Sicilia giardino sul mare fra due culture di Lella Vultaggio

Scusi per andare a Trapani?

Guardi è facile: sempre dritto a sud, poi svolta a destra Sicilia occidentale – ad una nuotatina da Tunisi.

Un mio amico marchigiano che ha sposato una donna tunisina, è appena ritornato “con la sua tribù di figli italo-tunisini e moglie” da Tunisi. Entusiasta di quel paese dove spera vivere la sua vecchiaia, tornato a Bologna mi ha raccontato i suoi giri, lontani dai luoghi battuti da turisti , dalla pubblicità , dalle agenzie turistiche. Così pensando di fornire una piacevole informazione a me siciliana nata a Trapani, da padre nato e cresciuto in Algeria, figlio di trapanesi immigrati fine 800 inizio 900, racconta della scoperta di luoghi battuti in passato da trapanesi… mi illumina anche del passato molto remoto dei corsari della zona e del loro “ vincolo di amicizia” con gli attuali discendenti degli antichi cartaginesi…come dire ? “Stessa fazza stessa razza “… come ti ripetono a Creta o a Rodi … tunisini e trapanesi sono uguali ?
A volte si somigliano fisicamente… per il resto dovrei fare ricerche

Penso che la storia della Sicilia , debba essere ancora scritta. E’ vero che per cacciare via gli arabi che l’avevano invasa, hanno chiamato i Normanni, ma a parte l’ eterna questione politica “chi ci libera dai liberatori”? I segni lasciati nella coscienza e nella memoria collettiva dagli arabi, non sono stati mai cancellati, segno che qualcosa di buono devono aver fatto-lasciato- vissuto…

Ballarò, marcato arabo, Palermo (foto Nando)
Ballarò, marcato arabo, Palermo (foto Nando)

Vogliamo iniziare una indagine-riflessione da quello che ci è molto vicino: l’insieme di popolazioni che hanno dominato il nostro paese, a cominciare dalla Sicilia bagnata dal Mar Mediterraneo, per secoli a contatto con i popoli che dai paesi bagnati da quel mare l’hanno raggiunta. Non certo per turismo o amicizia ma spinti da motivi di “dominio” riuscendo comunque a lasciare segni notevoli di cultura e rappresentazioni artistiche quando non filoni di scienza, tecnologia e di pensiero . Il discorso è ampio e va affrontato in modo serio, documentato anche se in un linguaggio semplice e immediato come si conviene in codesta sede .

Sull’immigrazione attuale sarebbe bene fare i distinguo e capire quale progetto ci sta dietro l’enorme e inarrestabile flusso di migranti … avere chiarezza su quei paesi dell’area Maghreb con i quali l’Italia ha sempre mantenuto rapporti economici privilegiati, ricordare i numerosi migranti siciliani in Tunisia, Algeria, Libia , alla fine dell’800 inizio 900 e valorizzare, proprio come valore aggiunto di tale fenomeno quasi sempre doloroso e sofferto , lo scambio positivo che c’è stato fra i popoli.

In codesta sede inizio proponendo una breve riflessione sulla lingua che ricorda una città dove gli arabi sono stati e sono “ di casa”.

Quando nel IX sec gli arabi sono arrivati in Sicilia la struttura della “lingua siciliana” era già definita—con le sue diverse influenze culturali. Il latino era arrivato attraverso la lingua romanza, il greco sopravviveva negli istituti religiosi di stampo bizantino e nelle lingue di terra a NORD-EST.
Del resto oltre al commercio e la navigazione l’economia principale era l’agricoltura. Infatti è proprio nelle zone rurali e fra il “popolino che l’eredità lessicale degli arabi è ancora viva. L’espansione degli arabi fu lenta ma incisiva soprattutto nel tessuto economico e sociale, mentre la lingua collocatasi vicino alle espressioni greche e latine, comincio ad imporsi nelle zone agricole, ed anche come lingua letteraria.
Oggi, nel dialetto trapanese molti vocaboli sono eredità degli arabi.

