Se il razzismo diventa lecito, di Chiara Di Tommaso

Altro che notte di Halloween, la fine di quest’Ottobre ha fatto davvero rabbrividire per quello che è successo nelle aule parlamentari italiane. L’astensione di tutti i partiti di centro-destra (Fdl, FI, Lega) dal voto per la Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza e razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza, proposta dalla Senatrice Liliana Segre, è un episodio che va molto oltre il quotidiano e fisiologico dibattito tra partiti e la cui gravità dovrebbe suscitare la preoccupazione e la riflessione di tutti. Di fatto si tratta dell’ennesimo campanello d’allarme, che denuncia una profonda trasformazione in atto nella società contemporanea: l’abbassamento della soglia di ciò che è lecito, sia nella sfera dell’agire che nell’ambito dell’espressione del proprio pensiero, sia da parte dell’elettorato che della classe politica.

L’antirazzismo non è solamente uno dei principi fondamentali della nostra Costituzione e di tutte le organizzazioni internazionali di cui il nostro paese fa parte, ma è anche uno dei valori alla base di una società libera e democratica, uno dei pochi, a seguito dei crimini del passato, ad essere riconosciuto nella sua universalità e intoccabilità. Ma la realtà che ci circonda sembra dimostrare che ci troviamo di fronte ad uno scenario che va in una direzione del tutto opposta.

Ogni giorno leggiamo, ascoltiamo e assistiamo a dichiarazioni o atti chiaramente classificabili come razzisti. I responsabili, tra cui anche personaggi famosi ed autorità politiche, hanno cominciato a negare e a mettere in discussione il significato stesso di questa parola. E non c’è cosa più pericolosa della distorsione e manipolazione di termini e concetti, o del supposto relativismo degli stessi, soprattutto per quanto riguarda temi così delicati quali la discriminazione di stampo razziale. L’atteggiamento di alcuni politici che nei loro comizi hanno sdoganato termini e accezioni che un tempo sarebbero state duramente condannate, ha dato campo libero a chiunque altro voglia fare lo stesso. Basti pensare all’ennesimo episodio scoppiato proprio in questi stessi giorni nel mondo calcistico, che ha visto i tifosi del Verona insultare con presunti cori ed epiteti razzisti l’attaccante del Brescia, Balotelli. A rincarare la dose ci ha poi pensato la delirante dichiarazione del capo ultras che ha sostenuto di non considerare italiano il giocatore che gode invece a tutti gli effetti della cittadinanza italiana.

I social e i nuovi mezzi di comunicazione sono diventati armi potentissime nelle mani di chi quotidianamente attacca singoli o gruppi di persone sulla base di differenze di sesso, etnia, religione e orientamento politico. Tutto è concesso, tutto può essere scritto e postato senza limiti di rispetto, correttezza ed educazione. I cosiddetti hate speech, tra l’altro citati tra gli ambiti di azione della nuova commissione straordinaria, costituiscono una delle emergenze più gravi e incontrollate del nostro tempo. Secondo un’indagine condotta a maggio di quest’anno da Amnesty International Italia  sui post e tweet di politici italiani e i rispettivi commenti degli utenti, risulta che il 48% contengono “contenuti negativi”, nel quale rientrano anche casi di incitamento all’odio e alla violenza. L’anonimato e la possibilità di nascondersi dietro falsi profili che la rete offre, rendono tutto ancora più facile.  Intervenire in questo campo istituendo una commissione parlamentare, potrebbe essere un primo passo verso un controllo più efficacie che, attraverso nuove regolamentazioni e strumenti, quali ad esempio la certificazione obbligatoria tramite documenti d’identità, permetta di risalire ai responsabili. 

La fragilità della Storia, che con il passare del tempo diventa sempre più opaca, sempre meno vissuta, sempre più manipolabile, può permettere di trasformare le parole e sdoganarne l’uso e l’applicazione, ed è esattamente quello che sta succedendo. L’astensione simbolica dei partiti attacca il valore trasversale che la Commissione dovrebbe avere. Ma il problema non si limita al simbolismo bensì costituisce un esempio concreto di come è cambiato il comportamento comunemente accettato, così come sono cambiate le parole che un politico può scrivere sul proprio profilo. In quest’ottica non si può escludere che allo stesso modo, prima o poi, la democrazia stessa possa essere messa sotto attacco.

Il sentimento discriminatorio, che affonda le sue radici nel fascismo, sembra non essere mai completamente scomparso. Una linea continua si potrebbe tracciare da allora ad oggi, seguendo il percorso di idee caldeggiate da alcuni partiti di estrema destra. Se nel passato, però, essi erano costretti a lavorare nell’ombra, come minoranza nascosta e condannata da tutto lo scenario politico, oggi sono usciti allo scoperto esplicitando e legittimando, tra le altre cose, posizioni razziste. Non è possibile continuare a tollerare questa deriva, non basta averne paura, è necessario iniziare a chiedersi come combatterla. Non è sufficiente affidarsi al piano formale, fatto di leggi e dichiarazioni ufficiali, perché la realtà sta soprattutto nelle azioni e nei comportamenti ed è su questi che bisogna intervenire attraverso un importante programma di rieducazione al rispetto del diverso a partire dalle istituzioni scolastiche: il razzismo non deve mai poter diventare lecito.

Vox Zerocinquantuno , 6 novembre 2019

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