Scrivere la storia: il lavoro del giornalista, di Maria Laura Giolivo

Facciata della sede

Si respira un’aria magica entrando nella sede storica del Corriere della Sera in Via Solferino 28, il tempo sembra rimanere sospeso fra un passato lontano ed un presente che viene scritto giorno dopo giorno con grande dedizione e passione da tutti i professionisti che affollano gli uffici. Sono le 18, orario in cui la redazione centrale si ritrova per la riunione di definizione della prima pagina della testata, seguirà la versione definitiva che verrà stabilità nella riunione delle 23 o nel corso della nottata qualora vi siano notizie eclatanti. Il ritmo è frenetico, il cuore pulsante della più antica ed importante testata giornalistica italiana è al lavoro e a noi spetta il privilegio di poterci aggirare per i corridoi della redazione proprio in queste ore così decisive nella giornata lavorativa di un quotidiano. La sede, un’antico palazzo storico fatto costruire appositamente da Albertini nel 1904 per ospitare la redazione del giornale ormai non appartiene più al Corriere della Sera, che dal 2014 ha visto trasferire una parte della redazione (archivio e Gazzetta dello Sport) in Via Rizzoli nella sede RCS. Percorrendo le scale e i lunghi corridoi che si snodano fra i vari uffici, alle pareti si possono ammirare le gigantografie delle più importanti foto che hanno accompagnato le notizie del quotidiano sapientemente selezionate da Gianlugi Colin, un tempo Art Director del Corriere della Sera, ormai in pensione.

Fra i giornalisti gira la voce del mancato rinnovo fra il Milan e Donnarumma, rottura che ci viene ufficializzata in anteprima dal giornalista che ci accoglie nella saletta in cui veniamo accompagnati. Un brivido mi percorre la schiena ma la mia emozione non dipende da quella sana soddisfazione di sapere che colui che era stato presentato come la bandiera del Milan ha scelto scelto di non rinnovare il contratto, bensì dall’entusiasmo, simile a quello di un bambino di fronte ad un inaspettato regalo, con la quale Carlo Baroni, che lavora all’ufficio centrale notturno, ci riporta la notizia.
Questa è l’essenza del lavoro del giornalista: dare la notizia in anteprima, prima di tutti. Ma non a discapito di un senso etico che un buon giornalista deve necessariamente possedere. Non deve sorprendere quindi che la notte dell’attentato al Bataclan, quando in redazione era già certa la notizia che Valeria Solesin fosse stata uccisa e si trovasse già in obitorio, la scelta fu quella di non diffonderla per non ferire i genitori che, ancora in attesa di una comunicazione ufficiale da parte delle autorità competenti, avrebbero appreso la notizia della morte della figlia dal quotidiano.

Compositrice a piombo Linotype (1924), in esecuzione fino al 1976

Il sempre più crescente utilizzo del web come canale di informazione primaria, ha radicalmente trasformato il lavoro del giornalista il quale, se un tempo aveva modo di lavorare la notizia con calma lungo tutto l’arco della giornata, ora deve fare i conti con la necessità di saper elaborare tempestivamente un’informazione facendone un contributo che deve comparire il più velocemente possibile sulla digital edition della testata in modo da battere sul tempo la concorrenza. Nonostante quasi tutti, oramai, siamo abituati a cercare le informazioni on line, rimane un dato significativo il fatto che gli abbonati della digital edition siano solo 100000 a fronte dei 350000 dei fedelissimi dell’edizione cartacea. E’ opportuno specificare però che le due redazioni svolgono un lavoro parallelo ma organico. Se sul fronte digitale si è impegnati a mantenere costantemente aggiornati i lettori sul susseguirsi degli avvenimenti di cronaca, su quello cartaceo si preparano gli articoli di approfondimento dei fatti che troviamo ogni mattina in edicola.

Giunge il momento di entrare nella sala Albertini. È qui che solo un’ora prima è stata definita la bozza della prima pagina. Appena entrati, sulla destra, troviamo due targhe commemorative di Walter Tobagi e Maria Grazia Cutuli due giornalisti del Corriere uccisi mentre svolgevano il loro lavoro. E allora la memoria corre veloce a quel 19 novembre 2001 quando Maria Grazia perse la vita in un attentato alle porte di Kabul, alle parole di De Bortoli e Biagi che sottolineavano la dedizione al lavoro di una donna che ha onorato il mestiere di giornalista. Posso intuire solo in parte, però, il dramma personale di De Bortoli che si sentiva in colpa per aver acconsentito alla partenza della Cutuli, assecondando le sue richieste insistenti, nonostante non fosse un’inviata di guerra.
Guardandomi intorno, osservando le pareti adorne di prime pagine del Corriere della Sera, e ripercorrendo la storia di Maria Grazia, mi appare sempre più chiaro la ragione per cui essere giornalisti non è e non può essere solo un lavoro, essere giornalisti significa alzarsi ogni giorno e scrivere la Storia.

“Vivere nei cuori che lasciamo dietro di noi non è morire” 

Vox Zerocinquantuno n 12, luglio 2017


#In copertina lo splendido tavolo di lavoro della Sala Albertini (ph Giolivo M.L.)

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