Steve Jobs: un segno nel mondo di Alessandro Romano

In una scena di Jobs (2013), primo film postumo sulla sua vita, appena ri-insediato nel ruolo di CEO alla Apple, gli viene domandato quale direzione prendere, e lui risponde: “Lasceremo un segno nell’universo”.
La frase è – in perfetto stile “jobsiano” – un tantino presuntuosa, ma l’ha pronunciata davvero, anche se in un’altra occasione.
Il problema qui però è “solo” quantificare l’universo e capire quanta incidenza abbiano su di esso gli eventi che coinvolgono la Terra, perché una cosa è certa, Steve Jobs, una certa incidenza sul pianeta, l’ha avuta eccome.
Sono ormai passati cinque anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 5 ottobre 2011, all’età di 56 anni.
Era un motivatore, innovatore, visionario e precursore, ma era anche autoritario, prevaricatore, egoista e a dir poco lunatico. Impossibile definire la qualità di un uomo così complesso, ma sicuramente è stato il mix di tutte queste anime a permettergli di arrivare così lontano.

Ashton Kutcher nei panni di Steve Jobs nel 2013 (Foto dawww.repubblica.it)
Ashton Kutcher nei panni di Steve Jobs nel 2013
(Foto dawww.repubblica.it)

Se parlassimo con tutte le persone che hanno lavorato con e per Jobs avremmo sicuramente dei riscontri diametralmente opposti. Famosi sono infatti i suoi licenziamenti, in tronco; in un ascensore o il giorno prima di Natale. Famose sono le sue pretese di lavoro duro ad orari assurdi, come ben documentato nel film del 1999 “I Pirati Della Silicon Valley”. O ancora, il pretendere il miglioramento di risultati che sembravano già al limite delle possibilità tecnologiche del momento.
Ma è proprio per questo che incontreremo anche delle persone che gli saranno per sempre grate. Persone convinte di non poter raggiungere certi risultati, ma che ci sono riuscite, spronate da un uomo che non poneva limiti al concetto di qualità e innovazione.

Uno degli aspetti principali di Jobs è stata ad esempio la maniacalità per l’estetica.
Normalmente nella costruzione di un computer, si sviluppano gli apparati interni e in base a forma e dimensioni di questi si costruisce il “case”, ovvero, la scatola, l’involucro del computer. Jobs faceva il contrario. I designer lavoravano costantemente e maniera totalmente indipendente dagli ingegneri e sviluppatori, cosicché quando individuava il case giusto, perfetto per il nuovo prodotto, costringeva i tecnici a rivedere gli elementi affinché potessero entrare nel “guscio” prescelto.
Così, come nella costruzione del Macintosh, gli ingegneri avevano già sviluppato una scheda madre di ultima generazione e di dimensioni ridottissime, e continuavano a sostenere che fosse impossibile ridurle ulteriormente. Ma Jobs, in situazioni come queste, era solito guardare il suo interlocutore negli occhi e dire: “ce la puoi fare”. Il che non era un semplice incoraggiamento, era un vero e proprio ordine e, tradire le sue attese, poteva avere dei risvolti molto spiacevoli.
Si può dire un atteggiamento quasi scorretto e autoritario, ma chi ha collaborato con lui alla costruzione del primo Mac, non solo è stato protagonista di una vera e propria rivoluzione nel campo de l’home computer, ma è entrato di diritto nella storia della tecnologia informatica.

Noah Wyle è Steve Jobs ne I Pirati Della Silicon Valley (Foto da www.ipaddisti.it)
Noah Wyle è Steve Jobs ne I Pirati Della Silicon Valley (Foto da www.ipaddisti.it)

