Rosso mafia: la ‘ndrangheta a Reggio Emilia di Nando Dalla Chiesa e Federica Cabras. Recensione di Chiara Di Tommaso

Questo libro dice parole che si sarebbero dovute dire molti anni fa, parole che stavamo aspettando da troppo tempo”. Così si esprime Albertina Soliani, politica italiana e fonte ispiratrice del lavoro di Nando Dalla Chiesa e Federica Cabras, in un’intervista a proposito di Rosso Mafia, il loro nuovo libro edito da Bompiani. Frutto di un’accuratissima ricerca scientifica sull’arrivo e consolidamento della criminalità organizzata nel territorio emiliano romagnolo, non racconta solo quello che è accaduto, i fatti storici e giudiziari, ma pone delle domande e si fa portatore delle verità di una terra, di una regione, analizzandola in tutte le sue peculiarità e contraddizioni.

Il viaggio dei due espertissimi autori scorre su due piani, uno temporale e uno geografico. I due poli territoriali a cui tutto ruota attorno sono due paesini, tanto lontani quanto diversi: Brescello, in Emilia Romagna, e Cutro, in Calabria. E’ proprio a Cutro, provincia di Crotona, che nasce uno dei clan più importanti della ‘Ndrangheta, sotto la guida prima di Antonio Dragone e poi di Nicolino Grande Aracri, due personalità uniche nel loro genere, che sono state in grado di fondare da sole una nuova mafia, che non aveva né origini secolari né l’impianto tradizionale della cosca costruita sui legami familiari. Due boss che “si sono fatti da soli” e sono riusciti a conquistare e sottomettere al loro potere grandi zone della Calabria e non solo. Dall’analisi delle origini di questa mafia, fin dall’inizio diversa e fuori dai canoni, i due scrittori sono passati allo studio delle migrazioni, fin dagli anni Ottanta, dalla Calabria verso il Nord Italia, in particolare verso il Quadrilatero, Reggio Emilia-Piacenza-Cremona-Mantova.

Descrivono un territorio che cambia, che si trasforma a vista d’occhio, dalle costruzioni edilizie alle coltivazioni dei campi. Raccontano una comunità locale che si mescola a quella nuova arrivata, vivendo insieme e condividendo le stesse cose, gli stessi luoghi. Due culture che si fondono e si influenzano gradualmente, inserendo nei calendari le feste dei santi di entrambe le regioni. Ma c’era qualcosa di più, qualcosa di cui nessuno si stava accorgendo: quella che era in atto, era una vera e propria conquista territoriale. Gli emiliani vissero questa silenziosa invasione “con inconsapevolezza, tolleranza, inerzia, accondiscendenza. – spiega Dalla Chiesa – Qualche tempo fa qualcuno mi ha chiesto: <<Ma noi come potevamo saperlo che erano mafiosi? Lo Stato non c’è l’ha mai detto, le istituzioni non ce l’hanno mai detto…>>. Io ho risposto, ma secondo lei, a Peppino Impastato chi lo disse? E a Peppe Fava?”.

Ci sono tutti gli strumenti per riconoscere e capire i meccanismi, le finalità, le parole e le modalità di azione della mafia. In un paese come Brescello, di cinque mila abitanti, non si può non capire. Il “non sapere” se quella fosse mafia, diventò un alibi per poter fare affari con quella gente, poiché presto gli abitanti della zona si accorsero che era conveniente. Ma ciò su cui i due autori insistono, si interrogano e si rispondono è: come è stato possibile che sia accaduto in Emilia Romagna? La regione che è stata definita da tutti, Commissione Parlamentare Antimafia compresa, “La regione con gli anticorpi” come ha potuto diventare teatro delle guerre di mafia e sede del più grande maxi-processo del Nord Italia.

La terra della resistenza, la campagna dei fratelli Cervi, di persone che hanno pagato a prezzo altissimo la libertà e la democrazia come ha potuto sottomettersi a questo nuovo potere? La prima regione che ha approvato la Legge per l’uso sociale dei beni confiscati e che ha costruito il primo trattore per la prima cooperativa siciliana supportata da Libera, è la stessa regione di Brescello, primo comune della zona ad essere sciolto per infiltrazioni mafiose nel 2017. La verità è che la realtà e molto più complessa di quella che talvolta sembra.

Il libro smonta ogni luogo comune sulla criminalità organizzata e ciò che è avvenuto nella nostra regione ne è la prova concreta. Non siamo più davanti ad un fenomeno che nasce, cresce e si sviluppa in territori degradati, con scarsa qualità dei servizi, una bassa soglia di istruzione e di reddito. Siamo davanti ad un fenomeno che è riuscito a nascere, crescere e mettere radici a Reggio Emilia, dove le scuole e i servizi funzionano benissimo, il tasso di disoccupazione è basso e la qualità della vita alta, una città in pieno sviluppo economico e sociale, una città modello nel cuore della Pianura Padana. Il Processo Aemilia, che ha avuto luogo a Reggio Emilia con 240 imputati, è stato solo il segnale più evidente, ma non ha detto tutto: c’è ancora molto che deve essere scoperto e capito.

Scrivendo quello che è “uno straordinario contributo alla nostra coscienza civile”, gli autori chiedono all’opinione pubblica e alla classe dirigente di riguardare questa parte della nostra storia e di riporre la lotta alla mafia “rossa” come priorità.

Vox Zerocinquantuno n.35 Luglio 2019

Foto: libreriailgabbiano.it

 

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