Amici dei miei genitori si chiamavano
Fragalà – (gioia di Allah) Vadalà, Badalà – (servo di Allah”) Zappalà – (forte in Allah).
Mio nonno materno che era proprietario di GIARDINI per la coltivazione di agrumi veniva chiamato Don Peppe u siniaru cioè addetto alla “senia” che era la macchina- forse inventata dagli arabi grandi idraulici-, che serviva ad estrarre l’acqua dal pozzo per irrigare i campi.
In casa c’era il cafìsu – che serviva per misurare l’olio (da qafīz,) nei giardini aveva costruito la gebbia – (da già-bìa gabiya) vasca rettangolare per conservare l’acqua destinata alla irrigazione dei campi ma anche per abbeverare il bestiame.

La terra si indicava a tùminu – tomolo (misura agraria) (da tumn) , e per comprare altri “giardini” andava dai senzàli (-mediatori di terreni da sinzar-) .

(foto Risaleomar.com)
(foto Risaleomar.com)

Quando doveva sgridare un contadino assunto da lui, che non assolveva al suo dovere lo chiamava jarryùsu – giovane effeminato (da arùsa, sposa). Tanto per offenderlo nella virilità era un po’ manesco e irascibile – spesso gli giravano i cabbasisi (termine ormai di grande divulgazione grazie al Commissario Montalbano inventato dallo scrittore siciliano Camilleri – per indicare i testicoli, simili nella forma ai grandi tuberi ovali di una pianta (habb ariz) e se litigava con qualcuno non era difficile che cominciasse a “cafududare”, da kaff- palmo della mano.

Nei giardini, intenso era il profumo di zagara – fiore dell’arancio (da zahr, fiore; dall’arabo ispanico azzahár) e a lui mischinu – poverino, meschino (dall’arabo miskīn,) per il pesante lavoro in campagna , quando gli è venuta la vaddara – ernia (da adara) è riuscito a cadere in mezzo alle piante di zabbara – agave (da sabbara) mentre mia nonna che doveva lavare per terra o bagghiu – spazio fra diverse case (da bahal) buttava acqua arrusciari— insomma arrusciava il pavimento (esito del consulto con il mio amico Rafia da Casablanca : in effetti in dialetto marocchino “arrusc” o “rusc” vuol dire innaffiare, sia per le piante sia più in generale buttare acqua, però in arabo classico sembra che questa parola non ci sia. Sarebbe interessante conoscere il percorso che tale parola ha fatto… potrebbe essere un prestito berbero entrato nell’arabo colloquiale in nord Africa e da lì passato in Sicilia? oppure potrebbe aver fatto il percorso inverso: dal siciliano è entrato nell’arabo popolare…).
Lei aveva il “pollice verde” amava ogni tipo di piante , seminava bulbi e semi nelle caseririe (vaso per piante in terracotta- da hasira). Era molto brava quando accendeva il forno a legna per il pane, a preparare per noi bambini il cabbucio (Karbusa –specie di pizzetta molto morbida condita con olio sale origano e aglio) o la cuccìa (frumento cotto condito con sale olio o crema di ricotta) – (da kisiya) per il 13 dicembre festa di Santa Lucia . Come da tradizione.
Quando raccoglieva frutta o verdura usava la coffa –grande sporta in tessuto (quffa)- Mia madre sferruzzava con la lana ed aveva il problema che con il caldo si camulisse (si bucasse mangiata dalla camula da qamal- tarlo) infatti spesso trovava maglioni camuluti, ma il suo bucano era fantastico. Le lenzuola profumate emanavano una luce azzurrina. Li sciacquava con una polvere detta azzuolo– (da azul- azzurro).

Lei non amava molti convenevoli che chiamava salamelecchi (da salam’ alaik) però quando usciva da casa era sempre elegantissima e ingioiellata, insomma si azzizzava (da aziz – prezioso) e a noi bambini indicava i luoghi dove era imprudente fermarsi, come i catiti (quad’id abitati dai capi-rione) La cosa non mi è stata mai molto chiara, io ci vedevo soltanto donne e bambini in ambienti degradati maleodoranti, forse il riferimento-pregiudizio, era rispetto ad una tradizione poco nobile, di quei luoghi…)

