfruttate in maniera corretta e consapevole, potrebbero davvero garantire al nostro Paese un valido appiglio per la ripresa. Per giungere a questo tipo di concessione sono stati comunque approvati compromessi di notevole entità anche a favore dei Paesi europei settentrionali, ribattezzati ironicamente i “frugali” e più legati a politiche conservatrici di austerity. Per quest’ultimi, fra cui gli agguerritissimi Paesi Bassi, la Svezia, la Danimarca, la Finlandia e l’Austria sono previsti invece sconti sulla tassazione europea, le cosiddette rebates, che ammontano a quasi 26 miliardi di euro. Un vero e proprio “tesoretto” che questi Paesi tratterranno in patria a discapito del bilancio comune europeo.

Ciò a cui si è assistito è in conclusione un apparentemente impossibile, ma in ultima istanza realizzato, accordo fra i così diversi protagonisti del Vecchio Continente. Il Recovery Fund infatti, nonostante l’arduo braccio di ferro a cui è stato sottoposto, è stato infine definito e segnerà le sorti future dell’Unione e dei suoi Membri. A prescindere da ciò che è stato ottenuto dalle singole parti, che sarà oggetto di infinito dibattito per i sovranisti di tutta Europa, abbiamo avuto la possibilità di assistere ad un momento davvero epocale per ciò che concerne la diplomazia e le istituzioni europee. Quest’ultime infatti sono state in grado di siglare un accordo per molti irrealizzabile che saprà sicuramente infondere nuova linfa vitale alla fiducia e all’operato della politica più progressista.

Per ciò che invece concerne l’Italia poi si prospetta una duplice sfida da cogliere al volo, qualunque governo si troverà a fronteggiarla. In primo luogo si avrà la possibilità per sfatare l’abusata credenza per cui l’Europa ci soffochi: alla faccia del populismo qualunquista, l’UE potrebbe averci fornito i mezzi per riprenderci e i canoni su cui basare tale virtuosa azione. In secondo luogo, e in virtù del primo punto, ci si potrà mettere in gioco al pari degli altri e dimostrare al mondo intero la bontà delle promesse di riforme. Ciò di cui l’Italia ha bisogno è in fondo, oltre a una classe dirigente capace e intraprendente, un pizzico di considerazione in più. Grazie al Recovery Fund, se abbinato a buonsenso, correttezza e competenza, potremo finalmente riappropriarcene.

Vox Zerocinquantuno, 22 luglio 2020

 

Foto: pagina Instagram Giuseppe Conte official

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