Social e Cyberbullismo: la sicurezza nell’era del selfie, di Chiara Pirani

Il passatempo preferito degli adolescenti di oggi è senza dubbio il Web, ma risulta chiaro come il suo utilizzo comporti aspetti spesso più negativi che positivi. È questo l’argomento centrale della sesta edizione di “Una Vita da Social”, la campagna educativa itinerante realizzata dalla Polizia Postale e delle Comunicazioni in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e del Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, volta a sensibilizzare sui rischi e i pericoli che la Rete comporta per i minori.

Cosa rende il Web così appetibile per i teenager? L’essere sempre connessi, il poter scambiare informazioni e commenti con gli amici, la possibilità di seguire i propri beniamini: tutta una serie di elementi che danno loro la percezione di sentirsi più grandi, al punto da arrogarsi il diritto di fare del male agli altri, con la sicurezza di essere protetti da uno schermo.

Due studenti su tre sono, infatti, vittime di bullismo, e la “colpa” pare essere proprio dell’uso smodato e poco avveduto dei social network, piattaforme a cui si tiene più che alla vita reale: secondo uno studio effettuato dall’Università “La Sapienza” di Roma e dall’Università Cattolica di Milano per conto della Polizia di Stato, il numero di minori, in particolare di età compresa tra i 14 e i 17 anni, vittime di reati contro la persona pare sia addirittura raddoppiato, passando dai 104 casi registrati nel 2016 ai 177 nel 2017 e 208 casi nel 2018.
Numeri che mettono paura, ma non ai diretti interessati, che ritengono il Web come un mondo in cui ognuno è libero di dire la sua, senza filtri e senza inibizioni, in cui ciascuno si sente legittimato ad arrecare danno ad altri, anche senza un apparente motivo, semplicemente perché la piattaforma pare si presti a tutto. Ma le conseguenze che ne derivano sono tutt’altro che leggere: la Rete diventa uno strumento di aggressività, amplifica le relazioni, fino a farle diventare difficili da gestire, fino a creare danni talvolta irreparabili.

Ma i danni non sono arrecati solo agli altri. Un altro strumento di cui i giovani abusano spesso è la fotocamera interna dello smartphone, che permette loro di mettere online il proprio viso. Lo studio in questione ha, infatti, evidenziato come 1 teenager su 4 posta almeno un selfie al giorno: si arriva a parlare di selfie-mania, come di una specie di ossessione a metterci la faccia a tutti i costi. E il costo principale da pagare è davvero pesante: si parla di qualcosa di ben più prezioso del denaro, si tratta di dare in pasto al mondo intero la propria identità, senza badare affatto alle conseguenze.

Ma cosa spinge i ragazzi a voler mostrare sé stessi in ogni occasione, magari anche mettendosi in situazioni pericolose? Forse, paradossalmente, si parte proprio dalla scarsa autostima, che i giovani provano a risollevare cercando di riscontrare favore nei loro pari, postando in orari ben definiti e monitorando costantemente il numero di like e di visualizzazioni di foto e video pubblicati.
Fare bella figura su Internet e, in modo particolare, nel mondo dei social network, sembra essere diventato più importante che saper rapportarsi con gli altri nella vita reale: il Web crea dipendenza, è diventato un’ossessione, un vortice in cui, a poco a poco, si viene risucchiati quasi inconsapevolmente. Pertanto, dal momento che non è possibile né pensabile rallentare o addirittura di arrestare il progresso tecnologico e, di conseguenza, lo sviluppo del mondo dei social, è necessario educare al meglio le nuove generazioni, affinché sappiano utilizzare nel modo migliore uno strumento che si presta molto bene a diventare un’arma a doppio taglio.

Farsi un selfie è diventato ormai un fenomeno all’ordine del giorno, perciò, per guadagnarsi il favore del popolo della Rete, non basta più solamente il gesto di ritrarre sé stessi in “condizioni normali”, bensì diventa quasi necessario farlo in contesti pericolosi: lo studio condotto dalle Università di Roma e Milano riporta, infatti, che il 35% degli oltre 6mila giovani tra gli 11 e i 25 anni intervistati, dichiara di aver provato a farsi un autoscatto in condizioni potenzialmente pericolose, prevalentemente alla guida di un motorino o della macchina, tentativi che talvolta culminano nel peggiore degli esiti.

Dunque, accaparrarsi “mi piace” è diventato un obbligo, tanto che lo studio evidenzia come il 52% degli intervistati passa circa 10 minuti a modificare e a descrivere il proprio scatto prima di pubblicarlo, utilizzando spesso filtri e didascalie accattivanti.
A incidere fortemente sul “fenomeno selfie” sono, infine, il contesto familiare, infatti sono più a “rischio selfie pericolosi” i ragazzi cresciuti in famiglie con titolo di studio più modesto, e la scuola, luogo in cui si svolge anche la campagna educativa “Una Vita da Social”, che concluderà il suo tour a Roma, toccando le principali città d’Italia, dove gli operatori della Polizia Postale incontreranno studenti, genitori e insegnanti, al fine di educarli al meglio alla sicurezza online.

Vox Zerocinquantuno n.32, Aprile 2019

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