Shengen e Brennero: alba e tramonto dell’Europa di Giacomo Bianco

Era il 1985 quando sulle rive del Mosella, il fiume che bagna il paesino lussemburghese di Shengen, Germania, Francia e i Paesi del Benelux (Paesi Bassi e Lussemburgo), a bordo del battello Astrix, firmarono il famoso trattato. Questo in realtà fu solo un accordo confluito poi, circa dieci anni dopo, negli ” aquis di Shengen”.
La libera circolazione delle persone e delle merci all’interno dei paesi membri vide nel corso degli anni l’adesione di molti altri Stati: Italia, Spagna, Portogallo, Austria, Grecia, Danimarca, Finlandia, Svezia. Attualmente sono 26 i Paesi e 400milioni gli abitanti che vivono nell’area Shengen.
Ogni Stato, tuttavia, ha il diritto di sospendere il trattato per un limitato periodo di tempo per motivi legati alla sicurezza nazionale. Solitamente, negli anni passati, questo è avvenuto solo nel caso in cui il Paese richiedente ospitasse un evento importante, per esempio il G8 o i mondiali/europei di calcio.
Recentemente, invece, la causa più diffusa di chiusura delle frontiere e quindi della sospensione del trattato, a parte le richieste per l’incremento di misure di sicurezza dovute alla lotta al terrorismo, è quella di limitare l’immigrazione internazionale. Francia, Belgio,Germania, Austria, Malta, Norvegia, Svezia, Ungheria, Danimarca alla fine dello scorso anno hanno chiuso le frontiere per questo motivo, ma la cosa che più preoccupa è che alcuni di questi Paesi, e molti altri ancora, stanno costruendo muri e barriere a difesa dei propri confini. Oggi sei di questi Stati, che hanno già creato una mini Shengen del Nord isolando l’Europa del Sud, chiedono la proroga della sospensione degli accordi per altri sei mesi, richiesta che quasi certamente verrà accolta.
Dove è finito Shengen?

Se lo chiede soprattutto l’Italia che guarda con paura e sgomento a quello che sta succedendo al valico del Brennero, al confine nord con l’Austria.
La risposta austriaca alla domanda e’ la progettazione di una barriera lunga 400 metri e alta fino a 4 metri, nella parte centrale, per non permettere l’ingresso nel Paese a chi non ne ha il diritto. Le reazioni della classe dirigente italiana sono state molto dure, si accusa il nostro vicino di violare le norme UE e sopratutto di calpestare quel che resta ormai del trattato di Shengen. Inoltre si potrebbe leggere una sorta di propaganda politica nella scelta così drastica della costruzione di un muro a difesa del perimetro nazionale: alla vigilia dell’elezioni, infatti, il partito socialdemocratico al potere si trova sotto attacco dall’ala populista e xenofoba del Paese e perde sempre più terreno. La grande svolta a destra della cancelleria austriaca, esplicata nella linea durissima usata contro l’immigrazione, sarebbe volta a cercare di riportare dalla propria parte gran parte dell’elettorato.
Oltre alla barriera sorgeranno dei container che svolgeranno le funzioni di hotspots, con l’adempimento quindi delle procedure di identificazione e respingimento di migranti che provino ad entrare clandestinamente. Tuttavia il management austriaco cerca di minimizzare la situazione, affermando che al momento si sta procedendo solo alla costruzione di un semplice svincolo autostradale che permetta, incanalando il traffico, controlli più sistematici. Ma intanto nel tratto di strada in questione è stato ridotto il limite di velocità e sono stati preinstallati i vecchi cartelli “alt”.

Bui scenari si profilano all’orizzonte per l’Italia.
Innanzitutto la chiusura della dogana porterebbe un danno economico enorme al traffico commerciale gommato: i controlli al confine causerebbero incolonnamenti e ritardi e, considerando che un camion fermo costa all’azienda circa 60€ all’ora, si stima una perdita attorno ai 180 milioni l’anno.

Inoltre il Paese potrebbe trasformarsi in un campo profughi a cielo aperto. Con la chiusura della rotta balcanica, e’ tornata ad essere battuta l’altra opzione di salvezza del popolo migrante, quella via mare, che da Albania e Libia, vede le coste pugliesi e siciliane come approdi naturali. Ma se questi ultimi non riusciranno a proseguire il loro cammino verso il Nord Europa a causa della chiusura del Brennero, trasformerebbero l’Italia da Paese di transito a Paese di stallo: l’incubo della Grecia e’ dietro l’angolo. Il migration compact proposto da Renzi alla Commissione Europea, cerca di scongiurare questo spauracchio: in prima battuta respinto e poi a poco a poco digerito dai Paesi membri, e’ adesso discusso nei vari incontri tra i leader europei. Questo prevede la revisione del concordato di Dublino, che impone al primo Paese di arrivo di sostenere tutto l’onere dell’accoglienza, a favore di un automatico smistamento nella UE di tutti i richiedenti asilo che arrivano nel vecchio continente. Si chiede, soprattutto, un finanziamento ai Paesi di transito per migliorare le strutture atte alle identificazione dei migranti ed eventualmente al divieto di ingresso in Europa: il premier italiano auspica che la Libia, adesso principale “fornitore” di profughi, venga trattata come la Turchia, oggetto di generosi finanziamenti economici, 3 miliardi più l’opzione per altri 3, cercando un accordo europeo simile per il Paese africano.

