Shutter island, il dramma della fuga, di Fabio Bersani

Quando si parla di Leonardo DiCaprio sul grande schermo è difficile parlarne male, e difatti, anche questa volta la sua recitazione nei panni del detective Daniels è a dir poco azzeccata. Il protagonista della pellicola di Scorsese si ritrova tra drammi familiari e crisi identitarie a dover risolvere un caso di sparizione sull’isola-prigione di Shutter island assieme al collega Aule ( Mark Ruffalo). I due nonostante la scarsa collaborazione dello staff dell’ospedale psichiatrico dell’isola tentano in tutti i modi di risolvere il caso e di tornare il prima possibile in città.
L’isola si scopre non solo prigione per i delinquenti rinchiusi per ricevere le cure sanitario-mentali necessarie, ma è anche la rappresentazione di una gabbia mentale che acuisce le turbe che accompagnano Teddy Daniels nella sua vita quotidiana. L’unico modo per ristabilire una pace interiore è visto dal protagonista nel salpare dall’isola per tornare alla vita di città, una fuga che prende passo dopo passo le sembianze dell’evasione dal palazzo di Atlante d’Ariostana memoria, anche qui il dramma di perdere il senno e ritrovarlo sulla luna.
Il film di Scorsese è un thriller in stile anni 50, con tante sigarette, caratteri burberi e personaggi pieni di ego ma profondamente fragili, questa fragilità emerge largamente nella figura della giustizia di cui i due detective ne vestono i panni. I due uomini dell’Fbi rappresentano la giustizia ma anche l’ uomo comune su un isola atipica che si sfama di paura e drammi personali, una prigione non solo fisica ma soprattutto mentale: difficile evadere quando la causa del proprio male risiede in sé stessi.
Il film ha un ritmo piacevole e narrativo, ad ogni passo verso la soluzione del caso si entra dirompenti anche nella vita dell’agente interpretato da DiCaprio, nuovi particolari che rendono ancora più intrigante il suo passato che fa di lui un uomo dall’alone misterioso.
Una matrioska di enigmi seguono le indagini che accompagnano gli spettatori sino al finale, con una sorprendente rivelazione nelle indagini.
Il dolore prende le sembianze di una macchia scura, inoculata nell’isola e nelle rappresentazioni del detective Daniels, un dramma famigliare da cui fatica ad evadere interamente e un caso ,forse questa volta, troppo difficile da risolvere.
Un dolore personale che si mescola con gabbie mentali e costruzioni di personaggi ed identità alternative, il tutto magistralmente diretto da Scorsese in un film fortemente introspettivo. Cieli grigi e ambientazioni lugubri rispecchiano i drammi nella vita di un uomo comune, in continua lotta con se stesso nella difficile missione di un perdono che come molti sanno, è difficile da trovare, se prima non si perdona sé stessi.

Vox Zerocinquantuno n 9, aprile2017


Fabio Bersani, 25 anni da San Giorgio Piacentino, laureato in scienze politiche sociali e internazionali all’università di Bologna, attualmente iscritto al corso di specialistica in comunicazione pubblica e d’impresa. Cinefilo, interessato alle dinamiche sociali e politiche presenti nei film.

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