Sea Watch: un “lieto fine” fino alla prossima nave, di Matteo Scannavini

Il caso Sea Watch ha dominato le cronaca delle ultime settimane. Le azioni, risolute o incoscienti a seconda dei punti di vista, della capitana Carola Rackete nella gestione delle vite di 41 persone hanno accesso una discussione che ha coinvolto l’intera Italia e l’Unione Europea. Si è trattato di uno di quegli episodi in cui le vite di pochi singoli assurgono a simbolo di dibattiti più alti, come l’esposizione dell’eternamente imperfetta sovrapposizione tra giustizia e legge. È stata anche un’occasione per trarre visibilità da ambo le parti, sia per i parlamentari che sono saliti a bordo della nave, sia per Salvini, che ha potuto ribadire ancora una volta quale sia la sua interpretazione di “buon senso”.

E, come da consolidata prassi, soprattutto in materia d’immigrazione, il caso è stato anche l’ennesima occasione di generare fake news, alti giri del motore di una macchina del fango che qui non troveranno spazio. Eppure, al depositarsi del polverone, la vicenda ha trovato una sorta di lieto fine per tutti i suoi protagonisti. Almeno fino alla prossima nave.

Nonostante il termine “lieto fine” possa suonare strano, sia per il concetto di lietezza, sia perché rispetto al processo non è neanche iniziato, per comprenderlo si guardi comunque all’attuale risoluzione dei fatti.

Innanzitutto, le vite: i 41 migranti sono arrivati a terra salvi, così come le guardie di finanza colpite nella manovra d’ingresso della Sea Watch 3 non hanno riportato danni significativi. Al netto del tanto caos sollevato negli ultimi giorni, il fatto che non ci siano state vittime deve essere visto come la vittoria più importante per tutti.

In secondo luogo, la redistribuzione: quei migranti saranno spartiti tra Finlandia, Francia, Germania, Lussemburgo e Portogallo. Una condivisione di sforzo che, viste le cifre molto contenute del gruppo, non è un sacrificio per nessuno stato. Questa non è quindi solo una piccola vittoria per Salvini e per tutta la parte d’Italia che rappresenta, ma per chiunque sostenga il principio di una più equa distribuzione dei migranti in Europa.

Infine, dopo queste due risoluzioni positive, resta la questione più spinosa, il celebre dura lex, sed lex. Carola Rackete, nel momento in cui ha deciso di attraccare a Lampedusa senza autorizzazione, ha infranto la legge italiana. Consapevolmente, si è assunta le proprie responsabilità di capitana e ora andrà incontro al processo. Anche questi fatti quindi dovrebbero essere esenti da polemiche.

Da qui in poi si può iniziare a discutere su tutto il resto: sulla legittimità di un’azione di disobbedienza civile e sulla proporzionalità della punizione che essa comporta; sulle incongruenze esposte tra leggi nazionali e convenzioni internazionali; su quale debba essere il comportamento consono a dei rappresentanti delle istituzioni rispetto a un episodio del genere: dai toni alti di Salvini, alla condotta, come riportato nella denuncia, “antistatuale e lesiva della credibilità nazionale” dei parlamentari saliti sulla nave, alla netta presa di posizione politica dell’ANPI contro il governo.

Tutti questi spunti sono già diventati oggetto di acceso dibattito dell’opinione pubblica e ognuno, nel suo piccolo, è libero di farsi la propria idea. Per quel che riguarda Carola Rackete, il suo destino resta nelle mani della magistratura, che darà una sentenza solo dopo aver analizzato quale fosse il reale stato di necessità sulla nave e se l’urto con la motovedetta della guardia di finanza sia stato doloso o colposo. Per avere una risposta definitiva servirà quindi del tempo e più informazioni. Quel che già si vede è che, così come molti hanno approvato il pugno duro del leader del carroccio, tantissimi, italiani e non, sono a fianco dell’altra capitana. Secondo quanto riportato dalla pagina facebook di raccolta fondi per la Sea Watch 3, le donazioni per coprire spese legali e sanzioni hanno infatti già superato i 435mila euro.

Considerato tutto questo, si può quindi ribadire che il caso della Sea Watch 3 abbia avuto un’evoluzione positiva. Quello su cui ci si occorre interrogare, indipendentemente da come finirà il processo, è su quale tipo di precedente crei questa vicenda. In pratica, cosa succederà la prossima volta che una nave carica di migranti per attraccare avrà bisogno di un porto vicino e sicuro? Davanti ad un probabile veto del ministro degli Interni, legittimato dal decreto sicurezza bis, aspetteranno in mare altri 17 giorni, o in assenza di un capitano temerario come Rackete, ancora più tempo? Magari infrangeranno di nuovo la legge dando inizio ad altro scontro con la guardia di finanza. E i futuri sviluppi potrebbero non essere altrettanto fortunati.

L’unica certezza, è che, fino a che la gestione di questi episodi si limiterà ad un rituale braccio di ferro a 3 tra governi nazionali, onlus e UE, la risoluzione del problema non avrà nemmeno inizio.

Vox Zerocinquantuno n.35 Luglio 2019

Foto: pagina Facebook Sea Watch 3


Matteo Scannavini, 19 anni. Studente di Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa.

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