Soccorso rosso: la testimonianza di un’esperienza lontana per riflettere sul presente, di Chiara Di Tommaso

Autodifesa significa difendersi da soli. Non stiamo parlando di arti marziali, bensì di una pratica politica a cui si è ricorso in passato quando la legge, il governo, lo Stato non difendevano. Anzi spesso erano ciò da cui bisognava autodifendersi.

Di questo ci parlano Lella Di Marco e Severina Berselli, due donne che hanno vissuto profondamente i difficili anni Settanta, due testimoni di un’epoca dalle grandi contraddizioni, partecipi di eventi che hanno segnato la storia e le cui conseguenze sono tangibili ancora oggi. Durante l’incontro organizzato dall’Associazione Sopra i Ponti, che dal 1995 si occupa di sostegno economico e integrazione dei migranti, le due ospiti hanno voluto portare la loro esperienza come militanti di Soccorso Rosso e stimolare un confronto con il mondo di oggi, per certi versi non poi così diverso.

Le radici del nome Soccorso Rosso affondano nei primi anni venti, quando l’Internazionale Comunista fondò questa organizzazione per aiutare la resistenza spagnola contro Franco. La sua piena realizzazione in Italia risale invece agli anni Sessanta, con il compito iniziale di raccolta fondi per la classe operaia e sostegno alle lotte, alle occupazioni delle fabbriche e agli scioperi. In un periodo di grande fermento sociale, personaggi famosi come Dario Fo e Franca Rame si fecero tra i primi sostenitori e promotori di questa realtà.

Dopo la Strage di Piazza Fontana nel ’69 l’urgenza però divenne il sostegno economico, legale e psicologico ai carcerati. Infatti durante le manifestazioni e i continui scontri nelle piazze erano sempre più frequenti gli arresti. Venivano redatti costantemente mandati di perquisizione per tutti coloro che erano sospettati di “associazione sovversiva”, ed ogni pretesto era buono per essere considerati tali.

“Io ho subìto 13 perquisizioni, e sono stata in carcere per due mesi– racconta Severina– eppure non stavo facendo nulla di illegale. Venivano alle 3, 4, 5 del mattino, sequestravano cose che non avevano alcuna attinenza con un reato, anche riviste in vendita nelle librerie, per poi scrivere sui giornali di aver trovato <<materiale interessante>>”.

Il clima di terrore degli anni di piombo alimentò ancora di più l’atteggiamento repressivo da parte dello Stato, con pesanti accuse per atti terroristici, come quella che toccò all’anarchico Valpreda. Bisogna inoltre considerare che il Codice Penale ancora in vigore era quello del regime fascista, il Codice Rocco, e ci vollero diversi anni per arrivare alla completa conversione legislativa sulla base della nuova Costituzione.

A ciò si aggiunse l’introduzione della Legge Reale del ’75 che, per “mantenere l’ordine pubblico”, permetteva alle forze armate l’uso delle armi da fuoco anche in caso di fuga, così che il clima di violenza si aggravò ulteriormente e ci furono sempre più vittime durante i cortei.

A partire dal 1972 il nome dell’organizzazione cambiò in Soccorso Rosso Militante, nacque un vero e proprio team di avvocati per i militanti detenuti e dei comitati che si dovevano occupare di mantenere i contatti con chi viveva nelle carceri. Il supporto divenne presto una lotta per i loro diritti, con campagne per sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo le pessime condizioni di vita nelle galere e i soprusi delle forze dell’ordine. La più grande conquista fu la Riforma Penitenziaria nel ’75 e l’applicazione di norme come quella del diritto di voto per i prigionieri in attesa di giudizio. Questa alleanza tra studenti, intellettuali, lavoratori e detenuti, nata dal contatto che sperimentarono condividendo le stesse celle, è una peculiarità del caso italiano che arricchì numericamente sia il fronte della contestazione che i suoi obiettivi.

Da questi racconti emerge una nuova lettura della situazione italiana del tempo che spiega chiaramente l’esigenza di una parte della popolazione, vittima di leggi repressive, di organizzare delle forme di autodifesa.

Difendersi dallo Stato non fu facile per tutti quegli uomini e quelle donne che negli anni Settanta scelsero di portare avanti la loro lotta politica, senza avere nemmeno il sostegno del loro stesso partito, il PC, che si rifiutò di riconoscere la loro attività.

E ancora meno facile è lottare insieme e per chi non ha voce, per chi ha meno possibilità di far valere i propri diritti. È proprio in questo punto che risiede una possibile analogia con il nostro presente, altrettanto ma diversamente complesso.

La riflessione che Severina e Lella propongono ai giovani d’oggi è se sia possibile trovare nuove forme di autodifesa, in grado di proteggere e offrire sostegno a coloro che oggi sono i nuovi discriminati, le nuove vittime di leggi dello Stato. L’assenza di un partito di riferimento può essere presupposto della nascita di una lotta autonoma, pensata in modo diverso per adattarsi ad un contesto diverso, e che non degeneri nella violenza, come accadde in alcuni casi nel passato.

La situazione dei migranti dopo l’approvazione del Decreto Sicurezza è adesso ancora più instabile e difficile, in quanto esso ha privato loro di molti diritti e possibilità. E se la legge non protegge, può essere necessario imparare ad autodifendersi.

Vox Zerocinquantuno n.30, febbraio 2019

Foto: Resistenze internazionali

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