Nel frattempo, al valico del Brennero, i numeri tra Italia e Austria non coincidono: per gli austriaci sono transitati dall’Italia all’interno del proprio territorio più di 3000 profughi dall’inizio dell’anno. I dati italiani non sono dissimili ma completamente diversi e sconfessano le paure dell’Austria: il Viminale infatti dichiara che, addirittura, nessuno e’ entrato nel territorio austriaco dal nostro Paese e che anzi è aumentato il processo contrario. Sono più di 2000 i profughi, afgani e pachistani provenienti dal confine austriaco, che chiedono asilo in Friuli

Numeri, dati e statistiche rubano l’attenzione a discapito della tragedia che i migranti vivono tutti i giorni ormai da anni.
I barconi continuano ad affondare nel Canale di Sicilia e intanto Giancarlo Rosi vince a Berlino l’Orso d’oro con “Fuocoammare”, che rende omaggio all’isola di Lampedusa, candidata tra l’altro per il prossimo nobel per la pace. In questo piccolo angolo di mondo, i numeri non contano nulla e tanto meno le statistiche e i trattati, vige una sola legge, quella del mare. Migliaia e migliaia sono le vite salvate dai pescatori. A ricordarlo ai “Ventotto”, in uno dei tanti incontri susseguiti in questi mesi, e’ stato proprio Matteo Renzi che ha regalato una copia del film ad ognuno.

Anche Papa Francesco si e’ aggiunto alla lista delle grandi personalità che hanno fatto visita in questi mesi a Lesbo, altra isola di frontiera martire come Lampedusa, e ha portato con se 12 famiglie profughe. Ai giornalisti sull’aereo nel viaggio di ritorno, preoccupati di chiedere perché quelle famiglie fossero tutte musulmane, come se questo facesse differenza, ha spiegato che si tratta di un piccolo gesto che non serve certo a risolvere il problema, se non a queste persone salvate che alloggeranno in Vaticano. A questo proposito cita Maria Teresa di Calcutta:”questa è una goccia d’acqua nel mare, ma dopo questa goccia il mare non sarà lo stesso”.

Giancarlo Rosi e Papa Francesco, Lampedusa e Lesbo, mostrano la strada da seguire, quella dell’accoglienza e della solidarietà contro la perentoria ascesa dei partiti populisti e xenofobi di mezza Europa che, con la costruzione di muri e barriere, dalla Macedonia all’Austria, credono di potere risolvere una crisi, un’emergenza umanitaria, con cui il Vecchio Continente dovrà convivere per almeno i prossimi due decenni.
Il geloso nazionalismo, riemerso anche in luoghi improbabili come il nostro Paese, non certo esempio di patriottismo ma anzi da sempre vittima delle differenziazioni regionali, sta affermandosi sempre più in Europa. Il cantiere del Brennero, per la costruzione del muro, e’ l’immagine triste di una società smarrita che sta cercando una via d’uscita nella strada del regresso culturale.
Trent’anni fa si abbatteva il muro di Berlino, simbolo di un abietto passato che si credeva non dovesse più ricomparire.

Oggi si potrebbe definire la scelta di Vienna una scelta fuori dalla storia, fuori dal contesto di unione che lo spirito del trattato di Shengen dovrebbe rappresentare. Questa pur gravissima crisi, ha dimostrato l’estrema fragilità della Comunità che, invece di formare un fronte comune e compatto, ha scelto la via dell’individualismo e dell’isolamento. Una via che metterà fine a quell’idea di liberalizzazione che gli uomini a bordo dell’ Astrix, quel giorno di trent’anni fa, avevano pensato e formalizzato con una stretta di mano.
Sembra ormai chiaro che, quando il sole calerà sul muro del Brennero, con esso tramonterà anche l’ideale dell’Europa unita.

Vox Zerocinquantuno, N.2 Giugno 2016


Giacomo Bianco, laureato in Storia del mondo antico e specializzato in Scienze storiche presso l’Università di Bologna, ha discusso la tesi di laurea in Storia del Risorgimento, tema sul quale ha dedicato e sviluppato la riflessione volta a chiarire le ombre del movimento unificatore italiano, oggetto della maggior parte degli studi successivi.

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