Sul mezzo: David Goldes, di Roberta Antonaci

Electricities, 29 settembre 2017 – 26 gennaio 2018, Spazio Damiani, Bologna

Ormai quasi un mese fa, presso lo spazio espositivo della casa editrice Damiani, è stata inaugurata la personale dell’artista David Goldes, dal titolo Electricities. Le fotografie esposte sono tratte da tre serie che hanno come tema l’elettricità, fenomeno rappresentato attraverso la messa in scena della sua produzione. Le fotografie, in tre modi differenti, rappresentano gli esperimenti scientifici che hanno portato alla nascita dell’elettricità, offerti su un set creato dall’artista e da lui fotografato, nel momento in cui la scintilla elettrica si produce. Questo fenomeno in divenire, che noi non vediamo e di cui ci rendiamo conto solo nel momento in cui premiamo un relè, è colto appunto nel suo farsi, e le fotografie ci offrono così un punto di vista che è per la nostra visione inaccessibile.

Electricity. Elettricità. Idealmente il percorso potrebbe partire da questa prima serie, in cui fotografie in bianco e nero propongono il set dell’esperimento ricostruito dall’artista in un’ambientazione reale (una stanza in un appartamento) in cui è ben distinguibile il dispiegarsi del fenomeno elettrico. È possibile vedere cavi e altri materiali usati, e infine la scintilla elettrica nel momento della sua produzione.

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Electro-Graphs. Scritto con l’elettricità. Nel mezzo possiamo inserire le foto di questa serie, in cui non vediamo più il set: le foto mostrano una pseudo cornice costituita da un supporto (un tavolo) sul quale è collocato un foglio. Ciò che appare sul foglio sono dei simboli, come ad esempio una grande X realizzata con degli spilli, cui sono collegati due cavi che attraversano il supporto/cornice, prolungandosi all’esterno della scena fotografica. Nell’insieme quest’opera è come la fotografia di un quadro: una cornice è costituita dallo spazio circostante il foglio, il foglio è l’opera in sé, dove la X è “disegnata” da spilli messi in fila, elettrizzati da cavi che si allungano verso un punto che noi non possiamo vedere. A questo secondo livello non vediamo più semplicemente il fenomeno elettrico ma il fenomeno elettrico incorniciato; è ancora presente, visibile, la profondità di alcuni elementi, ma la rappresentazione è prevalentemente bidimensionale.

Snake in the Garden. Un serpente nel giardino. L’uso del colore è la prima differenza con le due serie precedenti. Inoltre la profondità è totalmente assente, la rappresentazione è bidimensionale. Lo sfondo di queste opere è un’alternanza di colori tenui dal grigio, al verde, al bianco, al rosa; sembra costituito da fogli di carta. I cavi sono usati come fossero le linee di un disegno, linee che fanno prendere forma a figure geometriche non rigide, non del tutto regolari. Piatte macchie di colore, figure geometriche e disegni a matita di figure geometriche compongono l’opera. Queste immagini, testate su chi non sa di avere di fronte una fotografia, non sembrano una fotografia.

Si tratta di una mostra fotografica, ma quello che vediamo è un uso talmente consapevole del mezzo da poter essere un discorso sul mezzo stesso. Il contenuto dell’opera di Goldes è univoco, l’elettricità. Le fotografie ritraggono tutte gli esperimenti messi in scena dall’artista, il fenomeno dell’elettricità come qualcosa che solo il mezzo fotografico coglie nel suo farsi, in un divenire che sfugge alla visione per la sua breve durata. Se il contenuto ritratto è sempre lo stesso, la messa in forma però cambia, portando la rappresentazione su tre livelli.

Perché di tre livelli?

La personale dell’artista si chiama Electricities, plurale di un sostantivo che in inglese non è numerabile, cioè non possiede una declinazione al plurale. Goldes invece ci parla di “più” elettricità, non di una sola, come a voler presentare la possibile declinazione del fenomeno elettrico su tre livelli diversi di discorso: contenuto, strumento di scrittura, totalità dell’opera. Perché si passa dall’elettricità come contenuto della rappresentazione all’elettricità usata per disegnare il contenuto della rappresentazione. Nell’ultima serie considerata, il termine elettricità scompare dal titolo, che potrebbe invece contenere un riferimento alla Bibbia, il serpente nel giardino dell’Eden. Nelle tre serie ci viene raccontata una storia, che ha a che vedere non solo con l’elettricità, ma anche con il mezzo fotografico. La fotografia come mezzo è opaco nella prima serie: nessuna illusione, vediamo delle foto che mostrano un esperimento scientifico. Nella seconda serie la fotografia si nasconde, capiamo di essere davanti a una fotografia perché c’è una cornice oltre il foglio/tela che ci mostra un’ambientazione reale, uno spazio che è ancora rapportabile al set della serie precedente, e i cavi, attraversando questa cornice figurata, escono dalla scena riportando lo spettatore idealmente alla realtà. Un po’ di profondità è inoltre conservata, soprattutto nelle foto che mostrano al posto del foglio una scatola che fa da nicchia al fenomeno elettrico ripreso. Nella terza serie il mezzo è trasparente: non sappiamo più se abbiamo di fronte una foto o un quadro, le opere si susseguono con i loro colori e le linee nere accese in qualche punto da quelle che, dopo e/o in rapporto alle altre due serie, sappiamo essere scintille. Come il serpente nel paradiso, l’artista ci pone una mela, ci insinua un dubbio. Il serpente tenta i progenitori con un frutto colto dall’albero della conoscenza, e li manipola con queste parole “Dio sa che nel giorno in cui voi ne mangerete, si apriranno i vostri occhi e diventerete conoscitori del bene e del male” (Genesi 3,5). In qualche modo anche noi siamo manipolati, portati a dubitare di ciò che vediamo, e per questo invogliati a capire.

Così come Goldes ci mostra l’atto di produzione in sé del fenomeno elettrico, non meno ci pone davanti all’atto di produzione proprio di ogni gesto creativo. Egli, infatti, considera la fotografia come arte, nel dibattito aperto sullo statuto della fotografia e quello della pittura questo artista prende una posizione: la fotografia registra la realtà ma non diversamente dalla pittura non ci mostra necessariamente la stessa realtà che il nostro occhio vede. C’è qualcosa nell’immagine che lo spettatore è chiamato a distinguere come prodotto del mezzo fotografico in sé, e che non vedrebbe/non guarderebbe allo stesso modo senza l’intervento fotografico. La luce, come la conoscenza, permette all’artista di mostrarci questo movimento da opaco a trasparente del mezzo di produzione fotografico. Per quel che riguarda la luce, il suo processo di produzione è trasparente – si svela con la fotografia. Gli esperimenti sul fenomeno elettrico da parte loro aiutano a fare luce sulla fotografia stessa. Crediamo davvero in ciò che vediamo? E cosa vediamo? Potrebbe essere questa la mela che il serpente nel nostro giardino ci consegna.

Vox Zerocinquantuno n 16, novembre 2017

 

Foto di Roberta Antonaci

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