Mangiavamo

Babbaluci, lumache
Babbaluci, lumache

Babbaluci lumachine di terra (dall’arabo “babush”, che indicava le scarpe da donna con la punta ricurva verso l’alto, difatti le pantofole di pezza in siciliano sono chiamate “babuscie”).
carrubbe – frutto del carrubo (da harrub bollita per fare sciroppo per la tosse)
cassata – una torta tipica siciliana, con ricotta (da qashata; giuggiulena – seme di sesamo (da giulgiulan) sul pane e nei biscotti
Se andavamo in campagna bevevamo alla favara – sorgente d’acqua (da fàra rigoglio e gorgoglio che emette l’acqua che sgorga dalla fonte) E il condimento con zaffarana – zafferano, (dall’arabo ispanico azza ́farán) era d’obbligo.

Lo zio Gaspare aveva degli amici a Pantelleria che puntualmente, quando era la stagione adatta facevano arrivare –cassette di zibbibbu – tipo di uva a grossi chicchi (da zabīb, “uva passita”) ed enormi grappoli di uva passa – passuluni. Tale zio era molto generoso ma non era dinamico come suo fratello, – cioè mio nonno, e così veniva cricato perché quando camminava se ne andava catammari catammari (termine dall’origine incerta ma secondo me deve avere una qualche attinenza con tammar arabo venditore di datteri dalla camminata un po’ rozza non spedita di uno che si ferma di qua e di là per cercare i clienti che vogliono vedere e assaggiare la sua mercanzia).
Quando era la stagione della pesca del tonno, mio padre all’invito del RAIS della tonnara S.Giuliano ci portava ad assistere alla mattanza, fra i canti propiziatori intonati dal capo tonnara (capo- rais) con grande patos all’indicazione della camera della morte.
stai attenta se qualcuno ti talìa da taliàri – guardare, osservare ( dall’arabo ispanico attaláya ́).
Se le chiedevo perché rispondeva “ gli uomini pensano solo una cosa a loro deve rimanere soltanto la taliata (lo sguardo).
A volte chiedevo di andare al cinema con le mie amiche. Assolutamente no. Io insistevo: Era ammàtula (arabo batil) inutilmente, senza risultato alcuno.
In estate andavamo in vacanza nella campagna – di mio zio- noto latifondista dell’epoca, a Marausa ( arabo “Mara u zack” significa “pascolo povero” o “pastura scarsa).. Probabilmente quella zona, è stata abitata dai primi pastori arabi. E in quel posto mio fratello poteva costruirsi il suo giocattolo preferito la zzotta frusta (soth) per andare a caccia di lucertole

A mio avviso ogni dialetto è insostituibile e intraducibile. Usare parole dialettali è andare subito al centro della VERITA’. E’ come attivare metaforicamente un bisturi, che fa percorrere la storia. Insegnare e parlare il dialetto è andare controcorrente. Come per contrastare la massificazione lessicale e linguistica imposta dai media e rivendicare una particolarità identitaria. Indubbiamente nel SICILIANU l’arabo è soltanto una delle componenti linguistiche lasciate dai diversi dominatori che si sono succeduti nei secoli . Pur essendo una lingua indoeuropea viene classificato tra i dialetti italiani meridionali estremi.
Vari filologi e l’organizzazione Ethnologue lo descrivono come «abbastanza distinto dall’italiano così particolare, tipico tanto da poter essere considerato un idioma separato. Il che risulta ovvio da qualsiasi analisi dei sistemi fonologici, morfologici e sintattici, oltre che per il lessico”
Peraltro il siciliano non è una lingua derivata dall’italiano, ma – al pari di questo – direttamente dal latino, e costituì la prima lingua letteraria italiana.
Anche l’UNESCO riconosce al siciliano lo status di lingua madre, motivo per cui la maggior parte dei siciliani è descritta come bilingue, e lo inserisce tra le lingue europee non a rischio di estinzione” (fonte web).

Vox Zerocinquantuno n 3 Settembre 2016


Cenni bibliografici:

_La parte dedicata al dialetto: Da Trapani Nostra “trapani ponte verso il mondo arabo” 26 febbraio 2014

_Vocabolario etimologico siciliano, Volume 1
Lessici siciliani, Alberto Vàrvaro, Rosanna Sornicola
Centro di studi filologici e linguistici siciliani
la University of Michigan
16 gen 2007

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