Stranieri alle porte, Zygmunt Bauman, di Rosalinda Bruno

Questo è il primo libro di Zygmunt Bauman che recensisco, e sicuramente non è tra quelli più noti. Come si evince dal titolo, il sociologo ci parla dei fenomeni migratori, ma più nello specifico del sentimento che si accompagna a questi fenomeni. Per certi versi il pensiero di Bauman è illuminante e proprio in questo libro parla di “panico morale”, ovvero quella sensazione che avvolge tutti gli esseri moderni, che influenza la percezione del fenomeno migratorio e che è diventato uno degli aspetti caratterizzanti della modernità, inasprito dall’attuale situazione legata al Medio Oriente e al terrorismo.

Bauman ci ricorda che il fenomeno migratorio, che desta allarmi e paure sproporzionate, è sempre esistito; L’umanità è nata migrante. È infatti un intreccio di migrazioni, prima locali poi sempre più globali, facili e veloci. Da sempre profughi in fuga dalla guerra, dalla fame e dalle catastrofi naturali e climatiche, si sono spostati in cerca di una condizione, prima ancora che dignitosa, di sopravvivenza.

Anche l’asimmetria tra autoctoni e alloctoni è antica: lo straniero non è mai stato accettato immediatamente e incondizionatamente; ricordiamo che spesso è stato ridotto in schiavitù e mantenuto in una condizione sociale e culturale di inferiorità. L’autoctono occidentale risulta, d’altro canto, avere la memoria corta, dimenticando regolarmente di essere stato migrante in prima persona o in passato i suoi antenati.

Lo straniero suscita istintivamente diffidenza e timore a causa della sua diversità: è l’ignoto rispetto al noto, al familiare, dunque potremmo non sapere come comportarci, nel timore di urtarlo o provocare incomprensioni a causa di stili di comportamento inconsueti.

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Foto da volontariatoggi.info

Il sentimento nei confronti dello straniero è duplice e ambivalente, soprattutto nelle aree urbane, proprio come dichiara Bauman: «Le aree urbane densamente popolate, generano inevitabilmente gli impulsi contrastanti della “mixofilia”, l’attrazione per contesti variegati ed eteronimi che promettono esperienze ancora inesplorate, e con esse la gioia dell’avventura e della scoperta, ma anche della “mixofobia”, ovvero la paura di dover affrontare dosi massicce e ingestibili di un ignoto non addomesticabile, repellente e incontrollabile».

Proprio in base a questi due sentimenti contrastanti, l’arrivo dei migranti, impauriti e impotenti, senza lavoro e senza casa, ispira da una parte paura e persino sgomento, ma dall’altra procura anche un certo sollievo. Bauman ricorda a tal proposito la favoletta di Esopo delle lepri e delle ranocchie.

«Per gli esclusi che sospettano di essere ormai relegati tra gli ultimi, scoprire che sotto di loro c’è qualcun altro è una sorta di evento salvifico, che restituisce loro dignità umana e salva quel poco che rimane della loro autostima». Dunque, i migranti relegati ancora più in basso degli ultimi offrono la legittimazione sociologica a fazioni politiche che raccolgono consensi in base all’idea di nazione e della comune appartenenza a una cultura; i “miserabili indigeni” possono così nascondere a se stessi la profonda e oggettiva parentela con i migranti, con la fierezza apparente di chi rimarca la propria identità nazionale autoctona sulla base della pelle bianca e altri tratti storici, comuni alle classi altolocate. Da una parte la condizione dello straniero stimola, quindi, l’impulso ad accogliere, sfamare e possibilmente integrare; dall’altra provoca la reazione opposta di rifiuto viscerale, che si traduce in certi paesi europei in decisioni drastiche come l’erezione di muri e barriere di filo spinato.

Bauman, inoltre, osserva che l’astio per l’afflusso costante ed ininterrotto di rifugiati è determinato dall’idea collettiva che si ha dei migranti stessi come profeti di sventura – “portano le cattive notizie dagli angoli più remoti del mondo fino alla porta di casa nostra”. Questi disgraziati che hanno perso tutto a casa loro, che hanno accettato il rischio di perdere anche la vita imbarcandosi sui famigerati barconi, «ci ricordano in modo irritante, esasperante e raccapricciante quanto (irrimediabilmente?) vulnerabili siano la nostra posizione nella società e la cronica fragilità del nostro benessere conquistato a caro prezzo».

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Foto da corriereobjects.it

Kant, più di due secoli fa enunciava il Terzo articolo definitivo sull’ospitalità universale avvertendo che non si tratta di una raccomandazione o di una morale cui attenersi, ma del diritto di uno straniero di non essere trattato con ostilità quando mette il piede sul suolo di un altro. Il diritto di visita postulato da Kant va riconosciuto a tutti gli uomini, ai quali spetta «di proporsi come membri della società per via del diritto di possesso comune della superficie della Terra, su cui, giacché è una superficie sferica, essi non possono disperdersi all’infinito e devono infine sopportarsi a vicenda, e originariamente nessuno ha più diritto che un altro a stare in un luogo di essa». Kant non disconosce la sovranità territoriale delle rispettive popolazioni autoctone nei singoli stati, ma indica nel diritto di visita un obbligo morale, un dovere di accoglienza incondizionato. Essere morali, infine, non è una questione astratta e speculativa: significa riconoscere il bene da fare e il male da rifiutare quando abbiamo davanti a noi qualcuno che ci interpella e ci chiede di salvarlo.

Bauman conclude il suo breve saggio mettendo in rilievo l’importanza della comprensione reciproca e della solidarietà che gli esseri umani possono cercare di raggiungere, almeno in parte, attraverso il dialogo, che «rimane la via maestra per arrivare all’accordo, e alla convivenza pacifica e reciprocamente vantaggiosa, collaborativa e solidale: e ciò semplicemente perché la conversazione non ha rivali, né alternative praticabili».

Dunque, autoctoni e alloctoni possono superare ogni barriera e contribuire al sentimento rassicurante di una comune appartenenza semplicemente mediante il dialogo e il riconoscimento reciproco.

“…a lungo termine, la solidarietà rimane l’unica via possibile per dare una forma realistica alla speranza di arginare futuri disastri e di non peggiorare la catastrofe in corso”.

Vox Zerocinquantuno n 7, febbraio 2017


Rosalinda Bruno, studentessa di Sociologia e Ricerca Sociale presso l’ Università di Bologna è impegnata e interessata allo studio dei fenomeni migratori, con un focus sul genere. Collabora con associazioni di donne native e migranti attive sul territorio bolognese e con il Centro interculturale Zonarelli a Bologna.

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