“Semplicemente perfetto” di Jostein Gaarder, recensione di Elisa Benni

Albert sente il bisogno di stare solo a pensare per un po’.

Il posto ideale per farlo è la Casa delle Fiabe, la casetta sul lago di Glitretjern patria di tanti ricordi sia per lui ed Eirin, l’amore della sua vita, che per la loro famiglia che vi ha trascorso molte estati. Siamo a inizio primavera: il sottobosco è ancora intriso dal disgelo e il merlo ha da poco iniziato di nuovo a cantare il suo canto malinconico. Anche per questo Albert ora si sente a proprio agio in quel luogo. La malinconia del canto del merlo è affine alla malinconia che alberga in lui dopo aver ricevuto da Marianne – sua ex-fiamma ai tempo dell’università, ex-amante durante una parentesi del suo matrimonio e ora suo medico di famiglia – una diagnosi sconvolgente che lo induce a profonde riflessioni sulla sua vita in particolare e la vita in generale.

Avverte la necessità impellente di svuotare la sua anima e riversare su carta tutti i pensieri che si accavallano in quel profondo momento di introspezione, liberare la propria mente e il proprio cuore dai segreti che hanno sino a ora custodito e, al contempo, lasciare alla sua famiglia, nel caso lui decida di giocare un tiro al destino prendendo il controllo della situazione e anticipare l’inevitabile, una lettera che li metta al corrente di ogni dettaglio sia della sua vita passata sia dei pensieri e dei ragionamenti che lo hanno portato a tale decisione.

I ricordi dell’incontro con Eirin e la loro prima visita alla Casa delle Fiabe che non era ancora di loro proprietà (quando ancora non sapevano che i percorsi della vita gli avrebbero dato la possibilità, da loro colta al volo, dieci anni dopo, di acquistarla), tutti i ricordi delle estati trascorse in famiglia sulle rive di quel lago tanto luminoso e cristallino di giorno quanto buio e profondamente inquietante di sera, si accavallano con riflessioni più generali sull’universo, su come l’uomo sia l’unica creatura (terrestre e, per quanto ne sappiamo, dell’intero Universo) che sa riflettere sulle grandi questioni della vita ma sia per l’universo solo polvere di stelle, una miriade di volatili fiammate che si accendono e si spengono nel breve volgere di un momento.

Dal punto di vista dell’uomo però questo breve momento – che gli uomini chiamano vita – ha, sia per il singolo individuo che per il mosaico di volti in mezzo a cui esso si svolge, un’importanza primaria. E, per molti aspetti, Albert si rende conto che la sua vita è stata “semplicemente perfetta”: semplicemente perfetto è stato il prezzo a cui hanno acquistato la Casa delle Fiabe, semplicemente perfetto era il suo odore per Eirin la prima volta che hanno mangiato porridge in quella casa, semplicemente perfetto è … il finale.

Anche in questo romanzo Jostein Gaarder, come nella sua produzione precedente a partire da Il mondo di Sofia in avanti, le elucubrazioni filosofiche permeano ogni fibra della narrazione. Ciò rende le storie che racconta, apparentemente semplici e lineari, degli spunti di riflessione per ogni lettore. Di contro lo stile ricercato ma non troppo articolato riesce a rendere una riflessione filosofica lieve come un romanzo e un romanzo intimo quanto una riflessione filosofica, creando un equilibrio costruito con grande maestria.

Vox Zerocinquantuno n.33 Maggio 2019

Foto: criticaletteraria

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