Sono cose da grandi, di Simona Sparaco. Recensione di Francesca Colò

“So che presto arriverà il momento delle domande difficili anche per me. Questa mia lettera è nata dall’esigenza di prepararmi a quel momento. Di riflettere insieme a te sulle cose che ci fanno e ci potranno fare paura”

Diego è un bambino di quattro anni. È nell’età in cui si iniziano a fare domande importanti, quelle domande che vanno oltre l’ovvio. È l’età in cui si impara a fare i conti con i sentimenti e le intenzioni dei più grandi, in cui si capisce che dietro ogni azione compiuta c’è una scelta precedente, che ci spinge a comportarci in un modo piuttosto che in un altro. È l’età in cui i bambini hanno ormai sviluppato la coscienza per riconoscere e comprendere il male, che non è più identificato solo con un genitore che li sgrida o un amichetto che ruba loro un giocattolo.

Sono cose da grandi (Einaudi) è una lunga lettera che Simona Sparaco scrive al piccolo Diego. L’autrice comprende l’importanza della fase della vita in cui si trova suo figlio, in cui il carattere inizia ad emergere e viene plasmato da ogni impulso esterno.

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Si può proteggere un figlio dalle brutture e dai pericoli del mondo? Sì, pensa l’autrice all’inizio, tenendolo lontano da ogni situazione che possa in qualche modo ferirlo. Ma cosa accade quando la mamma non c’è? All’asilo per esempio, quando gli altri bambini danno le “tottò”, o davanti alla tv, quando scorrono le immagini della strage di Nizza e del terremoto di Amatrice? Ben presto si rende conto che non è possibile chiudere il piccolo in una campana di vetro, isolandolo dall’esterno.

Simona Sparaco guarda dentro di sé, cercando di capire come svolgere al meglio il proprio ruolo di madre e raccontando la sua vita insieme a Diego. Sa di avere un ruolo fondamentale: spiegare ai propri bambini le “cose da grandi” senza però ferirli, un compito che durerà per sempre, anche quando saranno ormai cresciuti. Non è facile far capire la morte, la religione, il fanatismo e l’omosessualità. Ancora più complicato è razionalizzare la paura. L’unico modo per farlo è attraverso il gioco e l’invenzione, stimolando la fantasia e la riflessione. Ma a quattro anni Diego è ormai un ometto, e riesce a scovare ogni contraddizione e ogni incongruenza nei discorsi della mamma.

A quel punto l’autrice non può non arrendersi ai fatti: suo figlio sta crescendo ed arriverà anche per lei il momento di lasciarlo andare e fargli esplorare il mondo, con la consapevolezza che verrà inevitabilmente ferito e dovrà affrontare delusioni e paure. Ma sa anche che se avrà svolto bene il suo ruolo di madre, nulla sarà insuperabile.

“L’unica cosa che posso fare, mentre ti libero dal tuo bozzolo, è farmi forte del pensiero che un giorno le cose che ti dico […] saranno per te come una sciarpa di seta da tenere al collo. Ti daranno conforto”

 

Vox Zerocinquantuno n.9, aprile 2017


Francesca Colò è laureata in Scienze della Comunicazione Pubblica e Sociale presso l’Università di Bologna. È da sempre interessata alle problematiche di genere e alla condizione femminile. Appassionata di serie TV, cerca spesso di unire l’attenzione verso le donne a quella nei confronti dei mass media e dei loro prodotti.

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