Senz’arte, ma di parte. Di Riccardo Angiolini

Com’è cambiato il ruolo sociale della musica nel XXI secolo?

I cambiamenti della società umana si producono in base a moti di sconvolgimento e di rivoluzione, messi in atto dalla popolazione quando avverte l’urgenza di un rinnovamento. L’arte, ed in modo particolare la musica, è da sempre uno degli strumenti più potenti per diffondere idee divergenti, per fomentare ed agitare gli animi delle masse. La spinta emotiva data da una melodia o da parole gridate a pieni polmoni è in grado di infiammare le coscienze di chi le ascolta, è capace di dar voce ad un sentimento diffuso di irrequietezza e di insoddisfazione.
Per questa ragione la “Marseillaise” veniva cantata a squarciagola per le strade dai rivoluzionari francesi, ed il celebre coro del “Va pensiero”, appartenente al “Nabucco” composto da Giuseppe Verdi, diveniva l’eco portentoso del Risorgimento italiano. Allo stesso modo possiamo vedere, o meglio ascoltare, come un “bella ciao” conservi fra le proprie note gli ideali e la foga dei partigiani, come fra i distorti assoli di chitarra Hendrix sprigioni la protesta alla guerra in Vietnam, o come in pochi versi Gaber ridicolizzi i luoghi comuni della destra e della sinistra.
Insomma, da sempre la musica ricopre un ruolo sociale oltre che artistico e la tradizione musicale italiana è piena di musicisti e cantautori che si sono proposti come portavoce del cambiamento sociale. Tuttavia, analizzando la situazione odierna, sorge spontaneo il dubbio che qualcosa sia cambiato e, stavolta, in peggio: pare che la musica stia progressivamente perdendo questa connotazione critica di contestazione.

Nel corso del ventunesimo secolo la musica ha conosciuto nella rivoluzione tecnologica una grande alleata ed una grande minaccia allo stesso tempo. Sebbene l’avvento informatico abbia giovato infinitamente alla diffusione della cultura musicale, ha però esposto questa forma espressiva a tutti i rischi che una realtà del genere comporta. Fra i tanti vi è quello di considerare la musica come una comune merce da vendere, un business che al primo posto fra le sue priorità ha quello di creare un prodotto, non un’arte.
In questo panorama anche il ruolo del musicista è cambiato assieme al suo rapporto col pubblico, alle sue interazioni con l’attualità ed al proprio impatto sulla cultura di massa. La funzione sociale di cui si parlava in precedenza ha oggigiorno assunto tonalità completamente differenti e, purtroppo, stonate. Si nota sempre più assiduamente come l’ascendente di un presunto musicista o artista sulle masse trovi forma non tanto in musica, ma in azioni virtuali sui social network.

Storie su Instagram, post su Facebook o messaggi su Twitter sono diventati il nuovo strumento di contestazione, catene di hashtag sono l’evoluzione informatica degli slogan, “battaglie” virtuali fatte di brevi video, frecciatine ed insulti sono la nuova frontiera del battersi per le proprie idee. Sono ormai in pochi quelli che si distaccano dal mondo social, facendo musica consapevoli di creare uno spunto di riflessione e non soltanto un contenuto da mercificare.
Stiamo assistendo alla regressione più totale della figura dell’artista che Sartre avrebbe definito “engagé”, ossia impegnato. Un impegno sociale che consiste ormai in qualche post diffamatorio, in qualche ripresa di pochi secondi in cui si lanci qualche provocazione, e che spesso resta visibile in rete per una manciata di ore. Anche ammesso che queste azioni mediatiche suscitino grande scalpore hanno il difetto di rimanere sempre e comunque gettate nell’oceano di un social network, dunque destinate ad essere travolte e soffocate nel giro di poco dall’ammasso di informazioni che quotidianamente sommergono le pagine di queste piattaforme.

Negli ultimi mesi l’Italia è stata costretta a fronteggiare una situazione politica senza precedenti, ha affrontato una lunga e intricata crisi di governo che infine ha visto imporsi al potere figure altamente controverse. Il nuovo esecutivo giallo-verde, concordato di fatto dai due nuovi ministri Di Maio e Salvini, ha incontrato infinite critiche e destato l’attenzione delle forze politiche del mondo intero. Alla luce dei provvedimenti presi da questo governo, eseguiti con inaspettata solerzia, numerose figure amministrative, intellettuali o dell’informazione hanno espresso pareri contrari. Emblematica è stata la copertina del Rolling Stone del 5 luglio, raffigurante la scritta “Noi non stiamo con Salvini, da adesso chi tace è complice” su sfondo arcobaleno. La rivista ha inoltre chiesto ad artisti, scrittori e rappresentanti dello showbiz di prendere posizione e unirsi alla protesta, alla quale hanno aderito musicisti del calibro di Caparezza, Gemitaiz ed i nostrani Lo Stato Sociale. Ma fra questi ed altri pochi nomi, vi è un vuoto enorme di artisti molto influenti che non hanno espresso alcun tipo di opinione, fosse a favore o contraria.

Siamo perciò giunti al punto in cui, per prendere posizione, il massimo che si possa fare è apporre una firma di protesta? Siamo giunti al punto in cui il musicista debba esprimere il proprio dissenso esclusivamente mediante una rivista o un social network?
Non bisogna ovviamente fare di tutta l’erba un fascio: nel periodo pre elettorale il rapper veneto Drimer aveva rilasciato un singolo infuocato, pieno di rabbia e risentimento nei confronti della politica attuale; così come lo stesso Caparezza è sempre stato, anche nel suo ultimo album, esplicitamente avverso e critico nei confronti di alcuni schieramenti e ideologie. Tuttavia è evidente, senza voler colpevolizzare nessuno e senza pretendere che ognuno tratti gli stessi temi, come l’interesse degli influencer musicali nel generare polemica stia scemando. Ancora più sconfortante è il fatto che, da parte del grande pubblico, questo interesse in problematiche e tematiche sociali sia ancora minore.
Se la protesta musicale dovesse ridursi a insulsi post sui social e se il fare musica dovesse concepirsi esclusivamente come il creare la hit dell’estate, sarebbe forse meglio spegnere la radio, scollegare gli auricolari dal telefono e concederci il prezioso dono del silenzio.
La speranza è che, grazie ai pochi artisti ancora disposti a “metterci la voce”, rinasca fra i musicisti e fra la gente, fra noi ascoltatori, il gusto di mettere in luce i drammi, gli scandali e le ingiustizie della realtà odierna, senza il timore di essere esclusi o giudicati. E che in generale chiunque possieda un talento, un dono o un’arte fra le mani, lo sfrutti in maniera costruttiva e ne faccia strumento per lo sviluppo sociale.

Per quel poco che conta, noi abbiamo deciso di farlo battendo parole su un computer portatile, premurandoci sempre di digitare, in fondo al foglio, il nostro nome.

Ma voi reazionari tremate, non sono finite le rivoluzioni!” (Francesco Guccini, “Stagioni”, 2000)

Vox Zerocinquantuno n.25, agosto 2018


In copertina foto da Rolling Stone

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