Scuola italiana: un passato troppo presente, di Elisabetta Menchetti, Luca Vignoli

 

“Sembra che la Scuola Italiana, forse per timidezza o per modestia, neghi in modo più assoluto la possibilità per l’homo alumnus di formulare qualsiasi tipo di pensiero autonomo. Lo studente viene quindi valutato e apprezzato solo in proporzione alla quantità di informazioni che riesce a registrare nelle pieghe dei suoi neuroni ippocampali. L’homo alumnus diventa quindi l’homo pappagallus e la principale (e spesso sola) cosa che gli/le viene richiesto è di ripetere una serie di informazioni più o meno approfondite rispetto a un dato argomento”.  (Da “La scuola italiana non insegna il pensiero critico” Linkiesta)

Secondo una stima dell’Economist, l’Italia si trova al venticinquesimo posto nella classifica dei sistemi scolastici meglio organizzati al mondo. A ben vedere quindi la situazione della scuola italiana non è così disagiata, tuttavia i motivi che ci spingono a parlare e costruire una critica su come sia organizzato il sistema scolastico italiano sono molteplici. Fra i vari punti deboli, si evidenzia come il programma sia da riformare completamente, assieme al ruolo del docente e ai metodi di insegnamento. Il sistema scolastico italiano è fortemente disorganizzato, a tal punto che sono i professori a dover scegliere e selezionare gli argomenti da svolgere. Dall’istruzione primaria fino alla maturità vi sono temi importanti esclusi dallo studio ed altri invece ripresi più volte. Fino a diversi anni fa, le scuole elementari e medie dovevano insegnare quanto più possibile a studenti che, nella maggioranza dei casi, sarebbero diventati ben presto lavoratori, così facendo i programmi trattavano in maniera approfondita ogni materia. Adesso la maggior parte degli studenti consegue, come minimo, il diploma di maturità e compie un percorso di studi più lungo: sarebbe, perciò, necessario cambiare la distribuzione degli studi nei vari anni di scuola. Il programma scolastico odierno è sia limitato nell’approfondimento sia ripetitivo, in quanto basato su una ripresa continua degli stessi argomenti: ciò che si studia a grandi linee alle elementari viene ripreso alle medie e di nuovo alle superiori, finendo per trascurare la contemporaneità.

Analizzando i singoli programmi, partendo dalla scuola primaria, notiamo che alle elementari ci si focalizza su materie non fondamentali per quell’età, come la storia, le scienze e l’arte, che andrebbero studiate con una coscienza più “matura” a partire dalle scuole medie. In questo modo vengono trascurate discipline molto utili alla formazione come la matematica, l’italiano e le lingue straniere: i bambini al termine dei cinque anni presentano forti lacune sia nei calcoli matematici che nella padronanza della lingua italiana, per non parlare di quella inglese. Se c’è un’età in cui risulta più semplice ed efficace l’apprendimento, questa è proprio l’età infantile, sulla quale bisognerebbe investire molto di più di quanto si faccia. I ragazzini arrivano alle medie con una scarsa preparazione linguistica per quanto riguarda sia la grammatica italiana che quella inglese. Ciò è preoccupante poiché è indicativo del fatto che nei primi cinque anni di scuola non vengano poste le giuste basi per la formazione culturale del bambino. L’inglese ed altre materie vengono insegnate in maniera molto semplicistica sottovalutando l’enorme potenziale d’apprendimento dei bambini. Al contrario all’estero si valorizzano le elementari come scuola principale. Altro aspetto importante è l’insegnamento delle scienze motorie, che non è per nulla tenuto in considerazione. In un’epoca in cui la vita è sempre più sedentaria queste ore potrebbero essere fondamentali nella comprensione dell’importanza dell’attività fisica.
Alle scuole medie, come già detto, si riprende ciò che era stato studiato alle elementari. Ciò non giova né all’andamento del programma, che rimane statico e fermo sempre sugli stessi argomenti, né agli alunni che perdono progressivamente interesse in molte materie. Inoltre, gli studenti sentono molto il peso del passaggio tra scuole elementari e medie e tra medie e superiori, per il fatto che il programma di studi si fa improvvisamente più articolato e intenso. Sarebbe quindi più utile “bilanciare” meglio il peso dello studio, distribuendo più equamente gli argomenti lungo tutto il percorso scolastico.
Arriviamo infine a parlare delle scuole superiori. Anche qui il problema del programma è quello di non riuscire ad arrivare alla contemporaneità. Ciò è dovuto a una cattiva gestione del tempo durante l’anno scolastico. Spesso l’insieme di tutti i progetti e delle attività extrascolastiche inserite nel piano formativo fanno si che si perdano molte ore di lezione e quelle che effettivamente vengono svolte non sono ben organizzate per quanto riguarda la tempistica. Molto frequentemente, inoltre, l’attività scolastica tende ad avere un ritmo lento fino a gennaio e febbraio per poi diventare frenetica nelle ultime settimane di scuola, nelle quali vengono concentrati molti impegni e attività non prettamente didattiche. Molto spesso quindi si finisce per concludere il programma, che poi viene ripreso l’anno successivo a discapito della contemporaneità. Non studiando le tematiche odierne gli studenti non sono portati a sviluppare un proprio pensiero critico e molto spesso tutto è finalizzato alla valutazione e non all’apprendimento e al ragionamento vero e proprio. Si trovano, una volta finita la scuola, ad affrontare un mondo di cui non conoscono le basi: diventa, per esempio, complicato anche andare a votare senza conoscere la situazione attuale e gli aspetti fondanti della politica. In tal senso un’inversione di tendenza è possibile solo con una riforma radicale dell’intero sistema scolastico.

Vox Zerocinquantuno n 11, giugno 2017

#In copertina foto tratta da CorriereUniv.it

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