Ripensare alla città: l’esperienza autogestita di Làbas a Bologna, di Marta Spadea

Gli spazi urbani sono per loro natura prodotti culturali. Generati dalla storia del luogo, dall’eredità che questa sedimenta nella vita di chi li popola e dalle traiettorie dei singoli che li attraversano e li abbandonano. La città, eletta sempre più spesso a spazio da abitare (la popolazione mondiale nei prossimi cinquant’anni si stima vivrà per i 2/3 in centri urbani), può essere immaginata come costruita su due livelli, necessari l’uno all’altro: il primo materiale, alternanza di cemento e verde, una somma di geometrie; il secondo animato, segnato dalle vite che lo animano e ancor di più dalle relazioni che lo innervano. Questi contenitori diventano più affollati ma le fisionomie mutano. I rami delle città si allungano oltre i perimetri storici, si legano ad altre realtà diventando nodi di una rete di scambi, luoghi sempre più simili tra loro e sempre meno distanti. Il secondo strato, che popola e dà senso al primo, non si regge più su solide connessioni valoriali né sulla condivisione di risorse, pratiche e luoghi (intesi nei termini di Augé, quindi densi di relazioni, storicità e in qualche modo identitari). La società moderna, quindi la società urbana, tende a livelli di evanescenza sempre crescenti; la comunità scioglie il suo legame con lo spazio fisco, smette di riferirsi aprioristicamente ad una scala territoriale condivisa e si avvicina sempre più ad una definizione virtuale. Per quanto sfumato sia il mondo comunitario se ricercato nelle grandi configurazioni sociali, approcciandoci società urbana con un occhio più attento all’individuo e alle proprie relazioni, ci accorgiamo che il legame tra i singoli è ancora un elemento imprescindibile perché si possa parlare di società. Oltre alle vicinanze emotive, il cittadino moderno si trova a cooperare per opporsi alle logiche neoliberiste, alla mercificazione dei luoghi, alla crisi del welfare state, sperimentando forme di autonomia che restituiscono vita a luoghi abbandonati e creano significati dal basso, all’interno dello spazio urbano progettato con una logica top-down.
L’esperienza di Làbas a Bologna rappresenta un incubatore in cui questo bisogno, spesso latente, si manifesta. All’interno di una discussione ampia e aperta alla contaminazione di idee da parte di diverse tipologie di attori, Làbas in questi anni ha dimostrato di saper essere una realtà votata all’efficacia dei propri intenti, più che uno strumento per la mera affermazione di un’identità politica e culturale. La porosità rispetto a ciò che circonda l’ex Caserma Masini (luogo in cui le idee di Làbas hanno abitato fino a prima dello sgombero del mese di Agosto) ha attirato nel tempo una serie di voci che difficilmente si sarebbero mescolate con quelle di un centro sociale. Ma Làbas è andata oltre i margini tipici della realtà autogestita, della militanza, diventando un laboratorio partecipato in cui ripensare non solo la città e il quartiere ma anche il proprio modo di agire e di raccontarsi.

Làbas, i suoi attori e lo spazio in cui agisce, si sono affiancati in un meccanismo coevolutivo avendo come comune denominatore la necessità, e la curiosità, di generare alternative alle consuete pratiche di gestione degli spazi e del vivere il bene pubblico.
Si è parlato, a tal proposito, dei progetti nati dentro Làbas con Vito e Tommaso, due attivisti del centro sociale. Ci siamo incontrati al Baraccano, spazio che al momento ospita il consueto Mercoledì del Làbas, per ragionare non solo sui risultati dell’azione collettiva promossa negli spazi di Làbas ma anche sulle spinte che l’hanno preceduta e l’impatto sociale che questa ha avuto.
Siamo partiti dal 2013, quando a pochi mesi dall’occupazione nasce Orteo, un piccolo orto urbano ricavato dentro la piazza del Làbas. Alle spalle di questo progetto, raccontano Vito e Tommaso, c’è stata la volontà di creare uno spazio di azione e messa in discussione degli attuali modelli di produzione e distribuzione alimentare, un’occasione di riflessione sulla solidarietà e l’eco-sostenibilità. Orteo rientra in una più ampia discussione sulla sovranità alimentare abbracciando dopo poco la realtà dell’associazione Campi Aperti. Partendo dalle difficoltà dei venditori esterni alle grandi filiere nel trovare canali di distribuzione alternativi, questa iniziativa mette in contatto produttori e consumatori durante mercati autogestiti. All’interno di una cornice che non si limita alla sola vendita, Campi Aperti, insieme a Làbas e ad altri spazi sociali in città, apre una finestra sul “diritto delle comunità a decidere in merito alla produzione del proprio cibo, all’alimentazione e alla gestione dei territori” (dal volantino di Campi Aperti). Questa tematica avvicina a Làbas una grande varietà di attori: da coloro che sposano la filosofia del progetto, agli studenti che trovano nello spazio un’alternativa economica e piacevole rispetto ai soliti pub, ai residenti del quartiere ai quali viene regalata la possibilità di acquistare sotto casa prodotti a Km zero. Nei mesi successivi nascono altri due progetti legati all’autoproduzione alimentare e alla promozione di una socialità alternativa: Làbiopizza (pizzeria biologica e autogestita) e Schiumarell (birrificio sociale). Queste iniziative contribuiranno da un lato a rafforzare le relazioni tra Campi Aperti e Làbas, dall’altro a sperimentare nuove forme di produzione ed economie libere da sfruttamento.
Le voci che si mescolano in Làbas hanno toni, argomenti e bisogni diversi; come Tommaso mi racconta, bastava mescolarsi con le persone che arrivano al Mercoledì per immaginare il futuro di Làbas. Le idee e le esigenze di chi attraversa e partecipa questo spazio sociale diventano quindi temi su cui Làbas orienta la propria azione. Osservando le famiglie che popolano il cortile del centro sociale durante il Mercoledì, i ragazzi si accorgono ad esempio che molti genitori si trovano a doversi dividere tra il piacere di acquistare e sostare nella piazza di Làbas, in occasione del mercato, e la necessità di rincorre i bisogni dei bambini. Nasceva così Làbimbi, che fonde questa esigenza con la voglia di creare laboratori e altri spazi educativi. Ѐ un progetto che non mira banalmente a sopperire la mancanza di spazi gratuiti per i più piccoli ma un luogo, costruito insieme ai genitori, dove avvicinarsi all’educazione ambientale e alimentare. I progetti nati dentro Làbas si contaminano, diventando fertilizzanti per nuove idee e motori per reinventarsi la socialità dentro Làbas stesso, nel quartiere, nella città.

Se la tendenza moderna è quella di uno scollamento tra il primo e il secondo livello dello spazio urbano, esperienze di autogestione come quelle del Làbas avvicinano voci troppo lontane per raggiungersi, creando un fronte unico nei suoi intenti seppur eterogeneo al suo interno. Se la città ha una sua ossatura, i muscoli che la animano non possono che essere le collettività che in essa si muovono e cooperano. L’esistenza di tratti comunitari non rimane un fatto idealistico ma si colloca entro pratiche e spazi fisici di condivisione, restituendo ai luoghi la funzione di essere allo stesso tempo terreni e frutti dell’azione collettiva. Se, citando Calvino, “ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone”, l’esistenza di Làbas riporta alla ribalta il nostro ruolo di cittadini-scultori degli spazi in cui viviamo e ci lancia un interrogativo: che forma vogliamo dare alle nostre città?

Vox Zerocinquantuno n 16, novembre 2017

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