“Rosatellum”: l’attesa riforma elettorale, di Jacopo Bombarda

La nuova legge elettorale attualmente non è ancora stata approvata eppure le polemiche, avrebbe detto il compianto Aldo Biscardi “fioccano come nespole”.
Sull’impianto legge – denominata “Rosatellum”, dal nome del capogruppo Pd alla Camera Ettore Rosato, suo formale proponente -non c’è molto da dire, se non ci si vuole addentrare in inutili tecnicismi.
Si tratta di una legge a forte “gradazione” proporzionale, in quanto è con questo sistema che verranno eletti, ma non è sbagliato dire nominati, la maggior parte dei parlamentari.
La restante quota, assai minore, invece, sarà costituita da quei parlamentari che saranno eletti (ma anche in questo caso l’espressione dovrebbe essere usata con prudenza) nei collegi appositamente introdotti, con metodo maggioritario.
Le differenze con la legge elettorale con cui sono stati elette i parlamentari nelle tornate elettorali del 1994, 1996, 2001, (il “Mattarellum” dal nome del suo estensore, oggi Presidente della Repubblica) sono molteplici.
Intanto, nel Mattarellum l’impianto era opposto a quello del Rosatellum: il 75 % dei parlamentari erano eletti nei collegi, con metodo maggioritario; il restante 25 % con il proporzionale (tanto che, dei parlamentari sconfitti nei collegi ma eletti grazie al metodo proporzionale in forza dell’alto numero di voti comunque preso dal loro partito, si usava dire che “entravano dalla finestra”).
Inoltre, quelli del Mattarellum erano autentici collegi, dove ogni formazione presentava un candidato che si imponeva in forza di popolarità, radicamento nel territorio, o magari per motivi meno nobili; ma, appunto, era il candidato a essere votato, ed infatti era ammesso il voto disgiunto,(votare il candidato di una formazione, e però anche un partito politico differente); viceversa, il Rosatellum non contempla questa possibilità.
Inoltre, il Rosatellum è stato concepito in modo da incoraggiare forse troppo la formazione di coalizioni: si prevede una soglia di sbarramento comunque bassa per ciascun partito – il 3% – che scende all’1% per i partiti membri di una coalizione.
È evidente che tale proposta di legge è stata studiata per disegnare un quadro ben preciso dopo le elezioni: non ammettendo il voto disgiunto e creando condizioni così favorevoli al formarsi di coalizioni, si è inteso penalizzare quelle forze politiche che avrebbero potuto beneficiare del voto disgiunto, e che non hanno intenzione di coalizzarsi.
Ossia, nel primo caso, sicuramente M5S e un’eventuale formazione di sinistra (qualsiasi nome assumerà), e, nel secondo caso, altrettanto evidentemente di nuovo il movimento di Beppe Grillo.
Viceversa, il centrodestra, che è sempre stato ed è tuttora una galassia di piccoli e a volte piccolissimi partiti che “colpiscono uniti per poi marciare divisi” ha tutto da guadagnare in una situazione così, in cui potrà conquistare molti parlamentari nei collegi grazie all’apporto infinitesimale di forze microscopiche, che per contro partita riusciranno a entrare in Parlamento pur ricevendo pochi voti (ma necessari a spostare gli equilibri in molti collegi), e, una volta in Parlamento, avranno, come si suol dire, le “mani libere”.
Ed infine, il sistema proporzionale, criterio di scelta della maggior parte dei parlamentari, assicura, con gli scenari odierni, che non vi sarà una maggioranza parlamentare.
Questo dunque un probabile scenario: nessuna maggioranza parlamentare, ma una maggioranza relativa di deputati e senatori facenti capo alla coalizione di centrodestra, ancora non si sa guidata da chi, ma che tratterà da posizioni di forza i termini dell’inevitabile coalizione con il PD (e alleati).
Questa proposta non può essere definita in altro modo che una grave scorrettezza da parte del PD nei confronti di formazioni che vede come le avversarie più pericolose, o nei confronti delle quali i suoi dirigenti nutrono rancori personali non meno che politici, e, al contrario, un grosso favore a forze sulla carta definite come concorrenti e alternative, ma che, nei fatti, ormai non mostrano quasi più alcuna differenza con il PD: il giudizio può sembrare troppo duro, in ogni caso lo è di meno di quello dato da un uomo prudente come Paolo Mieli, che ha ritenuto il Rosatellum “uno schifo”.
Quel che c’è da aggiungere tuttavia, è che, se il PD ha inteso, evidentemente, sacrificare alla tattica i princìpi, il calcolo rischia di essere comunque sbagliato.
La proposta di legge ha ricompattato il M5S in un momento molto duro per quella formazione, che era data in calo di consensi a causa delle ennesime magre figure rimediate a livello nazionale (con le discutibili metodologie di nomina di Luigi Di Maio a “candidato premier”) e locale (le vicissitudini di Giancarlo Cancellieri in Sicilia, anch’esse ben note); senza dimenticare la piega che lo stesso Movimento stava prendendo in tema, ad esempio di immigrazione, nell’evidente quanto maldestro tentativo di inseguire la Lega di Matteo Salvini, che stava per converso iniziando a determinare un calo di consensi (presso, verosimilmente, quegli elettori che venivano da sinistra).
Così facendo, il PD sembrerebbe aver rinvigorito l’avversario ritenuto più pericoloso. Ma forse, al Nazareno, in pochi se ne sono accorti.

Vox Zerocinquantuno n 16, novembre 2017

 

In copertina foto da Liberoquotidiano.it


Jacopo Bombarda, classe ’88, laureato in legge.

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