Per chi conosce la biografia del personaggio, sa che al suo fianco c’è sempre stato un genio a sostegno della sua brama e determinazione. Primo tra tutti il co-fondatore di Apple Steve Wozniak, ingegnere informatico che ha dato alla luce il primo personal computer, oppure John Lasseter animatore della Pixar, autore di film di successo come Toy Story e A Bug’s Life o ancora Jony Ive, designer di Apple, al quale dobbiamo – tra le altre – le forme eleganti e futuriste dell’iMac o dell’iPhone; e ancora degli eserciti di ingegneri, esperti di marketing, creativi e quant’altro. Tutti elementi fondamentali e tutti tra i primi al mondo nel loro settore.
La domanda che viene spontanea è: ma allora cosa ha inventato Jobs? Qual è stato il suo ruolo? La risposta ci arriva dal secondo film postumo: Steve Jobs (2015), interpretato da Michael Fassbender, in cui, in un bel faccia-a-faccia con Wozniak, Jobs risponde così: “Io faccio il direttore d’orchestra”.
E’ stato dunque Jobs a cercare e selezionare le persone migliori, è stata la sua determinazione a buttar giù i muri più pesanti, sono state le sue idee la fonte d’ispirazione per la creazione di nuove tecnologie. Se non fosse stato per lui, l’invenzione di Wozniak sarebbe rimasta un’idea da condividere con gli amici e alcuni appassionati, Lasseter sarebbe rimasto imbrigliato nelle logiche di marketing della Disney che ne limitavano la creatività e Jony Ive avrebbe avuto un piede fuori da Apple appena prima che Jobs ritornasse.
Se non fosse stato per Jobs, certe invenzioni, probabilmente ci sarebbero state, ma sarebbero sicuramente arrivate dopo, e difficilmente avrebbero avuto lo stesso livello di qualità. E quindi, chissà come sarebbero stati e quanto avremmo dovuto aspettare per: il personal computer, la tastiera non-integrata, il mouse, la possibilità di interagire con essi anche se non si conosce l’informatica, semplicemente cliccando e trascinando icone da un punto all’altro dello schermo; i film d’animazione, la possibilità di avere migliaia di canzoni in tasca, i cellulari senza tastiera (quelli che adesso conosciamo come smartphone), gli store legali di musica digitale, i tablet, la possibilità anche per i non esperti di editare video e musica in maniera semplice e intuitiva. In pratica la maggior parte della tecnologia che ci “avvolge” oggi, deriva dalle idee o dalla tenacia nello scommettere su di esse da parte di una sola persona.

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Michael Fassbender “dirige l’orchestra” Apple nel 2015 (da cameralook.it)

Ma oltre ad un inventore o un precursore, per certe persone è stato un modello, un’ispirazione: ha insegnato al mondo che il vecchio detto “se lo pensi lo puoi fare”, è reale. E lo ha dimostrato nel corso di una straordinaria carriera.
Capisce che l’idea di Wozniak può cambiare il mondo e fa di tutto per trovare chi possa sostenere e lanciare il progetto. All’età di 23 anni è una delle persone più ricche del pianeta, a 30 si ritrova licenziato dalla sua stessa creatura. Perde tantissimi soldi nella creazione del computer Next. Richiamato alla base, per mesi è costretto a lavorare giorno e notte per cercare di salvare sia Apple che Pixar, in un continuo su e giù da Cupertino a Emeryville che lo ha portato sull’orlo di un tracollo economico e fisico. Senza però mai perdersi d’animo e cercando di fare sempre ciò che riteneva giusto.
In molti ritengono che sia stato proprio in questo periodo, che il suo stomaco, assalito da troppi stress, abbia cominciato a generare il male che 20 anni dopo lo ha ucciso.
Quasi tutti pensano che nel famoso discorso allo Stanford (quello del “siate folli” per intenderci) fosse uno Steve Jobs guarito, in una fase intermedia tra la malattia e la ricaduta. In realtà in quel momento, il cancro, era già tornato ad aggredirgli il pancreas. Ma le logiche di mercato, tutte basate sulla fiducia, non hanno scrupoli: uno Steve Jobs ammalato può voler dire una perdita di valore in miliardi di dollari. E allora fingerà di star bene sino a che la malattia non lo costringerà di nuovo a letto.
Qualunque lavoro che voglia riassumere la sua vita, difficilmente sarà più efficace del famoso spot “Think Different” del 1997(in Italia aveva la voce di Dario Fo), in occasione del lancio dell’iMac.
Vale la pena riproporlo, era solo uno spot, ma anche la perfetta sintesi di Jobs stesso:
“Questo film lo dedichiamo ai folli,
agli anticonformisti,
ai ribelli,
ai piantagrane,
a tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Costoro non amano le regole, specie i regolamenti,
e non hanno alcun rispetto per lo status quo.
Potete citarli, essere in disaccordo con loro,
potete glorificarli o denigrarli,
ma l’unica cosa che non potrete mai fare è ignorarli.
Perché riescono a cambiare le cose.
Perché fanno progredire l’umanità.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli,
noi ne vediamo il genio.
Perché solo coloro che sono abbastanza folli da pensare
di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.

È ancora aperto il dibattito sull’influenza positiva o negativa che le sue invenzioni abbiano portato alla vita di tutti giorni. Una cosa però è innegabile. Forse non nell’universo, ma nel mondo, Steve Jobs, un segno l’ha lasciato certamente.

Vox Zerocinquantuno n 5 dicembre 2016


Alessandro Romano ha conseguito la laurea in Sociologia presso la Facoltà di “Scienze Politiche” di Bologna. Dopo un breve periodo di lavoro in Irlanda torna in Italia e si laurea al Corso Magistrale di “Scienze del Lavoro” all’Università degli Studi di Milano con la tesi: “Mercato del Lavoro e Immigrazione: un confronto tra Italia e Spagna negli anni della crisi economica globale”.

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