Revenant. La vendetta è nelle mani di Dio. di Alessandro Romano

1823, Nord Dakota. Una delle prime usurpazioni dell’uomo bianco nei confronti delle terre dei nativi americani. Sono infatti gli anni dei “Trapper” (letteralmente, colui che tende trappole), mercanti-esploratori che dalla prima metà del 700 alla seconda dell’800 si spinsero lungo le rive del Missouri per arricchirsi con la caccia delle pelli, soprattutto quella del castoro (particolarmente pregiata e remunerativa) e del bisonte, portando entrambe le specie sull’orlo dell’estinzione dal suolo americano.

Hugh Glass (Leonardo di Caprio), leggenda americana, realmente esistito a cavallo tra Settecento e Ottocento, fa da guida per uno di questi gruppi di cacciatori.
Il matrimonio con un’indiana Pawnee, rimasta uccisa dai soldati americani dopo un’invasione al loro villaggio, rende Hugh un grande conoscitore delle terre e degli usi degli indiani del luogo. Accanto a lui c’è Hawk, il giovane figlio che parla praticamente solo il Pawnee e che lo segue come un’ombra. È proprio su questo legame si incentrano le vicende del film.
Un giorno, durante la spedizione, Glass viene attaccato da un orso che lo riduce in fin di vita. Immobilizzato dai dolori e dalle ferite riportate sul corpo, viene trascinato su di una barella per alcuni tratti, finché il gruppo si separa lasciando il compito a 3 uomini (tra cui il figlio) di assisterlo fino al ritorno della squadra o alla sua eventuale dipartita. Uno dei tre uomini è John Fitzgerald (Tom Hardy), xenofobo, particolarmente aggressivo e violento, che, lungi dal rassegnarsi alla possibilità e alla legittimità di avere un figlio mezzosangue, fa di Glass l’oggetto delle sue continue provocazioni.
Quest’ultimo, ancora debole e impossibilitato a parlare per via delle ferite alla gola, viene abbandonato dopo essere stato costretto ad assistere all’uccisione del figlio. Da quel momento l’unico scopo nella sua vita sarà quello di vendicarsi.

Racconto epico, incentrato soprattutto su un legame molto forte ma reso difficile dalle convenzioni sociali di un’epoca (solo di un’epoca?) e sul sentimento di vendetta quando questi pervade completamente la vita di un uomo fino a fargli compiere degli sforzi impensabili, ma che una volta compiuta non lascia altro che un grande senso di vuoto. Ciò che si è perso non viene restituito e ciò che si è costruito porta alla mera distruzione di altre vite.

Meritati gli Oscar, Di Caprio come miglior attore, in un ruolo in cui per buona parte del film non può parlare viene costretto a giocare soprattutto sulle espressioni e lo fa benissimo. La sensazione è comunque quella di un meritato riconoscimento ad una carriera che lo aveva visto concorrere al premio altre cinque volte e che forse avrebbe meritato per la performance in “The Wolf of Wall Street”, non fosse stato per l’incredibile Matthew McConaughey di “Dallas Buyers Club”, vincitore poi di quell’edizione. Appare difficile non essere d’accordo anche col conferimento a Iñárritu per la regia, non solo per le immagini e le scelte di inquadratura capaci di restituire l’aspetto “imponente” di terre immense e primitive, ma anche per il maniacale realismo nella realizzazione (il progetto è durato circa 5 anni) e soprattutto il coraggio di intraprendere una strada completamente nuova (e altamente ambiziosa) rispetto alla sua già pluripremiata filmografia.
Anche se non riconosciuta dagli Oscar, merita una menzione anche la prova maiuscola di Tom Hardy, attore in continua ascesa e che quasi certamente continuerà a far parlare di sé.

Nonostante le immagini epiche e l’indiscussa qualità del film, probabilmente rimarrà deluso chi si aspetta qualcosa di innovativo dal punto di vista dell’azione e della narrazione. Per quel che riguarda il primo aspetto, si ricordano due/tre brevi scene realmente avvincenti, dato che il film si regge prevalentemente sulla lenta e faticosa rinascita del protagonista, la guerra di nervi ed il dolore interno e silenzioso che lo logora. Da un punto di vista puramente narrativo, invece, il film sembra, purtroppo, non aggiungere niente di nuovo, con i dialoghi (volutamente) ridotti all’osso ed un finale avvincente ma che in fondo appare anche abbastanza scontato.

Ricordando che le vicende raccontate appartengono ad una leggenda importante nella cultura americana, probabilmente lo scopo del regista non era quello di farne emergere la spettacolarità, ma di portare lo spettatore ad una serie di riflessioni. Raccontare una storia in cui la natura, nella sua vastità incontaminata, pone maggior risalto alla lotta solitaria e disperata di un uomo, il quale, noncurante della precarietà della propria condizione fisica e dei pericoli della natura stessa, prosegue il suo cammino “sorretto” esclusivamente da uno spirito pervaso dall’odio. Ci viene dunque permesso di concentrare l’attenzione soprattutto sul dramma interiore del protagonista e, di indagare sul senso di solitudine che porta con sé una vita, quando pone la vendetta come suo unico scopo.
Alessandro Romano ha conseguito la laurea in Sociologia presso la Facoltà di “Scienze Politiche” di Bologna. Dopo un breve periodo di lavoro in Irlanda torna in Italia e si laurea al Corso Magistrale di “Scienze del Lavoro” all’Università degli Studi di Milano con la tesi: “Mercato del Lavoro e Immigrazione: un confronto tra Italia e Spagna negli anni della crisi economica globale”.

Vox Zerocinquantuno n 2, giugno 2016


Alessandro Romano ha conseguito la laurea in Sociologia presso la Facoltà di “Scienze Politiche” di Bologna. Dopo un breve periodo di lavoro in Irlanda torna in Italia e si laurea al Corso Magistrale di “Scienze del Lavoro” all’Università degli Studi di Milano con la tesi: “Mercato del Lavoro e Immigrazione: un confronto tra Italia e Spagna negli anni della crisi economica globale”.

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