Steve Jobs, l’uomo d’acciaio di Fabio Bersani

“Steve Jobs” non è solo un film sulla vita del noto inventore della Apple, ma è uno specchio sociale delle paure e delle debolezze dell’uomo, è successo, gioia e dolore; è un film sulla vita di un uomo, uno come noi, a volte impaurito, altre volte forte e fiero. Il film, biografico, analizza i momenti più importanti e critici della vita di Jobs, rompe il filo spazio-tempo e sembra che, con mano ferma, il regista sposti l’ago della bilancia emozionale dal protagonista (interpretato da un infallibile Michael Fassbender) alla sua collaboratrice Joanna Hofmann, la sua spalla in Apple e Next.

Il film di Boyle non racconta una favola, né mitizza la nascita della Apple. Il giovane inventore dei moderni Mac è un ragazzo infelice che grazie ad una combinazione di fortuna, inventiva e amicizie (Steve Wozniack in primis) riesce ad inventare il primo dei moderni computer. É un visionario in questo, pensa a quello che il cittadino medio desidera. Il suo obiettivo era la diffusione tecnologica su larga scala che lo porterà poi alla grande rottura con il consiglio d’amministrazione della società e vedrà il suo abbandono dopo pochi anni dalla fondazione della stessa. Questo mentre poco tempo prima la storica fidanzata dell’università si scopre incinta di suo figlio, che lui rinnegherà.
Boyle mostra un Jobs che instaura un rapporto di dipendenza- amore verso la sua creazione. Il suo desiderio era che il consumatore medio avesse la possibilità, e quindi il diritto, di comprare un prodotto innovativo ad un prezzo equo.

Assistiamo ad un protagonista con un climax affettivo discendente, svuotato poi nel finale ai danni della Hoffman che esplode in una tempesta di isterismo, bilanciando questo rapporto di silente isterismo che accompagna tutto il film, rendendolo umano e comprensivo a tutti.
Il focus della regia si focalizza sulle emozioni, quelle dell’inventore californiano prima e su quelle della fidata collaboratrice poi, sull’equilibrio finanziario dell’azienda che va di pari passo con quella del mai facile legame tra padre e figlia.
Una corsa al successo che porta soddisfazioni lavorative ma anche una sempre più difficile ricerca interiore, scelte familiari che porteranno ad anni di riflessione e sofferenze.

Il regista ci mostra dunque la vita di un uomo qualunque, in bilico tra affetti familiari e decisioni imprenditoriali milionarie, la costruzione di un’intelligenza artificiale e la ricostruzione del rapporto paterno. Una metafora sulla vita di tutti i giorni, tra successi e fallimenti “Steve Jobs” ci insegna che la vita non regala nulla e che il prezzo della felicità e l’accettazione di se stessi passa per l’ammissione dei propri errori come nella faticosa ricerca per riparare agli stessi.
Il costo di una vita è più alto di tutte le azioni Apple in giro per il mondo.

Vox Zerocinquantuno n 5 dicembre 2016

Fabio Bersani, 25 anni da San Giorgio Piacentino, laureato in scienze politiche sociali e internazionali all’università di Bologna, attualmente iscritto al corso di specialistica in comunicazione pubblica e d’impresa. Cinefilo, interessato alle dinamiche sociali e politiche presenti nei film.

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