Spesso sono felice, Jens Christian Grøndhal, di Francesca Colò

 

La morte di una persona cara è un avvenimento che segna indelebilmente la vita di chi rimane. Si cercano modi per affrontare il dolore, esorcizzarlo, farci i conti e imparare finalmente a conviverci. È quello che fa la settantatreenne Ellinor, protagonista di Spesso sono felice, ultimo romanzo del danese Jens Christian Grøndhal.

Ellinor perde il grande amore della sua vita in modo inaspettato ed improvviso: non è più una donna giovane e, per di più, non è mai stata particolarmente socievole. Come farà ad elaborare il lutto di suo marito Georg?

Grøndhal ci accompagna in un viaggio nella vita della protagonista, che a sua volta si racconta in una lunghissima lettera alla sua migliore amica Anna, morta anni prima in un incidente che coinvolse anche il primo marito di Ellinor. Inizialmente lo scenario è confuso, non è ben chiaro chi sia Ellinor, né chi sia la donna a cui scrive: sono molti i punti in comune tra le due, molti i “noi”, i “nostri”, i ricordi vissuti insieme. Dopo qualche pagina si delinea perfettamente la relazione tra le due, unite all’inizio da un forte rapporto di amicizia e in seguito da un legame molto più complesso: ciò che le accomuna è proprio Georg che, prima di essere marito di Ellinor, è stato marito di Anna.

Nel suo lungo flusso di coscienza, la protagonista racconta all’amica come è stata la vita con Georg dopo la sua morte, dalle prime serate in cui si consolavano a vicenda per le rispettive perdite, all’accettazione della loro relazione da parte di Morten e Stefan, figli di Georg, a ciò che amava e detestava di lui. Per la prima volta, sapendo che non potrà mai ottenere risposta, le parla di segreti che ha tenuto dentro per tutta la vita, per paura di essere additata, giudicata o di far soffrire qualcuno.

Foto da alt.dk

Alla morte del suo amore, Ellinor decide di ricominciare da zero, abbandonando la sua casa dei quartieri alti per trasferirsi nella via dove è cresciuta: vuole tornare alle sue origini umili, quelle origini che nell’arco della vita l’hanno fatta soffrire e vergognare. Come può una signora anziana cambiare completamente vita, da sola e per di più in un quartiere così pericoloso? È questo ciò che le dicono tutti, per primi i figli adottivi, con i quali Ellinor si rende conto di avere sempre avuto un rapporto critico. Alla morte di Georg, infatti, tutto viene a galla: la crisi familiare, la non completa accettazione, le critiche reciproche, le questioni economiche.

Bisogna scegliere il dolore che ti si addice, e io non

sono mai stata il tipo che si guarda indietro”

Ellinor decide, al contrario di tutte le aspettative, di andare subito avanti, di togliersi molti sassolini dalle scarpe, anche se questo incrinerà per sempre il rapporto con uno dei suoi figli. Fa però ciò che la rende felice, ed è disposta a perdere tutto pur di trovare sollievo nella sua nuova indipendenza. Ellinor è felice nella sua nuova casa, dalla quale può vedere la porta del vecchio appartamento di sua madre. È felice di aver avuto dopo anni un confronto con sua nuora, della quale non ha mai potuto sopportare il carattere. È felice di aver finalmente trovato la sua pace interiore. Sta bene, nonostante tutto.

Spesso sono felice è una storia che mette in piazza gli aspetti che ogni famiglia apparentemente perfetta tende a nascondere: il tradimento, la gelosia, le antipatie e le incomprensioni. Ma in fondo è anche una storia che fa sì che il lettore guardi dentro se stesso: Ellinor ha più di settant’anni, eppure chi legge percepisce i suoi stati d’animo e le sue emozioni, anche se di anni ne ha molti di meno e ha ancora una vita davanti da vivere.

Credo che questo romanzo racchiuda un importante insegnamento: non esiste un metodo univoco per affrontare un momento difficile. Ognuno lo fa a modo suo e, nonostante gli altri dicano cosa ci fa bene e cosa no, solo noi, nel nostro intimo, sappiamo davvero ciò che ci è indispensabile per stare meglio. Grøndhal lo racconta ai lettori in modo semplice, trasportandoli in una lettura scorrevole che fa riflettere in sole cento pagine sulla sofferenza e sulle difficoltà della vita. Ci insegna che dobbiamo farcela autonomamente perché, in fin dei conti, che abbiamo settant’anni o venti, saremo sempre da soli a fronteggiare il nostro dolore.

Vox Zerocinquantuno n.7, febbraio 2017


Francesca Colò è laureata in Scienze della Comunicazione Pubblica e Sociale presso l’Università di Bologna. È da sempre interessata alle problematiche di genere e alla condizione femminile. Appassionata di serie tv, cerca spesso di unire l’attenzione verso le donne a quella nei confronti dei mass media e dei loro prodotti.

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