Storie di periferia, di Chiara Di Tommaso

“Secondo me, nessuno deve essere lasciato dietro – né italiani, né rom, né africani, né qualsiasi tipo di persona.” Una semplice verità, quella di Simone, quindicenne di Torre Maura, che con grande spontaneità, sincerità e perfetto accento romano ha sostenuto una discussione con alcuni attivisti di Casa Pound del suo quartiere. Il video che riprende la scena, avvenuta durante il presidio organizzato a inizio Aprile per protestare contro l’accoglienza di settanta rom nel centro Sprar della zona, ha fatto il giro d’Italia. Il gesto violento del calpestare il pane che era destinato alla mensa del centro, i toni accesi, gli striscioni, hanno fatto rabbrividire: l’ennesimo episodio di razzismo, un altro segno dell’insanabile piaga dei nostri giorni. Ma ad uno sguardo più attento e una lettura dei fatti più profonda, pare evidente come la rabbia dei manifestanti abbia in realtà espresso il profondo disagio che vivono gli abitanti del quartiere periferico di Roma. Il degrado che Simone e i manifestanti riconoscono, condividono e denunciano è fondato sull’insicurezza, l’instabilità economica e la scarsità di servizi. Tutti fattori che però, come spiega il ragazzo, non c’entrano nulla con i rom appena lì trasferitisi.

Il problema delle periferie è vecchio come il mondo, o meglio come le città. Un problema che si è aggravato con il tempo, per la sempre maggiore complessità della composizione della società che vi abita. Un problema che coinvolge non solo Roma, ma tante altre città italiane. Quanto risulta dall’indagine portata avanti dalla Commissione Parlamentare sullo stato delle periferie (2016-2017) nelle prime 14 città italiane è che il 75% degli abitanti vive in zone periferiche o intermedie. A Bologna in particolare a vivere fuori dal centro sono il 69% dei suoi abitanti, ma il vero dato allarmante è che il 27,8% dei residenti nella nostra città vive in contesti di disagio economico. Le principali “zone rosse” di Bologna secondo l’indice di vulnerabilità sociale e materiale dell’Istat sono Roveri, Rigosa, Paderno, Pilastro e Bolognina. Prendendo quest’ultima come esempio, e andando a vedere nel dettaglio quelle che sono le dinamiche interne, la composizione sociale e le condizioni economiche, cerchiamo di contestualizzare e capire meglio le difficoltà e le opportunità che si vengono a creare in queste aree, e come vi agiscono le forze politiche.
Per i 36.019 abitanti del quartiere Bolognina parlare di multiculturalità è un eufemismo: le quasi 10.000 persone con cittadinanza non italiana appartengono a 114 nazionalità differenti, delle quali le comunità più numerose sono quella cinese, rumena, pakistana, bangladese, marocchina e ucraina (dati Comune di Bologna 2018). La popolazione giovane è molto numerosa, quasi un terzo di quella totale. Confrontando il reddito medio tra la Bolognina e altri quartieri come Santo Stefano, il divario appare evidente: nel 2015 risultava essere rispettivamente 20.308 contro 28.864 euro annui. Ma probabilmente, molto più di quanto possono esprimere i numeri, può essere capito ascoltando le storie di vita di chi abita lì.
“Posso raccontarti qualsiasi cosa, qui ne succedono di ogni” esordisce

Ramon trentenne che vive in Bolognina da alcuni anni. Dal tunisino dell’ultimo piano che ha tagliato i cavi della sua antenna per collegarlo alla sua e usufruire del suo sky, alla famiglia marocchina che ha lasciato per giorni un divano davanti al palazzo rendendo difficile l’uscita, dal vicino che dimentica l’acqua aperta e allaga l’appartamento, agli spacciatori tutti i giorni sotto casa che chiedono se vuoi comprare, fino al badante che picchia a sangue un anziano nel portone accanto. Una quotidianità complessa, piena di imprevisti e incomprensioni. “Il problema non sono gli extracomunitari, lungi dall’essere razzista, ma il fatto che qui si trovano a convivere persone provenienti da realtà diversissime e con abitudini spesso incompatibili.” I maggiori problemi, sostiene Ramon, sono la difficoltà di comunicazione e di costruire rapporti basati sul rispetto reciproco. Si tratta di un quartiere popolare, spiega, la gente che ci abita ha in comune solo le difficoltà economiche e un basso livello culturale. “Non c’è una soluzione, non esiste un modo per risolvere la situazione -sostiene- se non limitarsi ad attendere. Tra un paio di decenni la popolazione si sarà integrata e le cose andranno meglio”. Non si può dire però che sia tutto nero, ammette: ci sono tante brave persone italiani e non che lavorano, sono aperti al dialogo e disponibili a venirsi incontro. Inoltre il Comune e i privati stanno investendo molto nella zona, stanno nascendo luoghi di aggregazione positiva, centri di cultura e intrattenimento, soprattutto per i tanti giovani. Certo è che si potrebbe fare molto di più per chi abita alle spalle della Stazione Centrale, ottenendo come duplice effetto quello di, da una parte garantire condizioni di vita dignitose ai suoi abitanti, dall’altra allontanare le forze politiche che approfittano di questi contesti di degrado per fare leva sulla rabbia della gente, aggravando i conflitti e le divisioni, spargendo in sostanza altra benzina sulle fiamme, proprio come a Torre Maura.

Vox Zerocinquantuno n.33 Maggio 2019

Foto: Enrico Partemi

(68)

Share

1 thought on “Storie di periferia, di Chiara Di Tommaso”

  1. Spero proprio che continuerete a monitorare le periferie della nostra città dando visibilità alle iniziative di aggregazione a cui l’autrice fa riferimento nel suo bell’articolo

Lascia un commento